3 maggio - Ultimo giorno

Giro per lo studio. Quando ho iniziato era sovraffollato di personaggi. Ognuno con la propria storia da raccontare, qualcuno spingeva per essere primo, altri così intimiditi e incerti di uscire allo scoperto che si nascondevano, non attiravano la mia attenzione. E dopo che avevo raccontato, ognuno di loro spariva, lasciando un po’ più di spazio per gli altri e anche un buco nella stanza.
Adesso che mi guardo in giro non c’è più nessuno. Ognuno di loro nella testa si sistema immobile come un miraggio e sembra ripetere: adesso tocca a te.
Io, l’unica rimasta? Davvero? Né nell’armadio, né sotto il divano scovo briciole da raccontare. Poi uno specchio allarga la stanza e una figura compare, lei c’è sempre stata a dirigere il tutto, ma sempre celata, a volte proprio nascosta. Ascoltava organizzava mandava a memoria. Trascriveva solo quello che poteva essere detto o capito, lei che si è sempre occupata degli altri. Preoccupata di non ferirli raccontando troppo, di non sminuirli raccontando troppo poco. Poi quando lo scritto usciva, in molti a chiedere, ma sei tu? Come si risponde a una domanda che non vorresti ricevere? Dal vivo avrei potuto sorridere, lasciando sottintesa la risposta che ognuno avrebbe voluto sentire, ma per iscritto? Come si fa a sorridere per scritto?
Seduta davanti a questo alto specchio che prende metà nello studio, mi accorgo di essere sempre rannicchiata. Mai una seduta composta o con i piedi penzolanti, ma un corpo stretto al costato. Questo l’avete letto spesso nelle mie donne, vero? Ma era sempre giustificato dal dolore, o dal freddo, o dall’isolamento per pensare. Ognuna di loro stava nell’unica posizione possibile, in quella con cui si erano presentate a me mentre raccontavano.
Gli uomini invece sembravano più impazienti. Qualcuno girava per lo studio, occupando a volte lo spazio di altri, qualcuno familiarizzava. I bambini erano sempre a loro agio, non aspettavano di essere raccontati, loro continuavano quello che già stavano facendo: il gioco, la lettura, un pisolino.
Alcuni di loro volevano essere trovati, bussavano e mi chiedevano di seguirli. Così lasciavo uno spazio protetto dove conoscevo le regole e uscivo quasi allo scoperto, senza sapere se era al caldo o al freddo e, quasi sempre con un abbigliamento inadeguato.
Poi c’era chi era così timido o spaventato che andava cercato, sotto il divano, nell’armadio, in piedi dietro una tenda. L’uomo sotto il divano era così restio che non ne uscì mai. Mi raccontò la sua storia da lì sotto e io non riuscì nemmeno a vederlo in viso prima che se ne andasse. L’uomo nell’armadio invece mi diceva che provava fastidio. Gli proposi di raccontarmi per primo, così da potersene andare presto, ma lui si rifiutò. Pensai gli piacesse stare nel mio armadio, in realtà si divertiva a sbirciare oltre l’anta, i personaggi che affollavano la stanza.
Alcuni di loro sono stati sedotti da altri di loro. Donne molto belle e sicure di sé che si facevano ammirare con distacco e, qualcuno ogni tanto inciampava in uno sguardo strafottente o appena accennato.
Ogni personaggio giocava una partita, in solitaria, ma a forza di abitare lo stesso spazio ristretto e di ascoltare i racconti, molti di loro entrarono nella vita di altri, scambiandosi anche i ricordi. Così a volte io ascoltavo storie che avevo già scritto, incontravo personaggi che avevo già conosciuto, ma c’era sempre qualcosa di nuovo da cogliere. Direi che nel mio ruolo, le sfumature sono state essenziali.
Ho avuto mai io qualcosa da dire? In prima persona? Ho davvero solo raccontato storie di altri? Questo volete sapere?
E se vi dicessi che nel viaggio mi sono innamorata, ho fatto due figli, sono stata moglie, amante e sorella? Ho amato come un uomo, sofferto come una donna, immaginato come un bambino? Se vi confidassi che ho cambiato gusti, che non ricordo più il mio colore preferito né il luogo dove vorrei fuggire?
.. voi sareste ancora curiosi, non mollereste la presa..
Cosa volete da me?
..
La verità?
Bhè, quella, uno solo di voi la conosce. Potete andare a cercarlo, dubito che riuscirete a convincerlo. Ha promesso di mantenermi segreta. Una promessa tra bambini, sugellata troppo tempo fa perché possa essere infranta.
Datemi retta, quella verità non farà chiarezza, non vi toglierà i dubbi.
Ognuno di voi però potrà scegliere una storia, un viaggio, un’immagine, un’amante, un luogo, un altro da sé.. Quello che posso regalarvi è una scelta.
Ora siete voi i responsabili, i custodi.
Usate quello che vi pare, tenete quello che vi piace.


