2 aprile - La coda (prima parte)

M. sta lì, questo è il suo lavoro, stare lì, dove le donne passano o fanno la coda. M. sta seduta però, lei è privilegiata. Ogni tanto si alza e va a vedere se tutto è a posto. Anche quando si alza nessuno osa rubarle il posto, la sedia senza di lei rimane vuota. Ha anche un tavolino M. ci poggia la carta che ogni tanto deve sistemare. M. sta al suo posto, sa chiaramente quali sono le sue mansioni. Sta seduta, aspetta il tempo in cui dovrà controllare se la carta andrà cambiata. A volte su pezzi di quella carta ci scrive. La prende a prestito, tanto ce n’è tanta, nessuno farà storie. Estrae dalla tasca dell’uniforme una penna dall’inchiostro blu/violetto e traccia segni, senza calcare troppo, perché la carta è delicata. Anche ora che è una tarda mattina di agosto e l’università ha appena aperto dopo le vacanze estive, ci sono molte donne in coda. Anche adesso M. scrive, disegna, traccia segni sulla carta senza guardare nessuno. Aspetta di fare il suo lavoro, quando sarà il momento. Delle donne in coda non si cura, non guarda i visi, solo le cinte ai pantaloni, le pance scoperte delle ragazze, i colori le sfilano davanti ma lei non alza gli occhi agli occhi, ai nasi, alle bocche disegnate o sbavate. Non se ne cura, perché dovrebbe poi? Il suo lavoro non è intrattenere le donne in coda, è assicurarsi che non manchi la carta. L’università di Coimbra per il Portogallo è un fiore all’occhiello. Ci vengono a studiare ragazzi da tutto il mondo e molti di questi sono donne, ragazze, qualcuna più giovane, qualcuna più vecchia di M. M. non se le guarda, non ci deve fare amicizia. Lei studia da sola, non ha bisogno della retta da pagare all’università, si fa pagare lei dall’università per essere presente sei giorni su sette in questo posto, su questa seggiola. Poi a casa, studia da sola. Si prende i libri dalla biblioteca e di notte legge. E quando è al lavoro scrive, prendendo a prestito pezzi di carta pagati dall’università. Tanto ce n’è tanta, nessuno se ne accorge, nessuno farà storie. In questi momenti morti del suo lavoro, M. scrive piccole poesie quadrate, da far stare esattamente su un foglio, o disegna pezzi di cielo quadrati che entrano nella finestra a scacchi. M. trova che le poesie quadrate abbiano un suono perfetto, un equilibrio mistico. Come se ogni parola dovesse essere scelta per la lunghezza che necessita nel rigo, oltre che per il suo significato. La poesia diventa così come un rebus, come un’espressione algebrica, dove un solo risultato è quello giusto, una sola parola potrà occupare quel posto.
Pezzi di carta scarabocchiati che M. raccoglie e che alla sera trascrive su quadernetti neri, solo poesie quadrate che lei è riuscita a risolvere.

Ecco il luogo dove trascorrerò i miei prossimi anni. L’università ha un cortile interno che dà sulla città.
Coimbra dall’alto è brutta come dal basso. Ma questo cortile bianco e pieno di luce agostana fa rifluire antichi splendori, più dei ritratti scuri nell’aula magna o dei mezzi busti ingialliti e ripuliti e ingialliti di nuovo. Ho visitato la biblioteca, quella da turisti, fatta di ori alle pareti, di libri inaccessibili e quasi tutti inutili. Ma belli, struggenti da morirne. L’aria fresca all’interno, la luce che entra a gocce, la guardiana che ci invita al silenzio mentre distribuisce foglietti illustrativi del luogo sacro dove ci troviamo. Io penso che qui non potrei leggere nulla, solo sfogliare vecchi manuali sull’evoluzione dell’uomo o sulla storia delle Indie con acquarelli sbiaditi e capolettere ornamentali. Fuori da questo luogo intonso, la piazza ci aggredisce di bianco. Il sole mi asciuga gli occhi prima che possa infilarmi gli occhiali neri. Ho bisogno di un bagno. Le indicazioni in portoghese mi portano alla cappella della scuola, dove una fila di persone mi fa sgomitare per passare oltre. Mi affascina come ogni luogo abbia il suo modo di distinguere i bagni femminili da quelli dei maschi. Qui l’immagine è una figura stilizzata che sta seduta, mentre quella maschile sta in piedi. Io però ci trovo anche una doppia interpretazione, se un uomo ha un bisogno più lungo e quindi si deve sedere dovrà venire nel bagno delle donne? Pensieri idioti questi che vengono quando si deve aspettare in coda. Ho fatto coda per ogni cosa oggi. Per i biglietti d’accesso all’università, per la visita alla biblioteca, per la colazione alla mensa. Ma la coda al bagno delle donne non l’ho mai sopportata. O gli uomini non vanno al cesso e quindi a quarant’anni hanno tutti la prostrata ingrossata oppure fanno più in fretta delle donne. Capisco che non si lavino mai le mani dopo aver fatto i loro bisogni, ma questo tempo non va calcolato nell’occupazione del gabinetto, perché nei luoghi pubblici il lavandino è sempre fuori. È che proprio le donne ci mettono una vita a svestirsi e poi a rivestirsi.. Altri pensieri idioti in coda per fare pipì. Penso anche che ho lasciato la borsa al guardaroba quando sono entrata per la visita e ora non ho con me neanche un fazzolettino di carta. Ma c’è qualcuno all’ingresso del bagno, seduto a un tavolo con grossi rotoli di carta igienica. Che lavoro di merda, penso.. Sarà questo luogo.. chissà a cosa pensa l’altra gente che sta in coda. Questa donna davanti a me, con un vestito a fiori e i sandali rossi. Ha un cappello di paglia giallo e si sventaglia almeno da quando sono dietro di lei. Ora glielo chiedo: scusi, a cosa sta pensando mentre aspetta di andare al bagno? Io sono impaziente perché la tengo sempre fino all’ultimo e poi penso di non farcela, che una larga chiazza scura colorerà i miei pantaloni di lino. È che odio fare la coda al bagno e odio i bagni pubblici. Ma in questa università ci dovrò passare almeno tre anni della mia vita, perciò è meglio che mi trovi qualche lato buono, e un bagno decente dove non farmi venire l’ansia. (continua)


1 aprile - Vicini (parte quarta)

Ho sedici anni e un giorno. Dormo fino a tardi. Ieri sera sono stata alla festa della scuola e ho cantato per la prima volta davanti a un pubblico. Il nostro gruppo ascolta musica diversa, abbiamo un chitarrista, un bassista, un batterista e poi ci sono io, la voce. La tua previsione si è avverata: canto in un gruppo. Che non si può proprio definire rock, ma lo spirito vuol essere quello. Ieri non mi hai riconosciuta, non ti è venuto nemmeno in mente che potessi essere io nell'ascensore. E dire che lo spazio là dentro è piuttosto angusto. Tiro a indovinare ora cosa possa averti deviato tanto: l'altezza? (sono 1,70 ormai) i capelli corti? (l'ultima volta me li hai visti lunghi pettinati con le mollette) il seno? (non penso, porto una prima e poi infagottata com'ero non potevi certo vedere se mi fosse cresciuto qualcosa). Per il resto non mi sento molto diversa da cinque anni fa. Certo ho acquisito conoscenza, ma non abbiamo ancora parlato perciò non può averti sconvolto qualcosa che non sai se esiste.
Sto a letto con le cuffiette, il riscaldamento in camera mia è spento perché mi piace dormire al freddo, così tutto quello che è sotto al piumone ha una temperatura umana, tutto quello che è sopra è rarefatto. Estraggo le mani per cambiare canzone ma poi le ributto lungo il corpo perché riprendano calore. Mi piace dormire in maglietta, estate e inverno, non mi copro mai troppo il corpo, perché ho sempre paura di non riuscire a correre nei sogni, qualora mi servisse. Poi però il tragitto dal letto al bagno si può fare solo in fretta, per non congelare. Questo mi sveglia la mattina. Ma oggi niente scuola, niente compiti, niente amici. Oggi penso che starò nel letto fino a un minuto prima dell'arrivo di mia madre, giusto per non farle sapere che ho poltrito fino ad allora.
Il campanello suona quando non ho ancora finito di elaborare questo piano per la mattinata. Arrivo alla porta e grido chi è. La tua risposta mi suona così familiare. E arrossisco perché sono in mutande, anche se tu al di là della blindata non mi puoi vedere. Io però avverto che sei proprio lì, davanti a me, e un formicolio viscido mi paralizza i piedi.
Tu parli con calma, dici che hai trovato una cosa che mi appartiene e che vorresti darmela. Quando ti apro ho indosso i pantaloni neri e la felpa con i lustrini che ho usato ieri sera al concerto. Il sorriso sul tuo viso sembra apprezzare questo tocco glamour anche se stona con il sole di prima mattina. Tu resti sullo zerbino e dici che hai trovato una lettera per me mentre facevi ordine nella camera di tua nonna. Mi porgi una busta giallino con il mio nome scritto sopra. La mano mi trema per te, per tua nonna e per questo stupido color giallino che è la carta da lettere che ho regalato a tua nonna in prima elementare. La busta è spessa, ci saranno dentro almeno tre fogli con la mimosa stampata sul bordo. Tu dici che tua nonna ha lasciato questa lettera per me e io mi accorgo che non l'ho ancora presa, che la tua mano è tesa e pesa la busta. Prendo la lettera con due mani, come un artificiere la bomba da disinnescare. Restiamo in silenzio. Non so per quanto. È strano ma non mi ricordo come sei vestito. Ti sto guardando negli occhi e vedo solo il colore della tua iride sbattere contro le lenti degli occhiali. Prima li portavi solo per guardare la tv, e adesso? Stavi guardando la tv a casa di tua nonna, quando hai deciso di andare a caccia di lettere? Mi dici ti lascio sola. E quando ti giri per tornartene nell'appartamento vorrei fermarti ma i miei pensieri sono troppo lenti e la mia lingua annodata in gola.
Io non conosco la calligrafia di tua nonna, in tutti gli anni mi ha scritto una sola cartolina, quando era alle terme. Così vado a cercarla e confronto la scritta del mio nome sull'indirizzo. È la stessa macchia di inchiostro tremolante che c'è sulla busta. Lunghe lettere che ogni volta che salgono o scendono fanno un percorso eroico, pieno di inceppature. La calligrafia dei vecchi è così fragile, come le loro ossa, si spezza per niente. È un passo incerto il mio nome su questa carta, nel tremore sento tutto l'affetto di una donna che mi ha amato come se fossi sua, sangue del suo sangue.
Quando torna mia madre, mi trova in cucina. Immobile su questa sedia da ore, ho perso l'uso delle articolazioni. Ho letto la lettera tutta in una volta. Ci ho messo molto per la lunghezza e per la calligrafia. E quello che vi ho trovato è stato una sorpresa, una rivelazione. Ho pianto, ho riso, ho ansimato per l’emozione. La lettera ha tre pagine scritte sulla carta da lettere e poi una pagina scritta su una carta bianca intestata. A mia madre porgo solo questa. Lei la legge e si porta una mano alla bocca, ma ormai il grido di stupore era già scappato. Ride, è felice, dobbiamo dirlo subito a tuo padre, dice. Ma io penso che prima di tutti lo dirò a te. Attraverso il pianerottolo e suono il campanello. Mi apri come se mi aspettassi. Mi fai accomodare in cucina, perché, dici, siamo più familiari. Io ti passo sul tavolo la lettera bianca. Tu la leggi in fretta, sembri molto più allenato di me alla calligrafia di tua nonna. Ti sfugge un sorriso, che non so interpretare. Poi mi dici, bene, benvenuta a casa.
Tua nonna mi ha lasciato questo appartamento, diventerà mio quando mi sarò diplomata. Ma tu non ne sembri sorpreso. Nella lettera dice che lo fa perché io devo realizzare il mio sogno e che non devo sprecare tempo a guadagnare soldi per mantenermi gli studi. Nella lettera parla anche di te, del suo bambino, che ormai ha già trovato la sua strada e che non saprebbe cosa farsene di un vecchio appartamento dove trascorreva le vacanze estive. Tua nonna mi ha regalato la libertà di scegliere, quella indipendenza che mi permetterà di studiare fuori come le dicevo sempre. E poi fantasticavamo che lei mi veniva a trovare e la portavo in uno di quei caffè eleganti che ci sono nelle piazze straniere, a prendere il tè con i pasticcini. Penso a tutto questo mentre tu finisci di leggere, ma resto in silenzio perché era un desiderio privato mio e di tua nonna, che ora mi mette solo nostalgia.
Tu prendi una bottiglia di birra dal frigo, ne versi in due bicchieri e mi porti a brindare. Io ti dico che ho solo sedici anni, tu mi correggi, sedici anni e un giorno. Porto alle labbra la schiuma bianca e lascio questo freddo liquido scivolare in gola. Un po' amaro, un po' instabile. Quando sono sulla porta mi chiedi se il resto della lettera mi è piaciuto, io dico sì, ma non mi volto perché tu non legga tutto quello che c'è scritto sul mio viso.

31 marzo - Vicini (parte terza)

Ho tredici anni. Sono appena tornata dalle vacanze, siamo stati al mare, in tenda. Abbiamo girato molto e ho visto posti bellissimi, con scogliere alte e un mare cattivo ma che mi faceva venire una voglia matta di buttarmi dentro. Busso a tua nonna perché voglio raccontarle il viaggio. Lei mi apre ed è molto felice. Ha i capelli raccolti nella treccia e poi girati a chignon, ma appena pettinati, non con i soliti ciuffetti bianchi che sparano da ogni lato. Ha ancora il vestito di lino, quello che usa per le grandi occasioni. Mi dice che tu sei appena andato via, che sei stato a trovarla per due giorni e che l'hai portata in giro e oggi eravate al mare a mangiare il pesce. É raggiante come il sole che ho visto spuntare all'alba. Quell'alba che non ho modo di raccontarle perché tua nonna è una macchinetta, non smette di parlare, vuole dirmi tutto, ma proprio tutto quello che avete fatto insieme. Io sono un po' triste perché ti ho mancato per un’ora, ma tua nonna è così contagiosa che il sorriso mi torna presto. Poi mi da in mano una conchiglia, mi dice che l'ha raccolta sulla spiaggia per me e che tu hai voluto firmarla. Dentro c'è una frase scritta piccola piccola, che si è adattata alla superficie ondulata, il mare sorride da lontano, denti di spuma, labbra di cielo. Così mentre tua nonna parla di te e di quello che avete fatto insieme, io ritorno a quell'ultima scogliera che ho visto la notte scorsa. La tenda piantata da papà proprio sul bordo.. sentivo che avrei potuto saltare nelle onde durante un sogno. Per tutta la notte il mare ha urlato e pianto, ma io non ho pensato che volesse essere consolato. Sembrava il cane del terzo piano quando gli hanno tolto i cuccioli appena nati, che ha ululato per due giorni. Si capiva che aveva dentro un grande dolore e che avrebbe urlato finché non fosse uscito tutto. Mamma si è lamentata per tutto il tempo, io ho pianto in camera, in silenzio, finché non ho sentito il cane senza voce.
Torno a casa con la mia conchiglia e la tua frase. La imparo a memoria e provo a darle una melodia ma il mio cuore batte troppo ritmico, così le tue parole si accavallano veloci e diventano un pezzo rap.