2 maggio - I girasoli

C’era una volta un uomo molto triste che non sapeva come fare per fermare la sua tristezza.
Aveva provato a viaggiare, a cambiare casa a trasferirsi in un'altra città. Aveva provato con la musica, con la danza e poi facendo lunghe passeggiate. Ma la sua tristezza aumentava a ogni notte. Il sonno diminuiva un minuto a notte e al posto del sonno, la tristezza guadagnava un minuto a notte. Poi un giorno mentre camminava per strada, trovò un vecchio che dipingeva una tela e si fermò a guardarlo. Era davanti a un bellissimo tramonto, sulla scogliera, e l’uomo immaginò che il dipinto del vecchio fosse quel tramonto. Si avvicinò al cavalletto e vide che il quadro era tutto di un unico colore: bianco. L’uomo rimase sorpreso e aspettò che il vecchio continuasse il dipinto per capire cosa ne sarebbe uscito. Ma il pennello passava sulla tela sempre lo stesso colore, fino a che tutta la tela fu bianca. A quel punto l’uomo chiese al vecchio perché stesse davanti a quello splendido tramonto se poi dipingeva solo con un unico colore. Il vecchio si voltò verso l’uomo e allora l’uomo riconobbe che era cieco. Il vecchio sorrise all’uomo e gli disse che sentiva che il sole stava scendendo perché il caldo piano piano calava e che ora il cielo doveva essere bianco attaccato alle montagne, proprio a corolla intorno al sole, poi in semicerchi fino all’estremità del cielo aperto, descrisse uno a uno tutti i colori, esattamente come si presentavano agli occhi dell’uomo. Il bianco diventava giallo, che diventava arancio, che diventava rosso che diventava magenta che diventava ciano, che diventava turchese che diventava azzurro che diventava cobalto che diventava indaco. L’uomo allora chiese al vecchio perché usasse solo il bianco; visto che sapeva esattamente che colori erano riprodotti nel cielo, avrebbe potuto dipingere, anche da cieco, quel tramonto esattamente come si presentava davanti ai loro occhi. Ma il vecchio rispose che lui faceva solo copie dal vero, cioè dipingeva quello che vedeva, non quello che immaginava di vedere, perché sulla tela il vecchio trasponeva la sua esperienza personale, non il reale. E lui vedeva tutti i colori insieme, una costante luce bianca, la sommatoria di tutti i colori. Che senso aveva riprodurre il reale? Per fermarlo per sempre nel tempo? Non è forse bello il tramonto perché finisce? Perché domani forse non lo vedremo per le nuvole, o i colori saranno diversi per la luce differente? Non è forse bello il tramonto perché abbiamo il tempo per goderlo, qui ed ora? Che senso avrebbe per lui, dipingere una cosa per fissarla sulla tela e fermarla nel tempo o nello spazio? È come dire che un leone è più bello in gabbia che libero nella savana. Il leone lo mettiamo in gabbia per non dover andare fin nella savana per poterlo vedere, ma non vedremo mai lo stesso leone in gabbia, solo una copia del vero.
L’uomo ritornò a casa con il tramonto bianco del vecchio stampato nella mente e quella notte non dormì nemmeno un istante; la tristezza si era appropriata di tutti i minuti che appartenevano ai sogni e non ne cedette nemmeno uno.
La mattina dopo, l’uomo aprì le finestre e vide un campo di girasoli. Non sapeva di avere questo spettacolo fuori dall’uscio di casa, perché non aveva mai guardato da quella finestra. Così andò nel campo e osservò per tutta la giornata i girasoli. E mentre lui osservava i fiori, i fiori osservavano il sole e si spostavano verso la sua luce. Così al tramonto l’uomo si ritrovò seduto in un posto diverso dal mattino. Aveva percorso il giro del sole intorno al campo, lungo l’arco della giornata. Allora andò in città a comprare dei colori e dei pennelli e una tela per dipingere i girasoli.
L’uomo passava le giornate con i pennelli e i colori per cercare di dipingere quello che vedeva, proprio come aveva fatto il vecchio, ma quello che vedeva l’uomo era molto più complesso di un dipinto tutto bianco. I girasoli erano pieni di sfumature nella corolla, di gialli e di verdi e di marroni e di arancio e ocra e neri e in tantissimi puntini fatti dai semi e riprodurre tutto quell’insieme di colori con i dettagli così minuziosi gli sembrava un’impresa impossibile, così prima di dipingere sulla tela decise di esercitarsi su semplici fogli di carta. Ma anche con i fogli di carta l’uomo non riusciva a rendere la complessità di quei girasoli. Così passava le giornate a guardare i girasoli, alti e colorati che si muovevano in modo impercettibile. L’uomo non tornava nemmeno più a casa, tanto la notte non dormiva e quindi non aveva senso coricarsi nel letto, così rimase nel campo di girasoli fino alla fine dell’estate. E anche se ogni giorno cercava di riprodurre con i pennelli e i colori i girasoli, non riuscì mai a fare un solo disegno. Pensava ai colori, ma poi non riusciva a riprodurre il colore che vedeva. Così successe che i girasoli un giorno cominciarono a seccare, il giallo della corolla divenne marrone scuro e i semi all’interno divennero neri e le foglie verdi avvizzirono. L’uomo si accorse all’improvviso della mancanza del giallo ed era molto dispiaciuto di non aver provato a dipingere quel bel giallo oro che aveva visto per tutta l’estate. E poi si accorse che anche il verde era scomparso. L’uomo allora disperato si buttò sulla tela cercando di riprodurre quello che ricordava, usava il giallo ma nessun colore era abbastanza bello come il suo ricordo, serviva più oro, più prezioso, più luminoso. Cosi cominciò a lasciar uscire i colori come li sentiva dentro di sé. E continuava ad aggiungere un colore sopra all’altro che già era steso sulla tela, senza più chiedersi se era quello giusto. A forza di mettere colore su colore per avvicinarsi il più possibili ai girasoli che aveva visto splendere davanti a sé, l’uomo arrivò a creare un dipinto tutto bianco, esattamente come quello che aveva realizzato il vecchio cieco.


1 maggio - Opposte direzioni

Ti prego piangi
lasciale scendere
voglio toccare l’umido, riconoscere al tatto
il caldo che le lacrime conservano.

Mi hai detto non posso,
non è diverso dalla voglia di farlo,
ma in opposte direzioni
vanno i verbi sbagliati.

Piangi, ti prego
scendi con loro le guance
a bagnarmi il collo
ci hanno provato.

Nella solitudine delle 5 del mattino
ci sono uccelli ciarlieri che si infilano non invitati
come a dire che tu che ascolti sei l’intruso.
Nel letto le lenzuola pulite, quell’odore di maggese
di panni stesi al sole ad asciugare.
La città mi ha portato via i ricordi
vorrei tenerne qualcuno rinchiuso, nemmeno scriverlo nemmeno pensarlo,
per vedere il presente
un po' meno.
E io che non lo riconosco, che sto a
osservare un dettaglio legittimo, un piccolo neo,
ritorno a dargli del tu per portarlo vicino.
Ti ordino, non sono più domande
rendere perspicace, ecco cosa comando
per fare meno fatica, ora che
non penso ci potrà essere
un dopo oltre il presente.
Premi su di me perché io vada veloce
addio addio saprei dire
anche a labbra serrate.
Mai pagate così care le mie intenzioni,
pensi di riuscire a trovarne altre?
O per il tempo perso. Tu che non ne hai una manciata da inserire in una clessidra.
È il silenzio che mi è venuto a noia, basta
con i sigilli sulla lingua e la testa ovunque. Se
io lo urlo a te, se
tu lo urli a me? Vorrei
stare qui, anima e corpo
abbigliato per stupire
agghindato con dovizia
leggero.
Da mordere.
Mi meraviglio di te, mi dissero
anni innanzi, avevo solo pochi errori commessi
ma per loro fin troppi, fin troppi mi dissero. E io
a piangere per compiacere il disappunto, non mio.
Pensi ora, dopo quello che sai di me, che
lei potrebbe farmi sentire pena per lei?
Non ne sopporto nemmeno il nome,
non la immagino, mai. Perché inutile come…
…non perdo il tempo per cercare una similitudine. Sarà
inutile.
Sai che io c’ero? Quando non hai scelto.
Ero appena dietro la porta, avevo scommesso cento sterline
che eri un uomo fintodabbene.

Lo puoi fare ora, questo è il tempo per
mostrarti dove ti attendo,
quel gentile lumicino, mai spento.


30 aprile - La donna che hanno visto in tanti (seconda parte)

Io l'ho vista, senza accorgermene. È rimasta impressa nel mio obiettivo. E poi a casa, quando ho scaricato le foto, l'ho trovata su mio computer, come un pezzo di panchina. Ora è parte del mio progetto. Fotografare i parchi della città per un concorso. Con la sua presenza la foto è completamente sbilanciata, sembra cadere verso il basso, la panchina impennarsi e tutto scivolare fino dentro al laghetto. Eppure la figura è esile, ma l'ombra pesa e si allunga fino al bordo dell'acqua e trascina chi guarda la foto, nel freddo specchio lacustre. È una forma rotonda, immobile, senza piedi, senza mani, senza volto. È un corpo umano tutto raccolto: la gambe su cui poggia il quaderno, le braccia intorno a proteggerlo, la testa china che incurva la schiena sopra di esso. E così le appendici scompaiono. È un corpo umano sospeso, sembra non stia veramente su quella panchina. La sua ombra è così lunga che l'ha portata via. Sembra una scia. Una scia di se stessa. L'avrei voluta più mossa, un po' sfocata così da diventare surreale. Invece è, esiste. Dunque pensa. A cosa, potete dirlo voi. Puoi dirlo tu che riceverai le sue parole scritte. Oppure non esiste davvero un destinatario. Sembra si sia messa in posa per me. Ma è una modella fuori posto, come un peso accidentale apparso tra quando ho preso la mira e quando ho scattato. Forse lei non è mai esistita, forse l'ho creata nella mia mente mente premevo il pulsante. Forse il mio inconscio sapeva che mi serviva un peso forte in quella parte dell'inquadratura e ha materializzato una figura di donna china su se stessa al bordo della panchina. Naturalmente sono tornato al parco, alla panchina, ma lei non c'era più, o non c'è mai stata..
Si dice che le foto rubino l'anima di chi viene ritratto, ma io sento che lei ha rubato la mia, creando una leggera confusione di ruoli.

Io l'ho vista e non avrei voluto. Cercavo un po' di riposo e invece ho trovato lei. Ho trovato un angolo dove poterla spiare, dietro un albero frondoso, in realtà solo pieno di gemme.
È a me che scrive. Qualcosa che io non potrò più leggere. Sento le parole che le vorticano sotto i ricci, muoverne le radici. Immagini riempirle il retro degli occhi e portarla via da qui. Anche se le passassi innanzi non mi vedrebbe, intenta com'è a cercarmi nei suoi ricordi. A mantenermi vivo nell'unico posto dove io possa stare con lei senza negazioni.
Mi siedo qui per poterla osservare senza dare nell’occhio, accanto a una signora che fa la maglia. Mi sento al sicuro vicino a questa quotidianità semplice, ripetitiva. Sa signora, lei non può capire, ma quella donna laggiù mi sta scrivendo una lettera d'amore che non potrà mai darmi. Se lei smettesse per un attimo la sua maglia e cercasse di capire il mio dolore, forse potrebbe andare a leggere quelle parole per me, portarmele a voce. Poi ci penserei io a imprimerle nella memoria come segni indelebili. Perché vede, signora, in tutto il tempo che io e quella donna siamo stati un noi, io non ho mai pensato di imparare a memoria le parole, come se ne avessi avute sempre troppe a disposizione. Ora mi mancano tutte. Ho le immagini, quelle ho potuto trattenerle. Ma le parole, quella meravigliosa armonia di suoni che lei sapeva creare per me, su di me, si è dissolta. Ricordo qualche parola singola, ma era la combinazione dei nomi, degli aggettivi, dei tempi passivi che si trasformavano in attivi che ne facevano il mistero, la bellezza. Io non sono capace di rimetterle insieme, anche dovessi ricordarle tutte, non saprei dare loro la giusta sequenza. Lei mescola aggettivi e nomi, elide soggetti, stravolge le forme. E questo precario senso di alienazione fa sì che la mente sia vigile insieme al pathos. Ecco vede signora, io mi sono sempre emozionato per quello che lei mi scriveva, anche quando non scriveva a me. Ho sempre trovato le sue parole pure, oneste. Per questo non le ho resistito. Capisco signora che lei non può capire. La sua maglia si allunga lentamente, ha già fatto quattro giri da quando le sto accanto, intreccia la lana con maestria, ormai lo sa fare senza guardare i punti. È l'abitudine, la pratica a renderla così precisa. Io invece con la pratica ho rovinato il tutto. Ora non la posso più vedere, lei me lo ha vietato. Se lei signora riuscisse a scrivere con la lana che quella donna mi manca come l'aria, potrebbe farne una sciarpa e poi portargliela, così che io mi senta vicino a lei almeno nei giorni di vento. Mentre le parlo signora, do' da mangiare ai piccioni, semino granaglie che ho comprato per sentirmi occupato. Anche se lei signora non mi sente, ogni tanto incrocia il mio sguardo e mi sorride. Sono un uomo impegnato sa? Lo capisce dall'abito che non faccio il monaco, ma con la mia cravatta scura dirigo qualcuno a fare qualcosa. Sono affamati i piccioni nei parchi, non smettono mai di chiedere. Tra poco non avrò più nulla da dare nemmeno a loro. Svuoto il sacchetto a testa in giù, le ultime briciole mi arrivano sulle scarpe lucide che scuoto perché non vengano beccate come terra. Che gentile signora, mi offre un fazzolettino per pulirmi le mani. Mi sorride come si fa a un uomo buono. Come si permette signora, non sa chi sono io? E se lo sa, può andare a dirlo a quella donna che mi sta scrivendo una lettera d'amore, a dirle che deve darmela, che io sono qui? Che se resisto, aspetterò.