Ho quindici anni. Alla mia scrivania scrivo una lettera per tua nonna. Ieri ho bussato da lei appena dopo colazione, come faccio sempre in estate. Le chiedo se devo andare a farle la spesa, se ha già letto il giornale e poi me ne vado a fare le commissioni o ritorno in camera mia. Ieri però non mi ha risposto. Dalla finestra ho visto che le imposte erano ancora chiuse. Tua nonna non si alza mai tardi. Così ho chiamato a casa, sentivo il telefono squillare dalle pareti del soggiorno. Alle undici ho telefonato a mia madre al lavoro per dirle che qualcosa non andava. Lei è tornata subito. Abbiamo bussato con forza alla sua porta per tanto tempo. Avevo le mani che mi picchiavano sulle punte. Poi mamma ha chiamato tuo padre. Il viso di mamma era segnato da una ruga obliqua nel mezzo della fronte, ma si sforzava di sorridermi. Io ho raccolto un po' di silenzio per farne scorta, perché ho capito che da lì a poco ne avrei avuto bisogno. Tuo padre è arrivato con i carabinieri, e mia madre ha nascosto il viso nelle mani e le spalle si sono scosse in un ballo con un ritmo scoordinato. Quando hanno forzato la porta lei mia ha stretto le spalle con un braccio, mentre l'altra mano era sempre sulla bocca. Io ho tenuto le braccia conserte e non ho fatto nemmeno un passo verso la casa di tua nonna. Sono rimasta sul pianerottolo quando è arrivata l'ambulanza con le sirene spiegate, quando è passata la barella, quando è uscito tuo padre con gli occhi gonfi, quando tutti sono scesi, quando l'ambulanza è ripartita senza sirene. Immobile fino a quando mia madre si è ricordata di me e mi ha urlato di entrare in casa. Lei dice che non ha urlato subito, ma che mi stava chiamando da tanto tempo e io non rispondevo, come se non la vedessi. E in effetti non ricordo di averla vista fino a quando non l'ho sentita urlare. Questo è successo ieri. Mi sembra molto più tempo di solo ieri. A volte ventiquattro ore possono essere lunghe più di ventiquattro ore se ti metti a contare i minuti. Penso che sia uno scherzo temporale, non si può definire un effetto ottico, perché non c'entra con la vista. Non so bene a quale dei cinque sensi appartenga il tempo. Non è per l'olfatto, né la vista, né l'udito tanto meno il gusto. Forse il tatto, si dice il tempo che sfugge, no? So solo che ora sto scrivendo una lettera per tua nonna, perché lei amava ascoltare le mie storie, sono dieci anni che gliele leggo. Le ho letto tutti i temi che ho scritto a scuola e poi anche quelli che scrivevo così per me, quando avevo qualcosa di importante da ricordare. E ora che non dormo perché ho qualcuno da ricordare, mi sembra giusto scriverlo a tua nonna.
Domani ci sarà il funerale. Io non ho ancora pianto. Mi sento strana. Veramente non ho ancora parlato da ieri. Mi accorgo ora che l'ultima parola che ho pronunciato ad alta voce è stato il nome di tua nonna mentre bussavo alla sua porta.

Ho sedici anni. Li ho compiuti oggi. Torno da scuola e domani cominceranno le vacanze di Natale. Il freddo mi ha fatto lacrimare gli occhi in bicicletta e mentre mi asciugo le lacrime dentro al portone, al riparo dalla piccola tempesta di neve, tu mi passi accanto con un piumino scuro. Ti raggiungo all'ascensore. Sono alle tue spalle e aspetto che arrivi, che le porte si aprano. Quando entro dopo di te e mi chiedi a quale piano vado, l'aria ti si blocca in gola. Il numero quattro non riesci a schiacciarlo. Devo farlo io per te, prima che le porte si chiudano e qualcun altro prenoti l'ascensore. Io ti dico ciao, senza troppo entusiasmo. Sono ancora arrabbiata con te perché non sei venuto al funerale. I tuoi genitori a dire a tutti quanto eri dispiaciuto, ma eri a un master in America e non potevi certo tornare, avresti voluto, ma non era possibile. Io ho pensato solo che eri uno stronzo e che tua nonna non te la meritavi. Ti lascio sul pianerottolo, e tu mi chiedi quanti anni ho adesso.
Lo zaino mi cade dalla spalla, mi fai così rabbia che mi viene quasi da piangere.
Poi ti rispondo: sempre dieci meno di te. Ti dico che non è una variabile, ma che semplicemente essendo nata dieci anni dopo di te avrò per sempre dieci anni in meno. Tu pensi in silenzio a non so cosa, poi mi dici ci vediamo e io penso perché dovremmo.
(continua)


30 marzo - Vicini (parte seconda)

Ho dieci anni e mezzo. È estate. Io sono triste, tua nonna è partita per due settimane per fare le cure termali. Lei ha detto che non ne aveva bisogno ma tuo padre ha insistito, dicendo che doveva riposare dopo l'incidente di quest'inverno. Abbiamo fatto la valigia insieme e anche se fa tanto caldo, lei si è voluta portare dietro anche la sciarpa che le ho regalato. Poi è arrivato il taxi e mentre lei mi salutava dal finestrino io ho tenuto le mani in tasca. Mi veniva da piangere e ho chiuso stretti i pugni così pensavo al dolore delle mani e le lacrime non venivano giù. Non sono mai stata senza tua nonna. La mamma ha chiamato una signora che viene a preparami il pranzo e che sta con me un paio di ore per questi quindici giorni. Ma non è lo stesso. Questa signora non mi vuole bene come tua nonna e io sono triste, di più di quando è morto Lili l'anno scorso. Lo so che lui stava sempre fuori e tornava solo alla sera o per fare rifornimento di crocchette, ma tua nonna a Lili era affezionata tantissimo e quando è morto ha detto che non voleva più nessuno in casa. Voleva dire più nessun animale, ma io ho avuto paura che non volesse più neanche me. Così mi sono messa a piangere e lei mi ha stretto forte e mi ha detto che non avrebbe mai potuto stare senza di me e che adesso ci voleva un bel budino, anche se non era sabato.
Aspetto che il taxi non si veda più e risalgo a casa. Nel pomeriggio non ho voglia di uscire. Rileggo il libro che mi ha regalato tua nonna a Natale. Poi sento dei rumori sul pianerottolo e guardo dallo spioncino. Ci sono due persone che stanno cercando di entrare. Chiamo la mamma perché sono spaventata. Lei apre la porta. Ciao, ti dice. Tu saluti e dici che starai un po' qui con un'amica per preparare un esame. Il tempo che tua nonna è alle terme. Io mi sono nascosta dietro le gambe di mamma. Non mi hai salutato perché non mi hai visto.
La sera mentre aspetto l'ascensore per salire a casa, tu arrivi con una borsa della spesa e con una ragazza. Mi dici ciao principessa, come ti sei fatta carina. E mi presenti alla ragazza che non è più quella inglese di Natale. Ma anche lei mi guarda come se non mi capisse. Io non dico una parola per tutti e quattro i piani, poi tu mi dici che una volta possiamo mangiare insieme, se voglio. Rispondo che lo chiederò alla mamma ed entro in casa senza salutare.
La mamma dice che va bene e due giorni dopo sono nella cucina di tua nonna che, per la prima volta, vedo senza tua nonna. Tu hai un suo grembiule e usi la padella che tua nonna non usa mai perché dice che è troppo grande per una persona sola. La tua amica è spettinata, ha una matita nei capelli e io mi chiedo perché l'ha messa lì e non sulla scrivania, dove devono stare le matite. Il verduriere si mette la matita in testa, ma dietro l'orecchio, perché deve segnare i prezzi delle verdure che compra la mamma e le va dietro per tutto il negozio. Così la mette dietro l'orecchio per averla a portata di mano. Forse la tua amica deve segnare qualcosa di urgente anche lei, mentre mangiamo, e vuole avere la matita a portata di mano. Poi la tua amica si alza e ti mette una mano nella tasca dei pantaloni e tu le dici, no che c'è principessa. Lei mi fa un sorriso e se ne va nell'altra stanza. Tu mi guardi e mi chiedi come va la scuola, e io dico bene, ti racconto l'ultimo tema che ho fatto se vuoi. E tu dici sì e mi ascolti per tanto tempo.

Ho dodici anni. È inverno e ha nevicato tantissimo, così oggi non si va a scuola. Dovevamo partire domenica per una settimana bianca con la classe, ma forse non se ne farà niente. Sono sul letto e rigiro tra la mani il regalo che mi hai fatto per il mio compleanno. L'hai dato a tua nonna quando è venuta da voi per le feste e lei lo ha dato a me la settimana scorsa perché lo aveva dimenticato in valigia. Era in un pacchetto piatto e bianco con una scritta verde sopra. Invece di metterci anche un biglietto, mi hai scritto la dedica sulla carta. A principessa, per il suo futuro da scrittrice. E poi hai disegnato un piccolo cuoricino nell'angolo in fondo a destra. Per aprire il pacchetto ho chiesto un taglierino alla mamma, così da non rovinare la tua calligrafia. Dentro c'era un blocco per gli appunti, con la copertina rigida, e con dei disegni oro a rilievo che mia mamma ha chiamato damascati. Io non ci ho scritto niente sopra. Non ho ancora avuto pensieri damascati che vadano bene per queste pagine. Busso da tua nonna per chiederle se vuole un po' di compagnia, se no andrò giù in cortile a fare un pupazzo di neve. Lei mi apre e mi dice di entrare che ha appena fatto la cioccolata e con questo freddo è quello che mi serve. Aspetto al tavolo che si freddi la tazza. Lei è seduta nella poltroncina di vimini che fa la maglia. Quando squilla il telefono, mi alzo e le porto il cordless e lei mi sorride lasciandomi in mano i ferri infilzati nel gomitolo. Ha cercato di insegnarmi, ma a me sudano le mani quando devo concentrarmi a fare qualcosa e alla fine il filo è così zuppo che non scorre più. Il suo punto invece è perfetto, tutte le maglie uguali, leggere, soffici, compatte eppure si vede attraverso. Quando tua nonna grida oh no, io penso che ho perso qualche punto e che lei ora dovrà tirarlo su con l'uncinetto. Ma il lavoro che ho in mano è ancora integro. Lei piange subito. Mi sono girata di scatto e ora non vedo bene per via delle stelline negli occhi. Le è caduto il telefono. Lo raccolgo e sento la voce di tuo padre che grida mamma? Mamma stai bene? Io rispondo che sta piangendo. Tuo padre dice meno male che ci sei tu e chiede se posso stare ancora un po'. Per tranquillizzarla. Io dico va bene e lui attacca. Tua nonna piange per tanto tempo. La cioccolata ha una pellicina dura, non ho più voglia di berla. Quando si toglie le mani da davanti la faccia, le allarga e mi fa entrare. Io per starle in grembo devo inginocchiarmi e mi sento un po' ridicola. Poi mi prende la faccia tra le mani che tremano tantissimo e mi dice che ti è successo un incidente. Che la macchina ha sbandato per la neve e sei finito fuori strada. Che hai qualcosa di rotto e sei in prognosi privata. Poi mi abbraccia forte e mi dice che però sei vivo, il mio piccolo bambino, dice, vivo, vivo. Io la aiuto ad alzarsi e l'accompagno in camera, per stendersi un po' sul letto. Dice che ha bisogno di qualche goccia per dormire e così le porto un bicchiere con poca acqua e una boccettina di vetro scuro che trovo nel cassetto del comò. Lei conta venti gocce e io sento un odore dolciastro come di sciroppo per la tosse. Poi mi siedo sulla sedia finché non la sento russare. Torno a casa. Quando arriva la mamma le racconto del tuo incidente e lei dice prognosi riservata non privata. Io non capisco lo stesso cosa significa, ma non mi sembra una bella cosa. Quando gli adulti usano parole come privato, riservato, lo fanno sempre con una violenza e una serietà nella voce che mi fa capire di non toccare. Di stare alla larga. Mamma dice di andare fuori a giocare, che andrà lei da tua nonna più tardi. Io giro un po' per il giardino. Mentre cammino nella neve mi chiedo come può lei, così soffice e bianca essere anche tanto cattiva da farti del male. Mi sento in colpa perché ho desiderato per tutta la notte che non smettesse di nevicare così non sarei andata a scuola. E invece tu hai fatto un incidente proprio per tutta la neve che ho chiesto io al cielo. Mentre salgo in ascensore piango, ma in fretta, perché ho solo quattro piani per asciugarmi tutte le lacrime. Poi nella mia camera apro il tuo regalo e su una pagina scrivo: neve, bianca, silenziosa, candida, soffice, lieve, pericolosa. Mi accorgo che basta un aggettivo negativo per rovinare tutti gli altri.
Quando mamma torna mi dice che ha parlato con tuo padre. Un grande spavento, una lunga convalescenza ma nessun pericolo di vita. E la prognosi riservata? Chiedo io. E mia madre dice che l'hanno levata. Così io immagino un sacco nero, con dei bitorzoli, messo nel cestino dei rifiuti, ma ben chiuso perché dentro c'è qualcosa di molto brutto che ha fatto piangere tutti.
(continua)


29 marzo - Vicini (parte prima)