Ma proprio vicino a me si doveva sedere quello che dà da mangiare agli uccelletti? Non poteva venire quella ragazza lì che scrive? Meno male che almeno aveva un sacchetto piccolo. Si pulisca almeno le mani, ma può un ragazzo così distinto andare al parco a dar da mangiare ai piccioni? Adesso devo contare quante file ho fatto, se è ora di cambiare il punto, che non ho voglia poi di disfare fino all’errore e di ricominciare da capo..


29 aprile - La donna che hanno visto in tanti

’Ho voglia di scriverti. Di sentirti scorrere tra le dita.
Lasciami toccare di te l'inverno, quella parte che nessuno conosce.
Ho voglia di scrivere di te e lo faccio su questa panchina nel sole del meriggio, sicura che i passanti non ci possano disturbare…’

Io l'ho vista. La testa riccia china sul quaderno. Le gambe un po' raccolte, un po' scomposte. Il giubbotto, troppo pesante per questo sole acceso, sembrava la proteggesse dagli sguardi. Una insolita figura in un parco pieno di vecchi. Al limite del laghetto, su una panchina assolata che nessuno cerca mai. Io l'ho vista sollevare la testa. Cercarti. Poi di nuovo rientrare in un suo non so ché. Io l'ho vista mentre potavo la siepe, un lavoro minuzioso per dare armonia. Il verde cresce sempre scomposto, va indirizzato, condotto a coprire i buchi.
Cercavo di non fare rumore di cesoie, lavoravo piano. Per non guastarle i pensieri. Era assorta ma non abbastanza. Ti cercava in ogni passante, un pezzo di te perso in ognuno. Le mie lame si incrociavano a un ritmo quasi regolare e questo scandiva il flusso. Poteva riflettere sul tempo, io lo tagliavo e lo facevo passare. Così la siepe si abbelliva e il suo sguardo poteva passare oltre, arrivare all'altro lato della strada, dove ancora una volta cercava qualcosa che ti appartenesse. Io per dare forma alla siepe non ho bisogno di immaginarmela, ne seguo il percorso naturale, lei cresce omogenea non ha colpi di testa. Così pulisco in modo metodico tutto quello che c'è in eccesso. Lei scrive e poi cancella e poi solleva la testa e ancora scrive. Non fa mai pause sul foglio, i suoi silenzi sono sempre altrove. Potare la siepe davanti a lei è liberarle la visuale, permetterle di andare oltre. Così recido foglioline tenere verdissime senza farmi prendere dai sensi di colpa.

Io l'ho vista. Le ero seduto accanto. La panchina è lunga ma lei era al limite, un confine che non si poteva raggiungere. Un profumo dolce di mughetto, lo ricordo nel mio giardino nelle prime ore della primavera. Quelli gli anni in cui giocavo per strada con i vicini bambini. Ora quasi tutti morti, la casa venduta. I mughetti forse ancora lì davanti al cancello.. Sono fiori tenaci, non si fanno piantare, ma spargono il seme in terra e crescono quando vogliono, umili, prima di tutti gli altri. Li riconosci dall'odore, dolcissimo. Poi vedi quei piccoli calici reclinati a guardare il terreno, con il bordo smerigliato. Fiori brevi, che non vanno colti, che stanno bene lì dove sono. Ero un bambino gentile allora. Portavo quei fiori a mia madre, la sera. La aspettavo sullo sterrato, che arrivava con la bicicletta, un foulard in testa e la sottana tenuta con la mano pudica. E lei che scrive ora vicino a me ha questo intenso profumo. Eppure la primavera sembra non essere ancora arrivata. Anche lei la testa china, umile. Un che di tenace nell'impugnare la penna. Scrive su un piccolo quaderno dalla copertina nera, sostenuta dalla mano destra. Una donna mancina, ai miei tempi era vietato scrivere con la mano del diavolo. Ricordo una compagna, anche lei riccia che la maestra bacchettava sulle dita perché non riusciva a scrivere con la mano buona. Tutte le ricreazioni stava in classe a ripetere alfabeti alla lavagna per esercitarsi. Quelli erano i tempi che molti dei miei coetanei chiamano bei tempi. Quando ero bambino la violenza era ordinaria, quasi giustificata. Il padre padrone, il maestro persecutore, il prete inquisitore. E io povero bambino ignorante non potevo ribellarmi perché non sapevo esistesse questa parola nel dizionario. L'ho scoperta solo da grande, sulla mia pelle, in guerra. Ecco, lei mi sembra la ragazza da cui ricevevo le lettere al fronte. Me la immagino così, china su un foglio, accovacciata al bordo di un prato, mentre cerca di mettere insieme parole per me. Descrivermi il maggese, le spighe verdoline con quella bavetta leggera che solletica i palmi. Quando un essere umano scrive una lettera d'amore lo si riconosce dalla postura. È chino, protegge le parole perché arrivino intonse solo all'innamorato. È chiuso nel suo interno, per capire quel che prova e per descriverlo bene. Cerca nel suo dentro la verità, le parole sincere. Cerca l'affetto. Il foglio è vicino, perché tra i pensieri e la parola scritta passi meno aria possibile, così che i sentimenti non vengano ossidati o dispersi dal vento. Io l'ho vista. Non voglio descrivere com'era o cosa indossava. Ma il profumo sì. Era una donna che sapeva di mughetto, bianca china tenace.