Ho cinque anni, sto sul bordo della sedia e ti vedo giocare con un regalo dei cereali, poi tuffi i biscotti nella tazza larga del latte. Questa cucina è di tua nonna, stai con lei per l'estate, finché i tuoi genitori non verranno a prenderti per una vacanza in roulotte, al mare. Io abito nella porta accanto. Tua nonna è un po' mia nonna durante l'inverno, perché tu non ci sei, vai a scuola in una grande città e a volte vieni da lei per Natale o la primavera. In estate invece stai qui per due mesi. Giochiamo nel cortile del palazzo, c'è un grande giardino con due scivoli e un'altalena, uno spazio con la terra dove noi coltiviamo i bastoncini dei ghiaccioli.
Io busso da tua nonna dopo colazione, lei prepara il latte per te e ti chiama dalla porta della cucina. Quando entri sei ancora con il pigiama, mi metti una mano sulla testa e dici buongiorno principessa. Con la voce bassa però. Io aspetto che ti prepari, faccio un disegno o sfoglio un libro, ho cominciato a mettere insieme le lettere da poco. A settembre andrò a scuola. Qualsiasi cosa stia facendo mentre aspetto che ti prepari, finisce appena entri nella cucina. Mi metti il tuo berretto in testa, al contrario, e quello è il segnale che stiamo per uscire. Sulle ginocchia ho due croste viola che sanguinano ogni volta che tu mi insegni ad andare sullo skateboard. Ho cinque anni perché sono nata quando inizia l'inverno. Mai mamma dice che mi ha portata il freddo, per questo sono così fragile. La bambina di carta mi chiama. Tua nonna dice che mi tirano i folletti per i piedi la notte, perché invece di mettere su ciccia, divento ogni giorno più alta. Così quando i tuoi amici nel cortile mi chiedono quanti anni ho, io rispondo quasi sei. E tu mi cacci il berretto sugli occhi, dicendo cinque e mezzo. E poi mi stringi fortissimo che le ossicina scricchiolano. I tuoi amici ti chiedono perché sono sempre dietro, ma tu mi difendi e dici che sono la tua sorellina, che sono la principessa. In giardino scendiamo presto, quando loro non ci sono ancora. Tu mi spingi in altalena che mi manca il fiato e le mie grida superano i palazzi. A volte curiamo il giardino di ghiaccioli, ogni tanto mi porti con te sull'albero a leggere qualcosa. Quando i tuoi amici arrivano fa già caldo. Portano lo skate e provano per ore passaggi che tu sai fare benissimo. Corri lungo la rampa dei garage e poi salti sul muretto, poi riscendi e passi sul bordo metallico. Tutto senza cadere. Io non smetto di guardarti. E non dico mai una parola. Uno dei tuoi amici ti ha chiesto se ero muta. E tu hai risposto che avevo una bella vocina, e che da grande avrei fatto la cantante in un gruppo rock.
Ogni tanto la mattina arriva anche un gruppo di ragazze. Loro mi coccolano come un cagnolino. Sono sempre lì che mi accarezzano e che cercano di pettinarmi i capelli da femmina. Non mi piacciono tanto, ridono con un accento acuto ma a me sembra che non si divertano poi molto. In fondo non fanno niente. Loro guardano voi che andate sullo skate, ma non provano mai. Poi tua nonna ci chiama per il pranzo. Tu fai saltare lo skate con un piede, mi prendi per mano e saluti gli altri mentre siamo di spalle. Io mangio con voi perché mia mamma torna alle due, così quando non c'è l'asilo, tua nonna tiene anche me. Finito il pranzo restiamo sul divano a vedere i video musicali e a volte metti su i cartoni. Poi mia mamma suona il campanello e prima che entri dalla porta, tu mi abbracci e mi dici nell'orecchio ‘ciao principessa’. Io scappo via e ti faccio una linguaccia, per farti ridere.
Il pomeriggio non ci vediamo. La mamma è a casa e poi dice che voi siete troppo grandi per me. Che ci fa una bambina di cinque anni con dei ragazzini di quindici? Io dico quasi sei e lei dice, no signorina, cinque e mezzo al massimo. Ma io penso lo stesso ‘quasi sei’. La sera con le finestre aperte sento le vostre voci giù in cortile. A volte mamma mi fa scendere ma per poco, una mezzoretta. Poi mi chiama, dice che devo andare a letto presto. Ma io non ho mai sonno. Così lascio la finestra aperta e continuo a sentire le vostre voci che scherzano, anche se non si capisce quello che dite. E poi il rumore degli skate.. quando ne parte uno che non si interrompe, che non cade, so che è il tuo.

Ho sei anni. La scuola finirà tra due giorni. Sono seduta nella cucina di tua nonna. È sabato e mi ha fatto il budino. Mia mamma non vuole che mangi dolci, così tua nonna il sabato mi prepara sempre un piccolo cream caramel che mi da per merenda. Mi piace perché è freddo e ha quel pochino di amaro del caramello. Chiedo a tua nonna quando arriverai. Lei smette di mescolare la marmellata di fragole e mi dice che quest'anno non verrai. Che i tuoi genitori hanno programmato un periodo di studi all'estero. Un mese in Inghilterra. Io piango in silenzio e il mio budino non è più dolce per le lacrime che ci vanno a finire dentro.

Ho dieci anni. È il giorno di Natale. Ho compiuto dieci anni quattro giorni fa. Tua nonna ha fatto un’operazione e quest'anno venite voi per le feste. Io vado a trovarla tutti i giorni e passo il pomeriggio con lei, faccio i compiti, le preparo il te con i biscotti e le leggo qualche libro. A volte scrivo dei temi per lei, a tua nonna piace ascoltare le mie storie, dice che ho molta fantasia. Dice che farò la scrittrice da grande, ma non la giornalista, che non le piace sapermi in mezzo alla guerra e, poi i giornalisti li rapiscono e lei non potrebbe stare senza di me. Il giorno di Natale ho mangiato a casa con i miei genitori, poi tuo papà è venuto a bussare alla porta per invitarci a casa di tua nonna per un brindisi. Io ho un bel vestito di velluto blu. Era di mia mamma quando era piccola. Mi pizzica il colletto, mamma mi ha anche messo due mollette sui capelli sciolti. Io non ho mai i capelli sciolti. Nella sala di tua nonna ci sono tuo papà che riconosco, tua mamma che riconosco, una ragazza che non conosco e un ragazzo che non conosco. Poi mi dici ciao principessa. Neanche la voce la riconosco. Però mi accarezzi i capelli, come quattro anni fa e sento che sei tu, nel corpo di qualcun altro e con la voce di qualcun altro. Ci presenti la tua ragazza. Lei è inglese, non capisce quello che diciamo, tu parli con noi e poi lo ripeti a lei usando parole che ora noi non capiamo. La conversazione così si fa lunga il doppio. La abbracci sul divano di tua nonna e tutti le fanno i complimenti. Bel vestito, bei capelli, bel sorriso. Sembrano tutti molto felici. Io e tua nonna ci guardiamo, siamo un po' serie, non so perché. Ci piace il Natale, lo aspettavamo con ansia. Stamattina presto, prima che voi arrivaste, sono stata qui da lei a portarle il mio regalo e lei mi ha dato il suo. È un libro, sa che mi piace leggere. Io invece le ho regalato una sciarpa perché ha sempre freddo al collo. Così mentre tutti ridono, io e lei restiamo in silenzio, io seduta su una sedia dove non tocco per terra e lei sul divano troppo basso da cui fa sempre fatica ad alzarsi. (continua)


28 marzo - Lirica del tempo perso

Comunque la vita fiorisce
anche in stato di emergenza
se tutto va fuori dai cardini e si spacca a terra.
Se anche moriamo
qualcosa
qualcuno ci sopravvivrà
e farà meglio anche solo un poco
Meglio di noi.
E vivrà altri cento giorni dove potrà fare tutto ciò che a noi è sfuggito
errori e piaceri
va bene comunque, basta avere altri cento giorni,
che è un numero a caso ma che sembra perfetto
quando si vuole dare forma e sostanza a una scadenza,
del giorno in cui userò ancora il tatto per per un saluto.
Sapere che si può stare con te,
accesa è la luce
la gioia di sempre
l’unica
non si può scrivere senza.
Solo ora che è veramente buio
ora che non dormo
che vorrei sprofondare nei cuscini tiepidi
sento che il mio corpo è fatto di angoli
spigoli che fanno rumore nel silenzio della notte
se non è possibile trovare la giusta temperatura.
Così vivacchio dove non accettano sogni in pegno
aspetto che il sole si erga soldato
aspetto per coricarmi senza più forze,
quando non ho più forze da opporre.
Non è poesia quella che scrivo per te
non è lirica
ma così intrisa di verità che mi lascia sveglia ancora una volta a dirti
la gioia che mi da sapere di te.
Mi chiedi il perdono anche senza il peccato, io che provo
a scendere a patti, che stringo alleanze coi i miei pensieri insorti.
Mi ergo a protezione assoluta di te
e questo ti crea sgarbo
ma non me ne volere
è impulso vitale
che non si può controllare
è forma insaziabile di saperti al sicuro.
Non fortezze di pietra
ma giardini fioriti dove accogliere gente
che testimoni il tuo inganno, non sei così forte come credi.
Tu sai che questa piccola vita è un inganno,
piena e consapevole di tutto
lotti lo stesso per la felicità
e ti arriva comunque.
Io ignara dell’osservanza
delle regole che stabilisco man mano
mi trovo sempre sul bordo
pronta a svenire.
Come dire di te altro che tu non sappia
che ho scritto senza posa
senza rileggere
senza fermare pensieri.
Che ho scritto per te una piccola storia
con tutte le parole intrecciate, da sbrogliare
mentre tu da lontani mi osservi
con le braccia conserte e un sorriso sagace.
Ti diverte l’intoppo, di me pesta sul divano mentre
raccolgo immagini da far fiorire sul foglio
e nessuna di queste ti rende giustizia.
Ecco la tua migliore protezione.
Ecco la mia mancanza di difese.
Ma ti osservo anche da lontano
e penso che tutto in te funzioni.
Anch’io.


27 marzo - I cocci

Lei ha sonno, quel bisogno devastante di orizzontalità. Si sdraierebbe qui sul tavolo della biblioteca per quanto le membra non reggono più il peso. Invece raccimola le cose nella borsa con l’ansia di un ladro a cui è scattato l’allarme. Esce nella città, scende nella metro, cammina fino al portone, sale le scale, si butta sul divano che è il suo letto di notte. Non conta le ore. Ora c'è solo il sonno. Quello che fa prigionieri che non verranno graziati. Quel sequestro totale e violento che fa del corpo un ostaggio della mente. Dorme un tempo indefinito. Non ricorda nulla, nulla è ciò che trattiene.
Lui è a una riunione. Vuole sentirla, le manda dei messaggi che restano un monologo. Sono così tanti a sera da far preoccupare. Vorrebbe giudare fino da lei, accertarsi del suo stato, provare che la sua presenza sia ancora reale. Ma non giuda, non esce di casa, non chiama. Vive semplicemente uno stato di lontananza come se ad essere angosciato fosse un altro. Da consolare, un altro. E per solidarietà con l'altro anche lui non mangia e non dorme e cerca consigli sul come e su un perché eventuale.
Lei si sveglia ed è buio, ma di due giorni dopo. La testa è pesante che sembra di ceramica, un largo vaso sul collo dove immergere fior di pensieri. La stanza ha il suo passaggio, la porta socchiusa e una borsa rovesciata sullo zerbino. Perché prima, appena prima di addormentarsi, non c'è stato il tempo. Di raccogliere, di chiudere. Già l'arrivare a casa non lo credeva possibile, un piccolo miracolo riuscire a fare tutte le scale. E ora ha sete, fame, tutte voglie di lui insomma. Lo chiama, è quasi notte. Lui risponde.
Lui ha raccolto il telefono a tastoni, il sonno negli occhi non gli fa vedere chi è. Il ciao più evanescente della sua vita gli entra nell'orecchio come acqua di mare, con il suo sciabordio. Dove come perché, tutte le domande legittime, sincopate e rapide che lui le rivolge, si risolvono in risposte monosillabe, compitate da una voce zuccherina che aggiunge solo ’ora’ come risposta al quando. Lui esce che è notte, una da portare a termine. Lei è immersa nella vasca da bagno e nel buio profondo della solitudine. Aspetta e immagina.
Lui entra dalla porta socchiusa. Poi la chiude a chiave. Non chiama, sa dove trovarla, ma la cerca comunque, come per un gioco che allunghi l’attesa. Prenderla tra le mani, i vestiti che si inzuppano, asciugarla con un abbraccio e poi con mille altri.
Lei gocciola come un mazzo di fiori appena estratto dal vaso. Le appendici perpendicolari al pavimento: lunghe gambe e braccia sulle quali scivola l'acqua ribelle. La pelle è vestita di brividi che l'acqua innalza mentre scivola verso terra. Lei ha gli occhi chiusi e i capelli bagnati.
Lui abbraccia di lei il freddo e il tremore. Trattiene il peso di fiori recisi e lo poggia sul letto per l'incarto. La coperta si chiude sui fianchi sottili, lui vede più solo la pelle delle spalle e del collo. Dei capelli, molli fili neri, fa una raccolta di spugna e l'acqua che ancora persiste sul viso la succhia nei baci.
Lei racconta il sogno e quello che è stato: avevi i tuoi soliti jeans e apparecchiavo per te la tavola. Ma imboccarti di baci era il desiderio più forte e la gente mi sconsigliava scuotendo la testa di lato. Così lei si toglie di dosso ogni strato, fino a lasciar solo la pelle e si rimette alle mani sapienti dell'uomo che è venuto di notte.
Lui scorre su di lei il disegno che tante volte ha immaginato di fare, tracciando linee curve senza abbandonare il tocco. I palmi sentono il convesso, la lingua il concavo effetto e niente di quel foglio vivo verrà lasciato non scritto. In fondo c'è una vita intera da segnare, in mille virgole e punti, le similitudini si sprecano quando c'è il signor amore di mezzo.
Lei voleva capire il senso di tutti quei silenzi, così tante volte ha detto: non è quello che credi. Ora che legge le frasi che lui le sta scrivendo addosso, capisce la trama del racconto che non ha una fine. E timidamente rovescia nell'orecchio dell'uomo dei sogni quella frase che nuoce se detta invano, recita più o meno così ssss..ssss..ssss e noi che non siamo lui non possiamo sentirla.
Lui deglutisce e nella gola sente scivolare un pezzo di vita che va nello stomaco dritta dritta. Inteso ha le parole dette in uno spiraglio che ora rimbomba come una porta che sbatte in una casa di cento stanze. Si prende quello che è suo, che da sempre gli appartiene, ora che sa che il diritto non è sempre un contratto scritto.
Così due vasi sbeccati ritrovano i cocchi dispersi che ognuno aveva attaccato maldestro alla propria falla, pensando che il liquido non uscisse. E dopo anni di perdite e di accomodamenti, ora le rotture diventeranno un tracciato per seguire la mappa. Quando una crepa si salda le due parti separate scompaiono e ne resta una sola.


26 marzo - The Fixer

Il mio lavoro consiste nell'aggiustare. Mi portano cose rotte, io le guardo, loro guardano me, come se qualcosa di rotto ci fosse in tutti e due. Io però non mi lamento e nessuno mi porta a riparare, si vede che la falla in me non si vede. Ma se mi scuoto, sento i pezzi in pezzi che sonagliano come coriandoli di vetro. Il mio andamento austero non pone però gli altri in stato di ascolto. Non mi agito in presenza di estranei così questo bel rumore di scomposto non è udibile a orecchio esterno. Osservo un silenzio piuttosto monacale, e questa mia vocazione è presa con rispetto e la giusta diffidenza. Io proteggo, consolo, sollevo, indico, preparo, rifletto, esplicito, presenzio. Posso anche rompere, tanto poi aggiusto. Le cose che mi portano sono tutte diverse. Per aggiustare non bisogna avere un metodo. Perché nulla è uguale a quello precedente né a quello successivo. So aggiustare proprio perché riconosco questa unicità delle cose. Le persone invece credono di essere esenti dalle rotture. Pensano che ciò che non va siano sempre le cose, fuori da loro. Così non cercano mai di essere aggiustate, ma mi portano le loro cose, quelle che credono rotte, perché io le aggiusti e così loro possano stare meglio. Una volta un uomo è venuto da me dicendomi di aggiustargli i sogni, perché aveva bisogno di sognare. È stato difficile aggiustargli i sogni, perché non li ho trovati. Quell'uomo mi portò una scatola dicendo che dentro c'erano i suoi sogni. Ma aprendola trovai solo un circo delle pulci. Forse un piccolo buco sul fondo e i sogni tutti persi per strada? Potevo dirglielo, ma lo avrei fatto soffrire. Così mi misi ad ammaestrare le pulci e a fargli vedere come le pulci saltassero in alto e nella ruota infuocata e in tripli salti mortali. Quando l'uomo smise di credere alle pulci ammaestrate, si accorse della scatola vuota di sogni e pianse di felicità perché capì che non aveva mai perso nulla.
Come dicevo non c'è un metodo nell'aggiustare. Forse l'unica cosa che serve è vedere le rotture. Perché incollare due cose sane è sempre una perdita di tempo.

Luna, sottile fessura nel cielo. Non riesco a vedere oltre di te. Il tuo biancore sembra una breccia nel buio mantato, attraverso cui guardare fuori. Oltre questo che conosco. Forse una scusa che giustifichi il mio stare a guardarti immobile, da ore. Anche se un moto leggero ce l'ho anch'io. Il tuo spostarti nel cielo mi obbliga ad aggiustamenti che mi rendano la visuale possibile. Sempre. Sto cercando di immaginare cosa c'è oltre questo tuo taglio. Non una cosa messa lì, dunque, ma un pezzo di cielo strappato che mi fa vedere oltre il sipario. Un altro cielo possibile.
In questo viaggio, di ritorno o di andata devo ancora deciderlo, quella fessura bianca mi segue. O meglio, io non la perdo di vista, controllo che ci sia sempre sul lato o sul fondo. Si è portata dietro un manto di stelle, lucenti a dismisura. Ho sempre usato questa volta celeste come collegamento. Penso che nella distanza solo lei possa tenerci la mano. Se ti chiedessi di reclinare il collo indietro fino a farti male e lasciarlo lì per qualche istante, ti potrei quasi guardare negli occhi. Pensi che il riflesso dell'iride non possa raggiungere le stelle e portarti fino a me? E me fino a te? È la soluzione più romantica che conosca per alleviare la distanza: vedere la stessa cosa nello stesso momento.
Questo esula dal mio mestiere di riparatore. Perché le cose distanti se sono rotte, così rimangono. Si pensa che la lontananza di spazio sia come la lontananza di tempo, che tutto passa. In realtà mentre la distanza si misura in chilometri, la separazione si misura in lacrime.
È che non ti chiedi mai come sto. Forse che la mia vita non sia reale per te? Eppure mi hai vista mangiare, dormire, ridere, parlare, inciampare, rialzarmi. Mi hai aspettato in strada, offerto da bere, portato un regalo. Però sono come un puzzle non finito, c'è sempre un tassello mancante che ti fa dire non è reale. Quindi giustifichi tutti i miei sbalzi di umore come di temperatura. Le mie assenze e le presenze straordinarie. Perché ormai sono un'apparizione, davanti alla quale ti inginocchi con sacrilega indifferenza.
Per sollevarti dall'incarico mi hai mandato da un medico sagace. Così lo credi tu, per il suo lungo curriculum di guaritore. Mi hai accompagnata anche, aspettando nel parcheggio che tornassi. Io che mi sono messa le scarpe coi tacchi per farti vedere che perseguo comunque un certo ordine delle cose. Con un corpo che è attraente scatola di Pandora, ma la tua curiosità non arriva fino al danno e io continuo a girare per il mondo con l'orrore dentro, ben sigillato. Ho una pillola rossa, una gialla, una quadrata bianca e una ovale, la più banale, da prendersi solo in caso di necessità. Lasciando a me il libero arbitrio sulla necessità del caso, non si può pensare che la scelta sia oggettiva. Perché io ho un certo interesse a far passare tutto sotto coperta.
Quindi quando le prendo tutte insieme, vengo sgridata al mio risveglio. E il non essere mai nel mio letto, mi fa capire che qualcuno si è disturbato a venirmi a cercare. Poi ritorno a casa a piedi, dopo aver firmato un foglio dove vieto di avvisare chiunque sulla mia ennesima visita a questo piano per pazzi. È che qui non sanno nulla della mia professione di riparatore. Non sanno che le cose che mi portano rotte, mi lasciano sotto pelle polveri sottili. Ormai so che dopo un tot di cose rotte, mi risveglierò in una di queste stanze mal pitturate e con una farfallina infilata nel braccio. Perché allora non smetto questo mestiere nocivo, non tutelato dai sindacati? Non lo so. Forse perché penso che la cosa che posso aggiustare per qualcun altro valga più di quello che si possa rompere in me. Del resto è un mestiere così raro il mio. Più nessuno lo vuole fare. Troppa pratica di ascolto e analisi e tempo da mettere a disposizione, senza che venga ben remunerato. Gli asceti la chiamano vocazione, gli illuminati pazzia. Ma che importa il nome, un nome è solo un nome e il fatto di ripeterlo non fa capire cosa sia.
Torno a casa nella luce del mattino, ho scarpe da ginnastica e un passo leggero. Io che non riesco a mettere ordine in due minuti della mia vita, ho un tavolo adombro di vite altrui da aggiustare. Da bravo artigiano torno a fare il mio mestiere, del resto anche il ciabattino ha le scarpe rotte.

Al mio risveglio sono ancora sulle scale. Sedersi sui gradini freddi è un altro modo per riflettere, i gradini sono no man land, terra di nessuno che indica un transito. Mi fa bene stare un po' qui. Così smetto di pensarmi importante per qualcuno e ritorno al mio ruolo di riparatore, senza storia. E mi posso concentrare, la visione dall'alto aiuta il distacco, l'analisi. Prendiamo le pillole con ordine oggi: la gialla, la rossa, la rotonda. Niente ovale bianco. Perché su questi gradini non si sta poi così male. E poi non voglio fare parte di niente. Aspetterò il sole che mi scaldi non solo le mani, ma anche il viso e i piedi. E forse alla fine capirò che un sogno è meglio di un desiderio, perché effimero e circostanziale.


25 marzo - La cura (parte seconda)

L’auto entra nel garage e il portellone si chiude automaticamente. L’uomo scarica dei sacchetti dal bagagliaio e li appoggia a terra vicino alla porta che da’ sulle scale, poi va dal cane. L’animale è ancora sdraiato ma quando lo sente arrivare, la coda batte ritmica sul tappeto, lenta e un po’ asincrona; è il segno che l’ha riconosciuto, che lo aspettava.
L’uomo apre a terra una nuova coperta, di quelle usa e getta per i lettini dei bambini, lava il cane con un detergente senza schiuma e poi lo solleva e lo appoggia sulla coperta linda. Il cane si lascia pulire, ha entrambi gli occhi chiusi, ogni tanto emette un rantolo soffocato quando l’uomo passa su parti del corpo dolenti. Il pelo lucido e curato è segno che non è un randagio anche se nessun collare o medaglietta danno indicazioni di appartenenza. Quando l’uomo finisce di medicare l’occhio chiuso, la sua mano passa davanti al muso e l’animale gliela lecca, la lingua molle e umida ringrazia della cura. L’uomo e il cane si guardano negli occhi per la seconda volta e tra di loro passa il silenzio compìto di chi ringrazia e di chi risponde ‘di niente’.
Il tappeto vecchio viene messo in un sacco dell’immondizia, insieme al cotone con cui è stato disinfettato l’occhio ancora chiuso e gli stracci per la pulizia. Il portello del garage viene aperto e il cane è inondato dalla luce bassa del vialetto, strizza l’occhio a fessura e sospira. Solleva un poco il muso, poi ritorna sulla copertina con i disegni di orsacchiotti azzurri.
Tutte le notti la sdraio viene aperta e sistemata vicino al giaciglio e la mattina ripiegata e appoggiata al muro. Tutte le notti l’uomo racconta un episodio al cane e poi magicamente si addormenta e si risveglia all’alba, quando la luce si infila sotto il garage attraverso il portello, mai chiuso del tutto. Tutte le notti il cane chiude gli occhi prima che l’uomo finisca di raccontare e li riapre prima che l’alba raggiunga il vialetto. L’uomo dorme, come non gli capitava da tempo, il cane guarisce e ricomincia a mangiare con appetito e a sollevarsi almeno fino a stare seduto.
Ogni notte l’uomo racconta un fatto accaduto nella sua infanzia o nell’adolescenza. Non parla mai della sua vita da adulto, come se non fosse di interesse nemmeno per lui. Finora ha raccontato di quando si era perso alla gita scolastica, aveva 7 anni ed era la prima volta che andava in una città; poi della sua vacanza al mare dove aveva baciato quella ragazza francese che portava l’apparecchio; e la sera prima aveva ricordato l’avventura con il cugino, in moto, dove aveva rimediato un braccio rotto e un mese di punizione chiuso in casa.

‘Ma da dove arrivi tu? Perché nessuno ti cerca? Eppure un padrone dovevi averlo, qualcuno che si prendesse cura di te, non eri certo un cane randagio, sei abituato alle carezze e lecchi per ringraziare. Però hai gli occhi troppo tristi per aspettare che qualcuno venga a riprenderti e nemmeno hai cercato di andartene da qui. Ho il presentimento che chi si occupava di te, ora non ci sia più. Forse non hai avuto un incidente perché stavi ritornando a casa, ma perché eri smarrito e ne stavi cercando una nuova..
Lo capisco.. anche a me è successo.
Io non volevo prenderti, quella sera, volevo lasciarti in mezzo alla strada, qualcuno più adatto di me c’era di sicuro. Ma poi il fatto che tu nemmeno mi abbia guardato o ti sia ribellato.. il tuo non chiedere niente mi ha fatto diventare compassionevole. Ho, per un istante, dimenticato i miei di problemi e ho guardato l’attimo dalla tua angolazione: una lunga striscia nera con una sottile riga bianca che andava a perdersi nel nulla. Anche io sono stato raccolto da terra, anche la mia era una strada asfaltata con una riga bianca, solo che io non ero solo, eravamo saltati in aria in tanti. Dal dehor del ristorante direttamente a faccia sull’asfalto, con un volo rovinoso in mezzo che però quasi nessuno ricorda. I grani del catrame conficcati nella pelle, quelli li ricordo bene, il bruciore è arrivato per primo a svegliarmi, poi il fuoco nello stomaco e infine il dolore agli arti, pesanti e immobili come macigni. La prima cosa che ho visto è stato il colore nero con una sottile riga bianca che si perdeva verso il fondo, ricordo di aver pensato a un quadro astratto che stavo osservando da troppo vicino. Non capivo il dove, il come. Le orecchie tumefatte, i suoni arrivavano ovattati. Chi, cosa, erano tutte variabili possibili. Sai perché le chiamano sirene quelle delle ambulanze o della polizia? Perché come il canto delle sirene ti stordiscono, ti riportano dal mondo incantato al reale e ti lasciano incredulo e incapace di reagire. Così quando mi hanno messo sulla barella, come te ho rantolato appena percettibile, ma io pensavo di gridare fortissimo il mio dolore.
Lo scoppio della bomba aveva distrutto il ristorante e mandato in frantumi tutti i vetri delle case che si affacciavano sulla piazza. Tanti, eravamo in tanti sbattuti ovunque, ma ognuno si sentiva solo, ognuno pensava come un uomo solo. La differenza tra chi soccorre e chi è soccorso sta proprio nel silenzio. Chi soccorre, parla, grida, è agile, ha una presa salda, uno sguardo energico. Chi è soccorso è muto, lento, immobile e spento. Anche se non è un ferito grave, anche se può camminare, parlare, muoversi, chi è soccorso è incredulo, è fuori gioco.
Sai, io non sono molto bravo a prendermi cura di me, così ho pensato di non essere adatto a prendermi cura di qualcun altro, anche semplicemente di un cane. Invece ce la stiamo cavando bene, entrambi. Che dici dormiamo? Tu lo stai facendo da un po’.. è giusto così ora, sei molto più stanco di me.’