Io l'ho vista. Dopo il mio cane però. Lui annusa, tutto. È un cane. Davanti a lei si è fermato. Di solito il mio cane lo accarezzano, perché è piccolo, affettuoso, fa tenerezza. Ma lei non l'ha visto. Il mio cane solo ha visto lei, e poi anch'io. Lei non ha alzato gli occhi dal quaderno. Con una penna piccolissima scriveva lenta lenta. Sembrava un compito di bella calligrafia. Io non so più scrivere a mano. Uso sempre il computer e se devo appuntare qualcosa lo faccio in fretta e male da non riuscire col tempo a decifrare quello che avevo scritto. Lei scrive lenta, ma continuamente. I riccioli scuri ondeggiano come una piccola risacca in ciondolante andirivieni. Sembra abbia una melodia in testa, che accompagna il suo scrivere. Il mio cane la guarda, storta un poco la testa di lato, seduto sulle zampe posteriori. La coda spazzola il terriccio e sale una leggera polvere oro. Non le abbaia, non l'annusa. Solo guarda. Poi si allontana cercando un altro albero e io subito dietro, perché il guinzaglio che gli ho preso è davvero troppo corto.
(continua)


28 aprile - La finestra (quarta parte)

Mi sono appisolato sui cuscini davanti alla finestra. Ho il collo che mi duole, il sacro che mi duole, il braccio sinistro con parestesie e una gamba che è scivolata giù dal ripiano. Il mio corpo scomposto la dice lunga sulla mia situazione emotiva. È una fotografia fedele di come sto, di persona che prova disagio, impacciato, intimidito. Scomodo.
Ho perso pezzi di vite altrui perché mi sono addormentato all’improvviso, nel mezzo della giornata. Non so se è uscito il signore a fumare, non sono sicuro che il bambino abbia fatto il suo percorso. Stamattina ricordo solo il vecchio con il cappello di feltro, poi tutto si è annebbiato. Sono tornato dentro. Io ho un dentro che è oltre l’interno della mia casa. È un dentro nel dentro, il posto più sicuro che conosca. Perché a volte anche stare a guardare fa male. A volte anche io non riesco a dire basta con le vite degli altri. Così quando mi capita, prendo il dentro nel dentro e mi appallottolo senza uscire. Lì non mi porto nessuno, ci vado solo. Però ho capito che anche stare da solo non mi fa bene. Insomma: gli altri no, io no… Difficile creare il vuoto, mi hanno detto che è fisicamente impossibile sulla terra creare il vuoto. Ho pensato a una metafora, invece mi sa che è proprio vero. Servirebbe tipo un buco nero, ma non ho luoghi nella casa per fare un buco così profondo dove la luce non possa entrare.
Ritorno a guardare dalla finestra, dopo aver preso dell’acqua dalla cucina, un bicchiere grande, così non dovrò alzarmi due volte. Bevo con attenzione al fuori, al giardino che ora è vuoto. Solo un gatto si lecca le zampe ai piedi della magnolia. Io guardo anche la vita dei gatti, sembrano fannulloni, invece fanno un sacco di cose, quasi tutte rivolte al proprio piacere, e passano più tempo indaffarati che a dormire. Quando si appostano per un agguato, la pazienza che hanno nello scattare esattamente quando la preda non ha più scampo, mai un attimo prima… Non hanno paura che fugga, sono sicuri del loro balzo, calibrano lo slancio e la forza della presa, salda ma non letale, perché vogliono guardare negli occhi la vittima prima di finirla. La crudeltà di questo gesto viene perpetrata anche dopo, quando l’uccisione è servita non per procurare il pranzo, ma solo per sollazzo, perché il gatto ci gioca con il corpo inerte, nemmeno se lo mangia. Mi sono sentito a volte una lucertola che viene fatta saltare per tutto il giardino e poi abbandonata al sole vicino allo zerbino d’ingresso. La portiera che poi la spazza via con la scopa di saggina.
La sera le palazzine tutte intorno al giardino sembrano pareti verticali alle quali hanno attaccato quadri luminosi di luci calde e tende svolazzanti, quando c’è caldo e le finestre vengono lasciate aperte. Mi piace più di tutto quel momento della notte in cui una alla volta le luci si spengono e, la galleria di vite diventa un unico muro nero con il cielo e, non distinguo più dove finiscono loro e dove inizio io. Siamo tutti a mollo nella stessa notte silenziosa e stabile. Qualcuno tira fino a tardi ma prima o poi si spegne anche l’ultima luce e io per un attimo respiro. Ecco, tutti in salvo. Qualcuno si alzerà di notte per andare in bagno o per bere, ma le luci non vengono accese, come se di notte ognuno conoscesse la propria casa al tatto.
E io sto li, nel mio bovindo, per assicurarmi che il nero della notte tenga gli occhi chiusi a tutti. Non si può dormire con gli occhi aperti. Me lo ha sempre ripetuto mia madre, che non si può dormire con gli occhi aperti. I sogni magari si possono fare, ma io ho smesso perché la cosa più spaventosa dei sogni è che poi, magari, si avverano.