24 marzo - La cura (parte prima)

Un uomo, al volante di un’auto piuttosto grande, guida veloce, l’asfalto corre senza intoppi sotto le ruote.
È troppo tardi perché ci sia traffico. Sta tornando a casa e ascolta alla radio le notizie del giorno che si è perso. Sequestrato dal lavoro non ha avuto il tempo per vivere anche la sua vita.
È una sera normale, e lui un po’ più stanco del solito.
Sulla strada buia, subito dopo una curva, l’uomo ha la prontezza di riflessi di frenare all’istante, la macchina inchioda portandogli il corpo in avanti, sospeso sulla cintura e poi schiacciato di nuovo al sedile. I fari dell’auto illuminano un qualcosa di immobile nel mezzo della carreggiata. Si ferma con l’auto a meno di cinque metri dall’ostacolo. Non sa se scendere. Lo coglie all’improvviso una sorta di paura che lo paralizza, dura il tempo di un pensiero, poi la curiosità gli fa aprire la portiera e scendere per vedere.
Mentre l’uomo si avvicina ne stima le dimensioni: più piccolo di un uomo, grande più o meno come una valigia da imbarco, sembra comunque un oggetto, quindi immobile. Quando la distanza tra l’occhio e l’ostacolo è meno di un metro, si svela l’arcano. È un cane, mezzo morto.
Dopo la scoperta, se ne torna in macchina. Chiude la portiera ma non accende il motore e non riparte. Resta immobile a guardare quell’ammasso grigiastro e informe in mezzo alla strada. Si ripete nella testa che è un cane, mezzo morto. Quindi ancora vivo.
Avvia l’auto e si muove in avanti. Si ferma a un metro dall’ostacolo, ora i fari illuminano bene il cane, il pelo ispido, le zampe ripiegate verso l’interno, occupa uno spazio sorprendentemente piccolo per un animale di quella taglia. L’uomo scende dall’auto, apre il bagagliaio e prende una coperta, poi si dirige verso il cane. Lo avvolge cercando di lasciargli fuori il muso per respirare, ma raccogliendo bene le zampe per fare meno fatica nel sollevarlo. Quando lo posa nel bagagliaio, il cane emette un rantolo esile, quasi impercepibile. Immagina che quel suono flebile, ora sia il guaito più lancinante che possa emettere questo animale ferito. Guida piano fino a casa, facendo attenzione a prendere le curve morbide perché il suo passeggero non venga sballottato nel bagagliaio da parte a parte.
Mentre il portello del garage si apre, l’uomo cerca un vecchio tappeto nella rimessa degli attrezzi e lo sistema sul lato sinistro lontano dalla porta che conduce alle scale. Poi entra con l’auto lasciando lo spazio per passare con l’animale, posa sul tappeto il cane ancora avvolto nella coperta e gli avvicina una ciotola d’acqua dove ha sciolto un’aspirina. Poi spegne le luci e chiude la porta dietro di sé.

È l’una e trentotto di notte. La porta delle scale si apre e nel garage entra la luce di una torcia. L’uomo in pigiama e ciabatte porta una ciotola per l’animale ferito: un wurstel tagliato a rondelle e del pane schiacciato nel latte. Posa la ciotola sul tappeto e osserva se il cane respira. La luce della torcia illumina la coperta che si solleva e si abbassa con molta fatica. L’animale è vivo ma non apre gli occhi e non avvicina il muso al cibo. La ciotola con l’acqua invece è finita. L’uomo la riempie con dell’altra fresca. Poi prende dallo scaffale una sdraio pieghevole, la apre e la sistema vicino al tappeto. Ci si siede sopra e si copre con un plaid.

L’uomo che soffre di insonnia ha dormito fino all’alba sulla sdraio di plastica. Si sveglia per un rumore ripetitivo, il cane sta mangiando il wurstel, un pezzo alla volta, lo toglie dalla ciotola e lo porta con la bocca sul tappeto, poi lo addenta e lo mastica a fatica. L’uomo e il cane si guardano negli occhi per la prima volta. Quelli dell’uomo sono marroni, stretti, un po’ inclinati agli angoli, verso il basso, con qualche ruga e fitte ciglia nere. Quelli del cane sono neri, grandi e rotondi, uno solo però si vede, l’altro non è aperto e il pelo intorno è bagnato e sembra appiccicoso. L’uomo resta immobile a guardare il cane che finisca il suo pasto, poi gli avvicina l’acqua e lui beve con la lingua pesante che si distende nella ciotola. L’uomo rimuove con cura la coperta e vede una delle zampe con una flessione innaturale. È sicuramente rotta, sembra quella di suo fratello quando era saltato giù dall’albero per non farsi prendere a guardare nel giardino del vicino, dove due ragazze stavano sdraiate al sole.
L’uomo cerca due bastoncini di legno, strappa un pezzo di stoffa da una vecchia camicia e recupera dal cassetto del nastro adesivo. Si avvicina al cane, gli fa annusare la mano e la lascia lì finche l’animale regola il respiro senza affanno. Poi lentamente gli prende la zampa rotta, la sistema tra i due pezzi di legno, la avvolge nella stoffa e poi ferma tutto con il nastro adesivo argento. Ora l’animale sembra abbia un arto bionico e l’uomo si risiede sulla sdraio perché il cane si abitui alla sua presenza e non ne abbia paura. Dal suo posto comincia a raccontare dove ha imparato a bloccare una frattura, anche se non gli era mai successo di farlo a un cane..
‘Quando ero un ragazzino i miei genitori mi mandavano a uno strano campeggio estivo. Trascorrevamo due settimane in una baita dove c’eravamo solo noi ragazzi, gli istruttori e la natura. Dovevamo imparare a ritrovare i sentieri, a orientarci in base agli elementi naturali: il sole, lo scorrere del ruscello, il muschio sui tronchi degli alberi che indica il nord. E poi se ti facevi male mentre eri in perlustrazione dovevi cavartela da solo o aiutare un tuo compagno ferito. Quali erbe erano disinfettanti, quali commestibili, quali velenose. Ricordo che durante quelle ronde in cui a turno cercavamo l’occorrente, tipo legna per il fuoco, cibo o acqua, la squadra parlava poco. Eravamo così attenti ai rumori della natura, che nessuno scambiava parole con gli altri. Poi di ritorno alla base ridevamo e facevamo degli scherzi in continuazione, ma durante la raccolta eravamo silenziosi, come gli animali del bosco..’
L’uomo racconta e il cane non muove nessuna parte del corpo, guarda con l’occhio aperto verso la sdraio. Il respiro è affaticato ma regolare e il corpo dell’animale è rilassato tanto da addormentarsi.
Quando il racconto finisce, l’uomo si alza dalla sdraio e lascia l’animale convalescente per andare al lavoro.
(fine prima parte)


23 marzo - La donna del lunedì


Comincio a sentire la tua mancanza. Così mi scrivi, ma puoi farlo? Mi sono svegliata era mattina presto. Fuori il lattiginoso colore della nebbia mi faceva capire il luogo dove ero. Ho sentito il mio corpo, l'ho pensato per te. L'ho accarezzato come se fosse tra le tue mani. Morbido e di spessore. Era quell'ora così presto del mattino che tu passi in veglia, forse anche tu guardavi un cielo bianco come quello che contornava la mia finestra. Le mie/tue mani sotto la maglietta carezzavano il tutto.. ho pensato che oggi era lunedì e tu mi avresti cercato, chiamato, scritto. Lo fai spesso il lunedì. Le amanti sono le donne della settimana, soprattutto del lunedì. Quando la routine ritorna nella vita, anche le amanti ritornano ai pensieri. Si sa che le amanti non sono donne del tempo libero, perché quello è un tempo che non sa trovare giustificazioni. Mentre se si lavora, c'è sempre un intoppo che possa portarci altrove da dove dovremmo essere, in un luogo inespresso e per cause di forza maggiore.
Ho imparato anche io a non aspettarmi nulla da te nel weekend. Non m riconosci, oltre a non volerti ricordare di me. Rifiuti anche qualsiasi invito formale per non ritrovarti nella stessa stanza dove possa esserci io. Stavo per dirtelo. Poi ho pensato che non ne valesse la pena. Oppure che mentre te lo dicevo avrei potuto singhiozzare inavvertitamente. Era da evitare. Dovevo, invece, usare questo tuo passo falso come altro piccolo particolare della tua nullezza. Mi piace inventare le parole per te. Piccoli aggettivi significativi che possano decorarti in modo unico. A forza di scivoloni che stai facendo tra poco sarai incoronato Signor Nullezza.
Le parole che io peso e valuto e seziono, tu le usi in modo così leggero.. Comincio, mi dici, comincio a sentire la tua mancanza. Comincio è un inizio. Significa che prima di ora non hai avuto tempo, modo, necessità di me? Accarezzarmi e pensarti è una punizione che ti voglio infliggere. Prova a sentire questa mancanza se ci riesci. La mancanza di questa pelle, di questa consistenza. Tra le labbra magari, prova a sentire come potrei mancarti tra le labbra.. Questa mattina dunque ti ho punito sulla fiducia, sapevo che mi avresti cercato. Era infatti lunedì..

Mi dici che sei nelle mai stessa città per lavoro. Ma che non hai tempo nemmeno per un saluto. Che vorresti dedicarmi un'ora intera, ma non avendola a disposizione non mi dai appuntamento nemmeno per cinque minuti. Non vuoi vedermi, ecco quello che penso. Ti fa male e te lo dico. Tu rispondi che un po' è vero, un po' ti fa male, ma c'è anche la voglia e non sai cosa scegliere. In realtà hai scelto per tutti e due. Non hai tempo e quindi non si può fare. Poi mi dici forse un saluto veloce alla stazione, il tempo di un caffè, ma il tutto è lontano dal nostro vedersi per parlare con calma.
Scelgo uno dei tanti luoghi di incontro sparsi tra queste rotaie. Più o meno tutte le persone come te si assomigliano in questo non luogo. Cappotto, completo scuro, scarpe lucide. Devo fare attenzione a non scambiarti per qualcun altro. Quando arrivi ordini un caffè e ti siedi a un tavolino con due sedie libere. Prendi il telefono senza fare nemmeno finta di aspettarmi.
Io rispondo, mi chiedi dove sei?
Io non rispondo.
Allenti la sciarpa con la mano, liberi un bottone del cappotto dalla sua asola.
Mi chiedi sei già arrivata?
Ti dico che ho risolto il problema.
Quale problema?
Di te che non vuoi vedermi mentre io lo volevo. Infatti ti sto osservando mentre liberi il collo dal caldo della tua sciarpa. Una lana morbidissima che ha attratto il tuo profumo nelle maglie strette. Io l'ho sentito il calore e il tuo odore, quando me l'hai messa al collo in un pomeriggio di neve. Avevo smesso di respirare l'aria rarefatta della piazza per filtrare l'ossigeno necessario attraverso quella maschera morbida che mi faceva godere del tuo profumo. Ricordo di aver infilato dentro anche le mani, le dita gelide a scaldarsi anch'esse di te. Ora il tuo movimento è goffo, non riesci a sfilare una parte con una mano sola, la lana fa attrito e il viso ti si tinge di porpora leggera.
Dove sei? Questa volta mentre lo chiedi ti alzi in piedi e la testa si gira veloce in diverse direzioni.
Io dico che non mi devi cercare perché non mi vuoi vedere e quindi il problema non si pone.
Ti risiedi e la testa si abbassa, appoggi il gomito sul tavolo metallico.
Questa conversazione è assurda.. lo dici con tono serio.
Io non rispondo.
..è indecente, aggiungi, più serio, se possibile.
Io non rispondo.
Ti prego, vieni qui. Voglio vederti, ho bisogno di toccarti.. non lasciarmi da solo..
Ti sto adorando, come puoi pensare di essere solo? Quante persone hanno questo privilegio, qui, ora?
Mi ricordo quando ti ho annodato la sciarpa intorno al collo, mi hai guardato con gli occhi sbarrati per un tempo lunghissimo, ero in un imbarazzo folle.. sono scappato dal tuo sguardo esplicito. Voglio guardarti negli occhi, adesso. Mi accorgo che mi mancano anche i tuoi occhi, anche se li immagino spesso. Vieni qui da me.
Dici questo tutto in un fiato, la voce sottile.
Il silenzio che lascio passare è lungo e si riempie delle parole metalliche dell'altoparlante: annunciano il treno delle 16.10 per una città che amiamo entrambi. Ti chiedo se ti piacerebbe salirci.
Tu dici sì.
Ti dico corri allora, dico corriamo.
E tu annuisci, ma il tuo corpo non ha moto a luogo. Sorridi a una piccola sciocchezza, come se l'avessi detta. Io però su questo treno ci salirò davvero. Devi correre se vuoi venire, carrozza 4 posto 56. Ti lascio con il vuoto nelle orecchie. Mentre salgo le scale mobili ho ancora l'ultima visione della tua schiena ricurva sul tavolo. La testa affossata nel petto. Ti lascio alle spalle e sento che l'ultimo annuncio ti logorerà i timpani, come il canto di una sirena che prima di scomparire tra i flutti lascerà il marinaio avvilito e sordo perché non ha saputo scegliere.


22 marzo - Il taglio

Un raggio entra obliquo dall'apertura del tetto. Ho una finestra sopra la toilette, la luce precipita sempre sul pavimento, ma ora è nel lavello, come una pozza di acqua stagnante. E nella ceramica smaltata c'è l'ombra della mia testa. Capelli, fini, lunghi. Che voglio tagliare perché tu non mi rispondi.
Nelle mani pesano. Sono di metallo, e luccicano nell'ultimo riverbero del giorno. Ho preso le forbici dal cassetto della cucina, le tengo nello scomparto dei coltelli, sono forbici troppo affilate per tagliare i contenitori di plastica, come i sacchetti delle patatine o della pasta. Forbici che non uso mai, di cui non ho dimestichezza. Ora luccicano vicino al mio cranio, lo immagino imberbe, con questi peli sottili che si rincorrono a diverse lunghezze. Voglio ferire la mia capigliatura perché so quanto ti piaccia così lunga. Penso che di me tu possa vedere la femminilità lanciarsi lungo le ciocche, come su uno scivolo lucido e liscio. Ora voglio accorciare, le distanze, le lunghezze. Per assomigliare di meno, il meno possibile a qualcosa che tu possa trovare femminile e desiderabile.
Ho sempre usato i capelli come specchio della forza interiore. Sottili, radi, lisci, non potevano fungere da attrattiva, così mi alleavo con loro per la leggerezza, l'irrimediabile compostezza dell'essere. Tu ci vedi un femmineo che ho colorato a forza di rinunce. La mia seduzione sta nello sguardo e nelle parole, il resto è da sempre un contorno.
Ti chiedo di Platone, quanto mi dai di ragione di desiderio di volontà. La tua risposta è precisa, è banalmente circostanziale. Ipotizzi un altro elemento che non sai nominare. Forse io posseggo dell'altro, forse il Filosofo con me si è sbagliato.
Posso gestire la casualità di un evento, così studio il mio viso che ora è incorniciato da una lunga frangia e da capelli scuri che arrivano alle spalle. Con le braccia conserte misuro le lunghezze, gli occhi percorrono dalla radice alla punta il taglio immaginario che potrebbero attuare. Perché il cambiamento è sinonimo di svolta, di qualcosa che viene rinnegato e poi immolato a ragione. La fine del processo è una bella sensazione di rinascita. Alla fine stiamo sempre bene. La diversità ci appaga.
Così le ciocche si sfilano, le lunghezze precipitano nella ceramica come caduti su un campo innevato. E sono netti, composti nella loro casualità. C'è rispetto per la stasi, per l'immobile posizione. Il taglio è qualcosa che richiede una decisione, in effetti dovrà passare del tempo prima che il tutto ricresca e possa essere reciso di nuovo.
Quando i cambiamenti impongono un respiro, un silenzio, hanno un peso diverso. Quasi religioso, la compostezza che ha il corpo dopo che si è fatta la scelta.
In effetti, di continuo, io scelgo te. E come una monaca mi taglio la chioma per modestia, perché nessun altro possa godere del me. Chino il capo alla solerzia che hai dimostrato, alla perseveranza. Nessuno mi ha mai amata con così tanto silenzio e così da lontano. Ed io come una vestale custodisco il tuo segreto, e lodo le tue fattezze di dio umano e allegorico, di razio e desio. I miei capelli che sistemi sempre, che ti fai passare tra le dita, ti piace mettere ordine nella mia testa e cominci proprio dal fuori, con carezze delicate. Mi tocchi sempre i capelli come si fa ai bambini, un buffetto spigliato e affettuoso, come a dire, sei bella comunque sia.
La prima ciocca cade fluttuante, le altre seguono con meno interesse. Il bianco si tinge di scuro, l'acqua impasta i fili sottili che raccolgo a chiusura del tutto. Ora le mani passano tra i molli bruni residui. È la testa di un ragazzino che leggero di sole vuole uscire a giocare. Ho abbattuto il femmineo perché tu non avessi più scuse. Ora l'amore che provi dovrà trovare giustificati altrove. Ho tagliato di me il superfluo, l'esponenziale, perché quello che sta sopra le parentesi assume cattive abitudini. E così quanto ti vedrò di nuovo sarò più semplice, più lineare. Il mio sguardo non avrà dove nascondersi, e se vorrai toccarmi di nuovo i capelli, sarà per stupore. Ho tolto la seduzione per metterti alla prova. E per dare a me una via di fuga.