27 aprile - La finestra (terza parte)

C’è un signore che abita l’appartamento al mio stesso piano nella palazzina di fronte, oltre il giardinetto condominiale. Ci divide una grande magnolia che quando è fiorita impedisce la vista in tante vite altrui. Ma quest’anno a fine inverno sono venuti gli arboricoltori che con la tecnica del tree climbing hanno potato la chioma della magnolia che il freddo dell’inverno aveva bruciato. Così ora il palazzo di fronte non è più così lontano dal mio, e nessuno di noi è al sicuro. Io però ho cercato un rimedio montando nel bovindo delle tapparelle di bambù, che mi permettono di vedere fuori ma di non essere visto, se non accendo la luce in casa. Ma torniamo al vicino del mio stesso piano nella palazzina di fronte. Lui è un abitudinario di prima specie. Chiamo così quelli che reiterano lo stesso comportamento, sempre alla stessa ora. Nella fattispecie il signore in questione esce sul balconcino tutti i giorni alle 13,10 per fumarsi la sigarette dopo il pranzo. Trovo sconcertante come riesca a eseguire esattamente gli stessi movimenti usando lo stesso tempo. Prende la sigaretta dal pacchetto e la picchietta due volte dal lato del filtro, poi la porta alla bocca. Accende con uno zippo la sigaretta. Aspira per cinque volte mentre in piedi guarda dritto davanti a sé. Poi schiaccia il mozzicone nel posacenere e ritorna in casa. L’ho osservato per un anno intero, mai che abbia fatto un’azione diversa. Una boccata in più per esempio o usato un accendino diverso o fosse uscito solo con la sigaretta senza il pacchetto.. ma sono sicuro che se gli chiedete di descrivervi esattamente i movimenti che fa quando esce per fumare, sarà approssimativo, non metodico come le azioni che compie.
Poi c’è il bambino con la bici rossa. Regalo di Natale, perché il primo giorno che l’ho visto a girare per le aiuole è stata la mattina di Natale. Lui è un abitudinario di seconda specie, perché reitera solo l’azione, non anche alla stessa ora e per lo stesso tempo. Il bambino arriva nel cortile con la bici presa dal deposito e poi comincia a fare degli otto attorno alle aiuole, seguendo esattamente lo stesso percorso. Per essere sicuro l’ho disegnato. Il percorso visto dall’alto ricorda tre simboli dell’infinito legati ognuno da un cerchio. Immaginate un triangolo, disegnate un infinito prendendo due vertici, poi ripassate un’altra volta lo stesso simbolo e poi fate un cerchio intorno al vertice da cui siete partiti e andate a fare un infinito prendendo un altro vertice. Se ripetete questo percorso per collegare tutti i vertici del triangolo, otterrete il disegno perfetto che questo bambino compie con la bici intorno alle aiuole. A volte io mi ci incanto, per la fluidità con cui compie gli otto e poi il cerchio perfetto prima di cambiare direzione. Il guardarlo è così rilassante da diventare quasi ipnotico. Quando la bici inizia il giro i rumori a poco a poco si attutiscono fino a scomparire e, il percorso fatto dal bambino diventa una scia luminosa mentre tutto il resto scompare. Di solito il bambino smette perché qualcuno lo chiama, ma se così non fosse, la sensazione è che questo stacanovista della bicicletta potrebbe andare avanti all’infinito nel tracciare segni ellittici, proprio come il pendolo di Foucault. Lo stesso senso del moto perpetuo.
Infine ecco l’abitudinario di terza specie, quando alle 8 di tutte le mattine si apre il portone della scala D ed esce il pensionato con il cappello di feltro. La sua abitudine è di orario, ma non fa mai la stessa cosa e mai per lo stesso arco di tempo. A volte si siede sulla panchina vicino all’edera, a volte legge il giornale, a volte non fa niente. Non so se si appisoli o guardi, per via del cappello che ha sempre in testa non riesco a vedergli gli occhi.


Scusatemi lettori, questa notte non riesco a continuare il racconto più di quello che ho scritto. Se avrete pazienza e vorrete concedermi un giorno, domani potrete leggerne il finale.


26 aprile - La finestra (seconda parte)