Ricevo una foto e la guardo più volte, riconosco il numero ma non la figura. Poi capisco cosa si è fatta. Cosa mi ha fatto. Mi arrabbio e poi mi commuovo. Vorrei chiederle il perché, ma so che lei vuole sia io a capirlo. Sarò breve, il mio amore ha tagliato i capelli. E questo mi ha ferito lo sguardo, perché quei molli fili di seta le danzavano intorno agli occhi e li coprivano come un sipario, lasciando a me il tempo di nascondermi. A volte li scostavo per chiarezza, ma spesso lasciavo che mi proteggessero dal me che lei si era presa in ostaggio. Così avevo bisogno di quell'evasione possibile, fatta del rimpianto e del non detto.
Ora è una donna che assomiglia a un uomo, asciutto e cortese. E in questo taglio irrazionale trovo la sua fuga da me. Troppo palesemente le ho manifestato l'erotico, il mio sogno su di lei. Capisco che ha dovuto difendersi. Da se stessa, dalla voglia che aveva di dirmi di sì. È una donna austera, che non si inoltra nel desiderio senza prima costruire argini emotivi. Se si concede è per il tutto, se si abbandona è per il futuro anteriore. Io da parte mia le ho aperto casa, ma senza darle le chiavi. Così, nel suo ruolo di intrusa lei si difende dal bene che potrebbe volermi. Con false dichiarazioni e con silenzi prolungati. Diventa donna del distacco che non tradisce emozioni. Io poco indago, non voglio sapere: l'ignoranza emotiva mi si addice. Sono un essere troppo vendibile, le pubblicità mi fanno loro con qualche famiglia felice che inzuppa i biscotti in grandi tazze piene di latte. Vorrei la perfezione a volte, anche solo mediatica. Qualcosa di semplice in cui credere, qualcosa di compiuto da raccontare. Così accolgo il suo taglio come una dichiarazione d'indipendenza.
E la prossima volta che la vedrò le prenderò la testa con entrambe le mani, le annuserò i capelli, le bacerò la fronte, gli occhi, le labbra. Per farle capire che non ha funzionato.


21 marzo - La panchina

La via è lontana, un'imboccatura stretta che l'occhio non riesce a dimensionare. Il corpo barcolla, i muscoli sono nell'incerto stato di attacca o fuggi. Focalizzare, attendere che un piccolo punto lontano diventi riconoscibile, così che questa onda anomala passi e il cuore ritorni a cuccia. Sono seduta su una panchina, il sole a picco sulla fronte, occhiali scuri che proteggono il dentro dal fuori mentre il corpo si scuote in un silenzioso attacco di panico. Il terzo questa settimana. E siamo solo a martedì. L'adrenalina è libera di scegliere la via, come un dittatore in una piazza tiene sotto scacco tutta la platea, così il panico ha il dominio incontrastato su tutto il mio corpo, nessun muscolo escluso. Ho provato a distrarmi, leggere qualcosa, ma questa stupida borsa troppo grande fagocita ogni cosa. Impossibile trovare un libro nelle sue viscere quando le mani sembrano polipi in mare aperto. Così seduta composta, cerco almeno di evitare la caduta rovinosa del mio corpo sul porfido. Conto i cubetti tra i miei piedi, do a ognuno una dimensione in centimetri, poi in millimetri, poi in metri per tenere accese le sinapsi, per tenermi ancorata alla vita che in questi 8 minuti vuole andare altrove da me. Tanto non muoio, se sto seduta e non cerco di attraversare la strada o di buttarmi nel lago, non morirò. Non per questo DAP che letteralmente è solo una comunicazione sbagliata tra corsie del cervello, un errore di burocrazia mentale. Intanto intorno le cose accadono, passa una gonna lunga da cui sporgono sandali con un fiore rosso, il bordo di una ventiquattrore che sbatte su un pantalone di lino scuro, gambe nude di bambina gambe nude di madre con orsacchiotto trascinato stanco per un'estremità pelosa. Pausa. Un gatto grigio, striato, passo molliccio. Pausa. Gambe di donna anziana in collant color moka, sandali ortopedici, sporta semivuota che batte sulle caviglie. Pausa. Ancora donna anziana, la pausa è stata più nebbia nella visione che assenza di cose. Ora chiudo gli occhi perché due onde impetuose si sono allargate sulla retina e attaccando la diga hanno straripato acqua oltre le palpebre abbassate. Le lacrime mi bagnano tutte le guance, ed è buffo come io ora non senta alcun dolore, solo il fresco di questo rigagnolo che finisce sulla pelle delle mie gambe, oltre il jeans scolorito. Pausa lunga.

Esco dal budello e il sole di mezzogiorno mi restringe la pupilla a uno spillo. Questa piazzetta è piccola e assolata, pochi passanti perché quasi non ci sono panchine all'ombra, ma lei mi da sempre appuntamento qui. Gli occhi si sono adattati alla luce e riconosco la sua sagoma. È seduta su una panchina, ma con il corpo così rigido da trasmettere scomodità a chi guarda. Mi avvicino e non la chiamo. La osservo, da in piedi, non troppo vicino. Ha gli occhiali scuri ma indovino il suo sguardo posato oltre i passanti, che raggiunge il lago.
La conosco da che eravamo bambini e in questo lago ci facevamo il bagno nei mesi estivi. Una marmaglia di ragazzini che raggiungevano la spiaggia attraverso il bosco, ognuno con il proprio asciugamano e i viveri per la merenda. Lei arrivava sempre con un libro, un taccuino e la matita infilata nei capelli a tenerli raccolti. E poi rubava qualcosa da mangiare a ognuno di noi dopo il bagno. In acqua ci andavamo poco, solo quando il caldo si faceva feroce, e ci andavamo solo a nuotare. Sempre una gara a chi arrivava prima alla boa e tornava indietro. Lei era veloce ma non mi ha mai battuto, ho sempre pensato che rallentasse quando mi vedeva arrivare, perché nessuno mi prendesse in giro per essere stato superato da una ragazza. Sto cercando di ricordare per quante estati, prima che lei non venisse più: tutte le medie, e le superiori. No, l’anno della maturità lei non c’era. Era l’anno in cui successe il fatto per cui lei se ne andò via.
Io ho viaggiato per vent’anni indietro nel tempo e lei ancora non ha cambiato posizione su questa panchina, la schiena dritta, le mani nascoste l’una nell’altra. Mi avvicino per chiamarla e vedo una lacrima che precipita dalla sua guancia fino sul jeans, allargandosi in una macchia scura. Non so cosa fare, io non sono bravo con le lacrime, mi mettono a disagio e le sue in particolare mi imbarazzano. Non l’ho mai vista piangere. Sto ripensando a tutto il tempo trascorso insieme, possibile che io non l’abbia mai vista piangere? Eppure non ne ho memoria, scorro veloce le immagini, ma mi ricordo solo momenti felici o neutri. E quando successe il fatto, lei non versò una lacrima, questo è memoria di tutti.
Il suo modo di piangere è singolare, non ha nessuna smorfia del viso, semplicemente le lacrime scorrono sulle guance e poi precipitano. Non ha singhiozzi o altri movimenti del corpo. Sembra una statua sul cui viso liscio e immutabile scivola del liquido trasparente, come una Madonna che faccia il miracolo e dai cui occhi di vetro compaiono le lacrime.
Le sono seduta accanto che nemmeno me ne accorgo. Guardo dritto al lago, come lei. Anche il mio corpo è composto su questa panchina, anche io sono in silenzio. Aspettiamo semplicemente che il tempo passi, questo tempo che ora non è nemmeno imbarazzo, ma solo una lunga pausa senza parole.
Sale una leggera brezza che le asciuga le guance, anche i cerchi scuri sui jeans si disperdono. Non c’è più traccia alcuna del suo pianto e lei si può girare verso di me e salutarmi come se fossi appena arrivato. Il suo sorriso lo riconosco, è quello di sempre, leggero all’inizio, poi si allarga e crea due fossette ai lati e rimpicciolisce gli occhi a fessura.
Io appoggio la schiena al legno rigido e penso che il lago da qui è proprio bello, incrocio le mani alla nuca e stendo le gambe, mi rilasso e chiudo gli occhi. Aspetto che la sua voce ritorni a dirmi qualcosa, ma senza fretta. Mi godo il suo silenzio e il nostro lago nel quale tanti anni prima abbiamo affondato il suo segreto. Questa volta però lei non scapperà di nuovo, questa volta l’aiuterò a non avere paura.


20 marzo - Le imperfezioni

Mi chiamo Ada. Non pronuncio il mio nome da così tanto tempo che ne avevo perduto il suono. È un nome breve ma largo, fatto da vocali generose e ripetitive. Il mio nome mi rispecchia, io mi ci ritrovo: lo puoi leggere avanti o indietro e non cambia. Sempre io sono.
Mi chiamo Ada e dovrei ricordarmi qualcosa di me. Quei dettagli piccoli che fanno inciampare e cambiano il tempo a venire. Come quando perdi il treno per un semaforo rosso e tutta la giornata è da reinventare. Potrei spiegarmi le coincidenze che hanno portato a incontri improvvisi e che si sono poi rivelati fondanti per il resto dell’esistenza.
Mi chiamo Ada e vorrei conversare con il signor Destino, chiedergli quanto si è divertito con me o se gli sono venuta a noia con la mia incapacità di seguire uno schema. Penso che il suo disordine sulle cose del mondo sia una creazione perfetta, fatta di ricorsi e di nuovo, di dolce e improvviso che crea un perenne stato di incertezza. Come il colibrì cambia con costanza la direzione e si muove in volo asincrono, avanti e indietro come solo gli insetti sanno fare, così io l’attimo lo cerco e lo rinnego, con devozione e quasi isteria. Ma tant’è che come è il mio nome, anche io non cambio, se ritorno sui miei passi, ripercorro comunque e sempre gli stessi.
Mi chiamo Ada e amo guardare il sole con la carta rossa delle caramelle Rossana. Lo faccio fin da bambina quando mia nonna mi portava alla messa della domenica pomeriggio e poi mi dava una caramella tornando verso casa. Solo se starai buona in chiesa, ti darò un bonbon. Bugia. Mi dava comunque la caramella anche se mi ero addormentata con la testa sul banco o avevo cambiato i nomi ai santi. Mia nonna forse non lo sapeva, ma mi stava creando un ricordo con quel colore rosso e quel sapore dolcissimo di zucchero e crema che esplodeva in bocca, dopo che l’involucro duro andava in frantumi.. Il ricordo di qualcuno che mi avrebbe amato nonostante tutto.
Mi chiamo Ada ma il mio nomignolo è Ninin, me lo ha dato mio nonno perché gli altri nipoti li chiamava tutti Nini, ma io ero la più piccola e sono diventata Ninin che ai suoi orecchi suonava come un vezzeggiativo. Ora quando uno cresce con un nome e un nomignolo palindromi, non può certo capire che la vita è in un solo senso e che va solo avanti. Chi è abituato a sentirsi uguale sia andando da sinistra a destra come al contrario, ha difficoltà a seguire una direzione. A volte va verso la luce, ma spesso si ferma a vedere le ombre e torna indietro per raccoglierle.
Mi chiamo Ada e so stare in equilibrio su un piede solo per molto tempo. Me lo ha insegnato la mia maestra di danza, una donna secca secca che si faceva una crocchia con i capelli argentei e poi la fermava con uno spillone color oro. Era una donna severa e dispotica, ma da lei ho appreso il rigore del corpo, e che la fatica fa bene allo spirito. Con una calzamaglia che ti faceva impazzire di prurito alle gambe e un body nero che il mio corpo informe e scheletrico non riempiva, passavo l’ora di lezione obbligata in esercizi ripetitivi e faticosissimi. E il tutto era molto lontano dall’immagine leggiadra della ballerina che, sulle punte e con il sorriso in viso, piroetta per tutto il palcoscenico. Tutte noi allieve eravamo costrette davanti allo specchio a vedere i nostri corpi sgraziati che cercavano di riprodurre pose impossibili. La gamba non era mai abbastanza in alto o abbastanza tesa. Il piede mai a sufficienza ruotato e le braccia sempre troppo rigide. La vecchia con la crocchia voleva che la chiamassimo signora Mimì e accennava gli esercizi da seduta, pronunciando i nomi di ogni passo e le volte che dovevamo rifarlo: 1 plié, 2 grandplié, 2 relevé e 4 tandù davanti, 4 rondejambe e 8 ronde aller, ... Io non ho mai ricordato un solo nome e mi riducevo a copiare l’intero esercizio dalle mie compagne, per questo non potevo mai stare in testa o in coda alla sbarra, perché quando ci si girava per ripetere l’esercizio io sarei rimasta sola, con una poltiglia di nomi francesi nella testa. La signora Mimì mi ha insegnato la fatica, quella che ti fa venire da piangere perché senti che non ce la farai a finire, perché i piedi ti sanguinano e le energie non ti basteranno per arrivare fino in fondo. Ma non ti puoi lamentare e non puoi smettere, devi ballare finché la musica non finisce. Ho imparato che se fai fatica, quella vera, non ti puoi anche lamentare, perché non hai il fiato necessario per farlo. E così ora sono diventata una donna che sa stare immobile, in silenzio per un tempo lunghissimo, che sa ascoltare il corpo che duole senza lamentarsi, una donna che sa stare in disequilibrio perché sa all’occorrenza dove ritrovare il centro.
Mi chiamo Ada e mi piace giocare con le parole, farle scivolare fuori dalla mente oltre le mie dita. Disegnarle sul foglio in lettere arzigogolate, in sfumature così sofisticate che quasi non si riconoscono. Mi piace giocare con i suoni e sezionare i significati, lasciare che la mente vaghi senza una meta, mettere in fila parole anche senza una frase. E non sempre la gente capisce quello che sto per dire, gli sguardi su di me sono spesso confusi. Così quando rido a una frase palindroma, come ‘ero maniaca in amore’, le persone non si accorgono che su queste lettere possono anche tornare indietro e il tutto funziona, perfettamente. Pensano solo che io sia davvero una maniaca.. come in effetti è. Ma non riesco a spaventarmi della differenza, di quella che c’è tra me e gli altri, sono troppo curiosa delle dissimilitudini per averne anche paura. E poi io..maniaca si, ma in amore difficile. Non si può essere maniacali con qualcosa che non si pratica.
Sapete..io gli ho chiesto più volte cosa volesse da me. Così, per capire. Non per curiosità, ma per conoscere i suoi piani. Ma lui sembrava solo affascinato da tutte le mie imperfezioni, come uno studioso che analizza una specie rara. Forse mi stava intorno solo perché le mie stravaganze lo rallegravano, lo distraevano dal mondo reale. Forse io reale per lui non lo sono mai stata. Infatti preferiva non vedermi, ma telefonarmi o scrivermi, lunghissime conversazioni a chilometri di distanza. Gli ero grata all’inizio perché lui non vedeva in me problematiche ma solo caratteristiche rare, ipotesi di meraviglia, tesori da ammirare e proteggere. Per lui ero bella, spesso bellissima, una principessa, un poeta, permalosa, fragile, sensibile, sconnessa dal mondo reale, piena di domande, silenziosa, timida, sincera, con una risata rumorosa, insonne, austera. Per lui io ero l’insieme perfetto di queste imperfezioni. E potevo essere così imperfetta perché tanto non ero reale, nel senso che non mi scontravo davvero con la sua vita. Così anche quando sono tornata indietro per vedere cosa di me avesse tenuto, ho capito che non aveva conservato niente, come si fa per le nuvole a cui si danno forme antropomorfe. Io ero solo una tesi in un problema matematico, e le mie imperfezioni le diverse ipotesi.
Il mio nome è Ada, e la temo come tale.


19 marzo - Slowly

Amami slowly che fuori è l’inferno. Le bombe cadono e noi non possiamo parlare. Fuori da qui siamo colpevoli di non aver seguito il comune destino. Toccami il fondo, prendimi il vuoto che il cuore ha costruito come staccionata. Per sapere, per volere, sii tu il guardiano. Ascoltami, aspettami. Gli altri sono partiti, noi soli abbiamo deciso di restare. Abbracciati. Soffocati dalla fuliggine dei crateri che si aprono al nostro passaggio. Non usciamo allo scoperto. Troppo rischioso essere qualcosa senza un’autorizzazione.
Slowly le tue carezze, slowly anche i pensieri, che il noi non si consumi con il passare di questo tempo sospeso.
In attesa, siamo nudi uno davanti all’altro. Mi conti le ossa, io le ferite. Cerco di ricucire quelle di superficie con piccoli baci ammorbiditi di lacrime. Mi porto avanti con il disfacimento di te. Per quando non ci sarai più, per quando dovesse accadere. Cadranno le bombe anche dentro, ci staneranno come conigli che hanno una sola via d’uscita. Almeno chiedo addormentati, che il sonno ci abbia fatto suo.
Come una coroncina di alloro, la testa ho cerchiato con i miei capelli, il tuo sapere e la memoria. Tutto custodisco sotto trecce che faccio e disfo di continuo, perché il tempo passi ma anche ritorni. Canta per me piano, recitami una canzone che sappia di inverno, così che il freddo che provo sia giustificato. Mangiamo cose che non hanno sapore, le condiamo con la memoria, perché non ci portino via anche i ricordi. Abbiamo perduto lo svago, la soddisfazione dell’abbondanza, la possibilità della rinuncia.
Portami la voce nelle viscere, falle muovere come marionette legate dal filo dell'abbandono affinché il passo sia saldo in questa avanzata che non si muove. Oltre i vetri anneriti le voci sono restie, i bisbigli sono cheti, affilati gli ordini che risuonano in lingua straniera. Chi si muove ha un passo cadenzato, di una ritmica grottesca e affaccendata.
Guardami molle, gli occhi immersi nel sonno che è una dimenticanza. Se provo brividi è perché puoi ancora toccare di me parti vive che resistono all’oblio.
La tua schiena è una curva docile, il tuo viso una sfumatura plumbea. Potessi portarti con me ovunque andrò, quando la separazione sarà cosa fatta. Potessimo almeno decidere il quando e il come. Invece sarà un assalto, e noi non cercheremo di difenderci. Continuerò a guardarti anche allora, mentre qualcuno verrà a dividere i nostri corpi? Cercherò, lo spero, di trattenere il tuo odore nei palmi chiusi, il tuo respiro lo nasconderò sotto la lingua. Ingoiando un po’ del tuo fiato sarai con me ovunque.
Raccontami dolce, che la tua voce viaggi piano e ci metta tempo a sprofondare nelle viscere. Lascia che io mandi a memoria le sillabe, la confezione delle parole che tu leghi con nastri di giuramento.
Usciamo di notte, quando le voci sono spente e i lampioni muti. Usciamo a prendere l’aria che resta, in una piccola fila indiana composta da me e te, così stretti, così a ridosso di noi stessi che ci confondiamo come un’unica ombra dimenticata al suolo.
Raccoglimi le mani, che si perdono per strada. È quasi facile amarsi in stato d’urgenza. Ogni istante come l’ultimo, ogni respiro rubato. Ecco cosa facciamo, siamo ladri. Di cose preziose ne abbiamo più poche, ma solide, ne riconosciamo il valore. Ricordi la nostra amica che confezionava torte di glassa? Ora potrei piangere di gratitudine nel vederne una in una vetrina, nel vedere una vetrina che non sia infranta. Potrei specchiarmi e, indicandolo, riconoscere il tuo amore al quale hanno tagliato i capelli.
Camminami piano accanto, che i rumori vanno dispersi. Confusi con la finta quiete prima della tempesta. Di altri non abbiamo sentore, perso le tracce.
L’odore anteposto della pioggia ci affina il palato. Deglutiamo la paura di essere scoperti, della divisione. Penso che mi mancherà il tocco più di tutto. Dei sensi il più lineare, perché si spande nel corpo rapido unendo tutti i punti. È persistente ma così labile se non rinnovato. E mi sorprende sempre il tuo tocco, trattenuto ogni volta. Non potrò portarlo alla nostra separazione. Resterà tuo, a me solo il fine.
Sognami. Io l’ho fatto e mi rinnegavi: hai venduto cara la pelle, ti è costata tutto il tuo amore. Attendevamo il buio, come tutti i giorni, quando sono usciti dal pavimento come talpe cieche con elmetti. Tu mi hai consegnato dicendo io non volevo. E così mentre mi prendevano, tu lasciavi che ti ripulissero e ti vestissero come si fa con un cavaliere.
I nostri sogni sono complementari e noi siamo spesso accondiscendenti.
Amami slowly che dentro è l’inferno. La paura si arrocca nel glottide e scandisce i rumori. Amami piano che è l’ultimo volo, senza ascensione. È che mi sono separata dal resto per vedere cos’è che mi tiene legata stretta. A te mancano le parole, solo sguardi disperati di chi non sente altri rumori. Pensi che io capisca, che se scelgo un finale diverso tutto si sistemerà. Così lavata la coscienza ritorneremo candidi figli di un tempo nuovo. E passeggeremo nel meriggio, raccontando ai passanti di noi. Solo allora la nostra storia avrà fine, nella possibilità di un domani si consumerà il pronome noi come una scintilla. E ci allontaneremo volontari. E sarà per sempre. Per questo posso amarti in questo stato di assedio, nella precarietà dell’attimo, finché continueremo a essere fuggitivi.
Slowly i pensieri, slowly le azioni.
Siamo degli invisibili che cercano le ultime pozze di buio nella città deserta.


18 marzo - Sisters

La chiamo. È più giovane di me ma tutti la scambiano per la sorella maggiore. Sento che il suo respiro è affaticato, ma sono certa che non stia né correndo né facendo le scale.. È proprio il suo cuore che corre, a inseguire l'ossigeno per cibarsene. Sento intorno a lei il silenzio ovattato di una stanza chiusa. Come se si fosse infilata ermetica in un barattolo e avesse creato il sottovuoto.
Dove sei è la prima domanda, cosa fai la seconda. È sempre così tra noi. Non ci siamo mai chieste come stiamo, abbiamo tutta la conversazione per capirlo. La chiamo perché sento che ha bisogno. Tanti piccoli segnali mi fanno pensare che la sua mente se n'è andata per un po' altrove. Scrive messaggi sgrammaticati, confonde i nomi delle persone e si è dimenticata l'anniversario di mamma. Questo è l'evento grave, mai accaduto.
Ogni anno, da quando non viviamo più insieme, io e mia sorella abbiamo giurato di far avere a nostra madre un fiore, nell'anniversario della sua morte, indipendentemente in quale parte del mondo saremmo state. Per la prima volta il suo fiore non c'era. Me l'ha detto lei stessa, stupita della dimenticanza. Non ha cercato di giustificarsi, era troppo dispiaciuta per farlo. Questo rituale lo aveva architettato lei l'anno dopo la scomparsa di nostra madre. Allora eravamo bambine e portavamo di persona fiori freschi presi dai campi e corredati da un disegno. Col passare degli anni i suoi fiori sono giunti da tutte le parti del mondo, sempre puntuali, sempre bianchi. Io pensai semplicemente che fosse venuto il momento di smettere questo cerimoniale, che avevamo elaborato il lutto a sufficienza e che nostra madre ora riposava in pace e noi potevamo finalmente dimenticare quel giorno in cui se ne andò con una manciata di pillole.
Mignon ha cominciato a invecchiare quel giorno, più rapidamente e con maggior coscienza di me.
Mignon..nostra madre la chiamava così, perché la sua statura era tipica della famiglia paterna, minuta e fragile, Lei che invece era una donna robusta e florida.. chissà forse pensava che quel corpo solido non sarebbe stato abbattuto da delle piccole palline bianche. Da quel giorno il corpo di Mignon divenne di vetro: andava in frantumi per un raffreddore e non fece mai pace con un peso normale. Dopo la morte di nostra madre noi rimanemmo con la nonna paterna. E tutto andò bene, anche se il nostro concetto di bene era un vizio di forma. Nostro padre transitava da casa a ogni ritorno da un viaggio e ci portava un regalo e una carezza sulla testa. Affettuoso a suo modo. Un microscopico affetto che due bambine dovevano farsi bastare. Così non fu difficile in poco tempo farne anche senza. Abbiamo imparato presto a fare senza di tante cose. A volte le persone ti stanno vicino per quella strana morbosità dettata dal tuo silenzio. Non è sindrome da crocerossine o desiderio inespresso di maternità. È proprio che godono nel vederti accartocciato su te stesso. Io e Mignon abbiamo smesso presto anche questo.
Solo lei sapeva come stavo. Solo io sapevo come stava lei.

Rispondo. Tanto so già perché mi chiama. È lei la sorella maggiore, ma sembra la più giovane. Quel bel viso rotondo esprime gioia e serenità e la gente le si avvicina speranzosa di trovare una calda accoglienza.
Sbagliato. Mia sorella è anaffettiva. Tranne che con me. Con me non potrebbe.
Mi chiama perché ha riconosciuto i sintomi, le mie dimenticanze. Mademoiselle mi chiama nella pausa pranzo, avrà mandato la sua segretaria stamattina a prendere un equilibrato lunch box che poi lei avrà sbilanciato con un Martini. Mademoiselle era il nomignolo che le dava nostra madre perché lei era una reginetta, non faceva mai una commissione o un lavoro in casa, sempre sicura che qualcuno avrebbe fatto fatica per lei. E così è diventata una donna di successo in un’azienda di successo, facendo fare agli altri il lavoro pratico.
Mademoiselle decide. Lo ha sempre fatto. Sa fare le scelte, le più ostiche, nei momenti più critici. La sua mente si accende davanti a un problema, diventa razionale e folle insieme, e ne scaturisce sempre la risoluzione la più magistrale possibile. Così al funerale di nostra madre.. io piangevo e lei raccoglieva informazioni per come sopravvivere al dopo.
Mademoiselle non piange, lei analizza, racchiude l’empatia in un baccello che poi sgrana al momento opportuno per intenerire gli altri a suo uso e consumo. Mia sorella ha sempre uno scopo, non inizia azione senza saperne il perché e soprattutto se ne uscirà vincitrice e indenne. Per questo lei lavora sempre, perché è un’attività che può controllare, anche se piena di imprevisti, lei può prendere delle decisioni anche se irrazionali a volte o improvvise, ma sempre scelte legate a numeri, comportamenti e azioni che in qualche modo riesce a prevedere e anticipare. E il suo essere anaffettiva le è di grande aiuto nella risoluzione della casistica disperata. Mademoiselle si interessa solo di me, io sono il suo punto debole, il suo cuore fuori dall’armatura, il calcagno che se trafitto le farà perdere lucidità e giudizio.
Una volta sola è accaduto, quando alle superiori un ragazzo più grande cercò di prendersi da me qualcosa senza permesso e senza gentilezza alcuna. Io riuscì a scappare e quando lo dissi a mia sorella, vidi in lei una trasformazione. La sua naturale leggerezza e strafottenza mutarono in rabbia e determinazione. Al ragazzo successe qualcosa di tremendo, ma nessuno ne parlò mai, perché bene bene non c’era persona che conoscesse davvero tutti i fatti. Tranne Mademoiselle, e lei era come se avesse chiuso quella sera nel vaso di Pandora, insieme ai demoni e, niente e nessuno l’avrebbe mai convinta a lasciar fuggire nemmeno uno spiraglio di quanto accaduto.
La donna che è diventata ha accelerato il processo di analisi delle emozioni che prova e, più rapida di una mantide, stacca la testa a ogni gioia, paura, delusione, prima che le emozioni abbiano il tempo di fare il primo passo nel suo cuore o nella sua mente. Lei congela, rende immobile qualsiasi sentimento appena lo sente nascere. E così rigido e freddo, lucidamente lo manda in frantumi e poi si libera senza fatica di ogni frammento. Mademoiselle si è allenata fin da piccola a non provare più niente, per nessuno.
Io, come dicevo, sono il suo tallone d’Achille, se colpiscono me, la sua anaffettività si incrina.