Come dicevo, non ricordo esattamente quando, né perché, smisi di uscire di casa. Dopo quel temporale avvertì solo la non urgenza di precipitarmi fuori, ma non era paura o impossibilità di varcare la soglia. Era non voglia. Forse il mio problema è nato proprio dalla mancanza di voglia, di desiderio. Una pigrizia che poi si è trasformata, con il tempo e con il mio assecondarla, in una patologia. Agorafobia la chiamano, che non è solo paura degli spazi aperti, ma più semplicemente terrore di uscire di casa. Io in sostanza non posso lasciare questo appartamento senza che un attacco di panico mi colga prima dell’arrivo dell’ascensore, facendomi piegare a terra come uno spaventapasseri a cui abbiano tolto il sostegno centrale. Ai medici piace coniare termini che riportino visivamente a una immagine. Così la paura del fuori diventa la paura di una piazza, più precisamente l’agorà, piazza greca dove ci si ritrovava per discutere e per diffondere le informazioni ai cittadini. Uno dei primi strumenti della conoscenza diffusa, dell’inclusione, del sapere collettivo, diventa per me segno del mio problema. E poi tutte quelle malattie che finiscono con fobia sembrano un cattivo giudizio verso chi ne soffre. C’è quel leggero sorriso trattenuto delle persone che pensano che se hai una fobia è perché te la sei creata da te. Te la sei cercata, insomma. E quindi non sei malato davvero, fai solo finta di non voler fare le cose normali. Il mio medico dice che questo pensiero che ho sulle fobie è un’arma difensiva che il mio cervello si crea per allontanare di più le persone. Io ho cercato di dirgli che si chiama elaborazione di un pensiero, non arma, ma il medico che pago per starmi ad ascoltare, penso non sia davvero capace di farlo. Cerca sempre di portarmi a ragionare in termini di giusto o sbagliato, corretto scorretto, produttivo improduttivo. Io so solo che gli estremismi non mi fanno bene, già li creo io quotidianamente, non ho bisogno che qualcun altro mi spinga a farlo oltremodo. Nell’ultima visita, che lui fa venendo nel mio appartamento ogni lunedì alle 10,30, mi disse che mi avrebbe dimezzato i farmaci e avrebbe fatto un’azione dirompente per smuovermi dalla situazione che lui dice di stallo. I farmaci andavano dimezzati perché non avevo più avuto attacchi acuti e la situazione si stava stabilizzando, quindi avevano fatto bene. Era come si fosse dato una pacca sulla spalla da solo, in realtà io i farmaci non li ho mai presi. Quindi la pacca sulla spalla me la do io da solo, perché ho fatto tutto questo che lui ha detto, in completa autonomia, senza l’aiuto di psicotropi.
E poi non penso di avere paura del fuori, della gente. Mi piace stare alla finestra e guardare le vite scorrere oltre il vetro. Semplicemente io non voglio entrarci, con quelle vite. Vanno bene così come sono, ognuno di loro ha le proprie cose da fare, gli altri da incontrare, relazioni da stabilizzare, compromessi a cui cedere, decisioni da prendere. Insomma un sacco di lavoro da fare per mantenere tutti quegli equilibri precari che si devono stabilire tra gli esseri umani. Io potrei tranquillamente uscire da qui se nessuno volesse interagire con me. Se potessi essere trasparente, invisibile. Uscire senza salutare, senza parlare con nessuno, senza dover interagire in alcun modo. È questo che piano piano ho disimparato a fare: la compassione. Non che non la provo, perché allora questa sarebbe un'altra patologia che finisce in fobia. È che io la compassione non la vorrei provare. Io vorrei camminare senza vedere e senza essere visto, come se non dovessi interessarmi a nessuno e nessuno dovesse interessarsi a me. Invece metti che sei al supermercato, dove volendo entri ed esci senza scambiare parola con nessuno, prendi quello che ti occorre, lo metti nel carrello, paghi alla cassa automatica e te ne torni da dove sei venuto senza relazionarti con anima viva. Ma anche lì, nel posto più frequentato ma potenzialmente più isolato dell’universo, c’è sempre qualcuno che ti chiede dove sia il sale, se può passare prima di te che ha solo due articoli, o che ti raccoglie una cosa che ti è caduta o ti porge un sacchetto della spesa che aveva di troppo. E tu allora devi rispondere, sorridere, ringraziare, impegnarti in una conversazione anche se basica e asettica. Ma asettica non potrà mai essere perché se non sorridi sembrerai antipatico o strafottente, o egoista o maleducato...la conclusione a cui sono arrivato è proprio che gli esseri umani non riescono ad essere asettici, per quando poco facciano, ci sarà sempre qualcosa che porterà l’altro a dire o pensare qualcosa di noi. Ecco quello che ho trovato, ecco quella parte comune a tutti gli appartenenti della nostra specie.
Se guardo dalla finestra non è detto che non mi capiti, certo anche io lo faccio, ma almeno da qui è a senso unico: solo io penso e mi relaziono e mi lascio coinvolgere dalle vite degli altri. Ma essendo a senso unico, posso smettere quando voglio. Perché non ho il ritorno. È una passione che non potrà mai essere ricambiata perché l’altro non sa che esiste. Gli altri esseri umani non sanno di me e quindi non si possono emozionare, nemmeno per un istante, per me. Questa è la mia agorafobia, ma ora che l’ho spiegata, sono sicuro che il termine per la mia patologia non sia corretto.
I cuscini che ho sistemato nel vano della finestra mi permettono di osservare fuori anche da sdraiato. Così il tempo che passo qui non è paragonabile con nessun altro in giro per la casa. A volte mi porto qualcosa da mangiare, mi piace spizzicare mentre vedo la signora con il cagnolino bianco parlargli come fosse un bambino e stropicciarselo addosso appena dopo avergli tolto il guinzaglio. Da questa altezza vedo che le persone seguono troppi rituali e hanno molte abitudini, molte di più di quelle che pensano.
(continua)