- Mignon, dove sei?
- A Bristol. E tu?
- In ufficio.
- Cosa fai?
- Controllo delle informazioni perché alcuni conti non tornano. E tu?
- Aspetto il mio appuntamento di pranzo.
- Abbiamo finito con i fiori per l’anniversario?
- No, vorrei mantenere questa tradizione, se lo vuoi anche tu.
- Va bene. Ma dimmi perché quest’anno i tuoi non c’erano.
- Perché ero arrabbiata con lei.
- ..per la prima volta. Finalmente. E ora?
- Ho smesso di pensare che fosse colpa mia e ho capito che aveva solo bisogno d’aiuto. Ma non il mio, né il tuo.
- Quindi ricominciamo con i fiori?
- Quindi ricominciamo con i fiori!
- Mignon..sono felice che tu stia bene.
- Anche io Mademoiselle..sono felice che ora tu possa cominciare a stare bene.


17 marzo - La ragazza del treno

Due punte bianche su sfondo nero. Oggi le sue scarpe sono riconoscibili. E piove: inadatte, estive. Dalle scarpe che una persona indossa se ne capisce l'umore. Lei oggi voleva il sole e non ha creduto al luccichio sulla strada, all'acqua residua nelle fessure dell'asfalto. Nemmeno agli ombrelli aperti. La banchina del resto oscura il cielo e una volta lì sotto si può anche far finta di.
Siamo stretti su questo lungo marciapiede, sembra che arriviamo sempre tutti insieme da est, da ovest, e prendiamo posto come gli uccelli sul filo, pronti per la migrazione. Immobili, fissi, sguardo avanti. Ogni tanto un'occhiata fugace a destra per vedere il compagno di viaggio. Capire se potremo fidarci oppure dovremo stargli alla larga.
Così tutti i giorni si forma questo stormo migratore, ordinato e in attesa su una linea immaginaria che scorre parallela ai binari.
Ehi, ciao come stai? Oggi vuoi sfidare le intemperie e credere a tutti i costi che l'estate sia arrivata...Ti ammiro, coraggiosa, io non potrei pensare di restare con i piedi zuppi per un giorno intero. Lo so che anche se piove fa caldo, ma il senso di umido alle estremità mi tormenterebbe da sotto la scrivania e poi... chissà, forse volgerà al bello, forse le nuvole si apriranno e il sole di giugno ci riporterà alla giusta stagione e allora tu avrai avuto ragione...
Avrei voluto dirle tutte queste parole, in quest'ordine o anche in uno inverso. E avrei voluto usarne molte, per una questione matematica, per il tempo necessario a pronunciarle, con le rispettive pause. Non immaginavo anche una risposta, ma sarebbe stata a sentire, in silenzio, immobile. Guardandomi negli occhi e finalmente ne avrei scoperto il colore, la sfumatura vera, che immagino nera piuma di corvo.
Ma lei è arrivata al solito un po' in ritardo, un po' in sordina, e non ha fatto passi verso il bordo, come se non aspettasse davvero il treno, ma fosse lì a osservare noi pronti a partire. Come se fosse venuta solo per salutare qualcuno e poi tornarsene a casa.
È così il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì no. Il venerdì sì. Tranne quando è malata o quando lo sono io, la vedo quattro mattine a settimana e non le parlo mai.
Sai noi ci conosciamo da parecchio, siamo compagni di viaggio. Che detta così sembra tanta roba e forse in un certo senso lo è. Volevo invitarti a prendere un caffè, anche se non so dove scendi, anche se non so dove il tuo viaggio finisce, se prima o dopo il mio. Ma potremmo fermarci insieme, in una stazione intermedia e ordinare un caffè in un bar che ha il dehor perché sento che ti piace stare fuori, anche se fa freddo. E così mentre vado al lavoro occupo con gli occhi i tavoli adatti, di tutti i caffè che incontro e ci sediamo su sedie di vimini e sul rigido ferro battuto ingentilito da cuscini a righe. Non so se ne vuoi uno macchiato o lungo, se lo riempirai di zucchero o ciondolerai con il cucchiaino senza mescolare alcunché, così a ogni caffè immagino qualcosa che potrebbe stare bene tra le tue mani.
Ancora una volta passo del tempo a mettere in fila parole per lei. E lo faccio in questo viaggio che percorriamo insieme anche se non la vedo nè salire nè scendere, ma penso che fuori il paesaggio scorre per entrambi alla stessa velocità e con gli stessi colori. Mi piace condividere il tempo e lo spazio, sento che parlare con lei anche solo nella mia mente sia un moto a luogo che mi porta comunque lontano.
Stamattina ero in ritardo, così dal parcheggio alla banchina ti ho preso per mano e abbiamo corso. In mezzo alla folla, come sciatori provetti o come fantasmi, scansavamo le sagome di gente regolare che teneva un ritmo monotono e prevedibile. La tua mano era liscia e fresca e avevo paura di perderla per strada, così l'ho stretta più forte e guidavo sicuro come a vedere i buchi che potevamo occupare tra una persona e l'altra senza andare a sbattere e passare entrambi, come fossimo uno solo. Stamattina mi hai parlato: sembriamo due adolescenti, hai detto e poi hai riso, leggera come una sedicenne che scappa al mare mentre tutti riposano in un pomeriggio agostano. Stamattina ti ho presa per mano e ti ho portata fino al binario, fino alla carrozza, e ho aspettato che mi guardassi salire e che mi salutassi con parole mute dietro un vetro sporco di pioggia seccata. Le tue labbra si muovevano lente, a scandire le sillabe. Ne ho capito ogni lettera, perché il tempo ha rallentato e il treno è andato indietro e io mi sono perso. Una manciata di secondi sospesi, come se le parole per staccarsi dalla tua bocca e raggiungere i miei occhi, attraversassero uno spazio atemporale. E mentre io solo partivo, ho capito che tu eri la ragazza del treno, quella che arriva al binario e si assicura che non resti più nessuno a terra. Lei sola aspetta immobile che il treno si allontani. Lei sola che saluta. Ho pensato che venissi tutti i giorni per me, per augurarmi buon viaggio e farmi capire che la stazione di partenza è quella giusta, che il treno è quello giusto, che il tragitto, anche se sempre uguale, può essere diverso. Così mi sono andato a sedere, con la tua mano ancora nella mia, e ci ho appoggiato il viso dentro per annusarti e conservare. Quando mi sono svegliato la distanza era trascorsa per metà e ho pensato che tu sei la ragazza del treno e che aspetti di vedermi partire, ma che non ci sei mai all'arrivo, come se l'importante non fosse la destinazione ma il viaggio.


16 Marzo - La frenata

Una donna dagli occhi color turchese, celeste, acqua marina che si scioglie a ogni chiusura e pensi che quando le palpebre si rialzeranno il colore sarà svanito. Invece eccoli lì, sempre lo stesso, con la luce accecante come al buio, uno scintillio vitreo immobile.
La donna con gli occhi più belli del mondo era la donna più cattiva del mondo.
Seduta dietro un finestrino appannato aspettava la partenza di un treno in ritardo già in stazione, sovraffollato di persone spente, silenziose, che evaporavano frustrazioni e stanchezza. Tutti inevitabilmente figli, qualcuno padre o madre, magari zio, nonno, nipote fratello, sorella, cognata. Tutti indiscutibilmente con una storia, alle spalle come davanti, ma che nessuno aveva voglia di raccontare al proprio vicino.
La donna più cattiva del mondo era seduta di fianco all'uomo teso e, davanti all'uomo che si tormentava la barba. Nessuno guardava nessuno, nessuno pensava ad altri che a se stesso. La donna pensava di essere la donna più cattiva del mondo, lo pensava prima di salire sul treno, mentre finiva la sigaretta e la schiacciava sotto la punta a punta della decolleté nera. Lo pensava anche adesso mentre guardava gli occhi nel riflesso di un vetro reso specchio dall'oscurità fuori. Pensava che era la donna più cattiva ma non pensava di fare qualcosa di diverso. Non si era mai chiesta come poteva essere meno cattiva, non le interessava. Questo la rendeva la più cattiva del mondo: la mancanza di una redenzione o pentimento le restituiva quel primato di la più, un superlativo assoluto.
L'uomo teso doveva assecondare il senso di marcia del treno. Così aveva scelto il posto alla destra della donna più cattiva del mondo, piuttosto che isolarsi al contrario nel viaggio. La tensione lo rendeva pallido e composto. Aggrappato alla valigetta posata sulle ginocchia e al cappello tra indice medio e pollice, era teso ma non poteva stringere troppo la presa o il cappello si sarebbe storto, così le dita nervose stavano immobili appoggiate sul feltro come una mantide in attesa del salto. L'uomo teso giocava con il piede, tra punta e tacco, spostava il peso ipotetico e lasciava defluire il sangue tra le dita e il tallone, a impedire un formicolio paralizzante che lo avrebbe costretto a un movimento più vigoroso e imbarazzato. L'uomo teso aveva muscoli doloranti per la posizione statica e per la rigidità di ogni posa prescelta. Non poteva correre, saltare, scalciare o lanciare qualsivoglia cosa, così dilatava la sua staticità nel tempo per diventarne un habitué.
La barba dell'uomo che si tormentava la barba era bianca nera e grigia ed era indifferente al tocco perché ritornava sempre alla posizione originaria. L'uomo si sforzava con nonchalance di allisciarla, ma i peli irsuti riguadagnavano lo stesso spazio precedente al tocco. I suoi occhi scorrevano orizzontali su un foglio scritto fitto fitto e parevano leggere sempre la stessa riga con l'intento di richiudersi da lì a breve. Solo la mano scorreva sulla barba, dal verticale fino alla punta, allargandosi alle guance per ricongiungersi in fondo e rimanere con un pugno di mosche. L’uomo che tormentava la barba era seduto davanti alla donna più cattiva del mondo e guardava anche lui fuori dal finestrino. Il posto vicino era occupato dalla sua valigetta 24h e dal trench che aveva lasciato cadere davanti a sé ancora prima di sedersi di fronte alla donna più cattiva del mondo.
I tre occupanti di questa porzione di treno naturalmente sapevano ognuno solo il proprio nome. L’uomo teso non sapeva di essere seduto vicino alla donna più cattiva del mondo, chissà se saperlo lo avrebbe calmato oppure lo avrebbe spinto a cercare un altro posto, sempre nel senso di marcia del treno. L’uomo che si tormentava la barba invece non sarebbe stato influenzato dalla notizia di essere seduto davanti alla donna più cattiva del mondo, perché i problemi che gli occupavano la mente erano per lui i più importanti del mondo e l’importanza, si sa, supera la cattiveria.
L’uomo teso guardava continuamente l’orologio perché il ritardo accumulato dal treno era per lui fonte di dolore fisico. Aggiustava la seduta e sentiva le pieghe del pantalone infastidirgli la coscia.
La donna più cattiva del mondo usava il ritardo come forma di potere: più a lungo le persone la aspettavano, più la sua importanza aumentava. Quella sera aveva una cena e il ritardo del treno invece di infastidirla le faceva pregustare come i commensali si sarebbero voltati verso di lei al suo arrivo, già tutti seduti al tavolo e con i bicchieri riempiti di bollicine. Le sfuggì un sorriso al pensiero dei volti delle altre donne che con un misto di gelosia e invidia le avrebbero scrutato l’incedere, mentre avanzava verso la sua seduta. La donna più cattiva del mondo era molto brava a mantenere le relazioni di facciata, rinforzandole con il disinteresse.
La frenata fu improvvisa e violenta. Dal portabagagli piombarono con rapidità, a pavimento, quasi tutte le valigie. Lo stridio dei freni coprì ogni altro stupore e ne seguì un silenzio innaturale e brevissimo. In quell’istante accadde il tutto.
L’uomo teso cadde in avanti andando a sbattere fronte e sopracciglio destro sul bracciolo del sedile davanti a lui e si accasciò sul fianco in mezzo al corridoio appena prima che una valigia fumo di Londra gli precipitò sul braccio rompendogli l’omero. Ma l’uomo era già svenuto e non sentì anche questo dolore.
L’uomo che si tormentava la barba fu schiacciato contro il sedile e i fogli che teneva in mano salirono dritti verso il portabagagli per ridiscendere lenti subito dopo. Per istinto l’uomo chiuse gli occhi e la bocca gli si contrasse in una smorfia di dolore per il colpo alla nuca ricevuto dal poggia testa, ma fu un dolore sordo, provato senza emissione di fiato.
La donna più cattiva del mondo fu sbalzata dal sedile, dritta in braccio all’uomo che si tormentava la barba, le braccia scomposte rimasero indietro e sbatterono contro il finestrino come un paio di ali inerti. L’uomo che si tormentava la barba appena sentì un peso estraneo schiacciargli il corpo, chiuse le braccia a protezione e così facendo trattenne il corpo della donna più cattiva del mondo in un abbraccio serrato. Il ricordo nella mente della donna arrivò come un fulmine che si scarica al suono, luminoso e ramificato. La donna più cattiva del mondo si ritrovò tra le braccia di suo padre, il giorno della sua prima comunione, quando, il vestito lungo fino ai piedi l’aveva fatta inciampare sulle scale e volare gli ultimi gradini dritto nelle braccia dell’uomo più buono del mondo.
Grida, pianti, lamentazioni. Tutti ora avevano qualcosa da dire nello scompartimento messo a soqquadro. Solo la donna più cattiva del mondo e l’uomo che si tormentava la barba non si muovevano, quell’abbraccio salvifico non si era ancora sciolto e i due non si erano ancora parlati. Quando l’uomo aprì l’abbraccio e la donna si rimise in piedi, intorno a loro era il caos visivo e sonoro, ma l’uomo che si tormentava la barba chiese se andava tutto bene. La donna rispose con un sorriso e una lacrima sfuggita alle ciglia ..una lacrima tenace, che non voleva scendere, ma che nel suo viaggio attraverso tutta la guancia, si era portata dietro il mascara anche se waterproof.


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