25 aprile - La finestra

Sono fermo alla finestra e non so se riuscirò a uscire di nuovo. I gomiti appoggiati al davanzale, le imposte socchiuse. Una striscia di sole mi illumina il viso, sono un po’ caldo, un po’ freddo, un po’ vedo e un po’ no. Ho il mento appoggiato alle mani intrecciate, legate strette insieme fanno una base solida per la mia testa. Però, nonostante la mia posizione in totale sicurezza, sbircio, non guardo fuori dalla finestra. Io solo sbircio. Non metto a memoria le persone, le cose. Resto staccato da quello che vedo, come non mi interessasse veramente. Mi convinco che non è di mio interesse.
Cerco di lasciare che fuori scorra una vita, due vite, cento vite alle quali non mi avvicino più della distanza di sguardo, perché non entreranno mai in collisione con la mia se io riuscirò a tenermene alla larga. Così non dovrò dare spiegazioni, né prendere decisioni. Non dovrò sorridere, interagire o farmi coinvolgere. Niente, semplicemente sbirciare dall’alto, da qui.
Quando fuori le cose accadono, io ci sono, le vedo da lontano. Penso che avere una prospettiva dall’alto, come quella che ho io, possa aiutare a fare chiarezza. Io vedo anche le cose che le persone non vogliono fare vedere. Quello che di solito non fanno quando sanno di essere oggetto di sguardo. Per esempio pulirsi parti del corpo come orecchi, naso, denti. Oppure compiere azioni guidate dal qualche istinto, ma non educate se non addirittura riprovevoli o illecite come prendere qualcosa che non appartiene loro o guardare parti del corpo di altre persone che di solito non si devono fissare in pubblico.
La mia finestra è particolare, perché è un po’ tondeggiante, il muro è sporgente. È il retaggio di un antico bovindo, quelle finestre semicircolari che escono dalla facciata esterna della casa e permettono a chi la abita di sistemare un ripiano per le piante o una seduta confortevole con cuscini. Questa seconda scelta è ciò che ho fatto io. La mia casa non è molto grande, ma nella sala principale i precedenti proprietari avevano realizzato questa apertura a semicerchio, con affaccio sul parchetto interno del palazzo. Loro ci curavano le piante, orchidee soprattutto, io ci ho messo me.
Non sono sempre stato così, rinchiuso in casa a guardare la vita scorrere fuori. Ho avuto, per la prima parte della mia vita, un’esistenza abbastanza normale. Andavo a scuola, al parco, al cinema, al supermercato, in giro con gli amici, vacanze, sì le vacanze… ho visitato molti paesi, i miei amavano viaggiare, soprattutto mio padre, adorava gli aerei. Così almeno una volta l’anno partivamo per qualche meta sconosciuta: città sovraffollate, deserti, lande incontaminate. Da questi viaggi tornavo sempre con la convinzione che noi esseri umani siamo tutti uguali, cambiano le esperienze, le storie, ma alla fine, per quanto le culture e le vite possano formare ognuno, c’è sempre nel fondo più profondo un marchio che ci fa riconoscere come umani, come parte della stessa specie.
Se dovessi dire quando è iniziato che io non riuscissi più a uscire di casa, avrei dei problemi a ricordarne il giorno o il motivo scatenante. È successo, semplicemente. Vivevo già da solo, già in questa casa. Ricordo solo che un giorno pensai fosse meglio non uscire perché si stava annunciando il temporale: tuoni all’orizzonte e qualche fulmine dalle montagne. La minaccia era reale, un forte vento da est aveva fatto sbattere le persiane della camera che non avevo fermato con il fermo. Così andai sul balcone per sganciare l’omino che teneva una delle persiane, per chiuderle insieme. E notai il particolare della fattura: girato in un senso era un uomo con i baffi, ma nell’altro era una donna. Possibile che avevo usato tutta la vita questi fermi delle persiane e mai mi ero accordo che la figura cambiasse? Avevo sempre pensato che la figura rappresentasse un uomo baffuto come a mostrare la forza per tenere aperte le persiane, ma non avevo mai fatto caso che sganciato il fermo, la testa dell’uomo spariva a testa in giù e dall’altro lato ecco una donna. Così mentre arrivava il temporale, io mi chiusi in casa per cercare questo particolare. Avevo sempre visto i ferma persiane con l’omino con i baffi, quindi tutti ribaltati diventavano delle figure femminili? Scoprì l’arcano: erano il turco e la donna. Il turco nemico penzolava a testa in giù durante il giorno quando le persiane erano accostate per proteggere le case dal caldo del sole e si vedeva la donna che rappresentava la Serenissima di Venezia, mentre quando le persiane dovevano rimanere aperte allora era il turco a fermarle tornando a testa in su. Avevo usato quei piccoli oggetti almeno due volte al giorno per tutta la vita e mai mi ero accorto che cambiavano la fattura, che rappresentavano due figure diverse. Il temporale intanto era trascorso senza che io gli prestassi attenzione. Ma ormai la voglia di uscire mi era passata.
(continua)


24 aprile - La decisione

Ho vent’anni e dieci mesi. La mia partenza per NY è stata rimandata.
Cause di forza maggiore è il caso di dire. E tu sei venuto a consolarmi, non per la mancata partenza ma per la perdita. Hai detto proprio, mi dispiace per la tua perdita. Cosa avevo perso? Me lo sono chiesto con gli occhi asciutti. Te l'ho chiesto con lo sguardo fermo. Tu eri scosso, incredulo. Non mi sono comportata come ci si aspettava da una figlia? Del resto al funerale del proprio padre, uno dovrebbe piangere. È il rito. E si sa che la società ama che si rispettino certe sequenze di azioni nelle rappresentazioni pubbliche. Invece io non l'ho fatto. Non perché sono un mostro insensibile. Stavo semplicemente pensando. Al prima e al dopo. Mi hai anche abbracciata. Constato che non sei molto più alto di me, ma la tua stretta è forte. Mi hanno abbracciata in tanti, però ricordo solo il tuo odore. Portavi una pioggia fine, i tuoi occhiali mi hanno lasciato un segno sulla guancia. Non amo essere stretta, a tutti ho cercato di porgere solo una mano. A te non ho potuto, mi sei arrivato incontro inaspettato. Mi hai abbracciata prima di pronunciare il mio nome. Avevi bisogno di assicurarti che fossi ancora viva, tanto ero terrea e assente. È che in quel giorno e in quelli a seguire ho pensato al dolore degli altri. A mia madre, che aveva perso il marito, a mio nonno che aveva perso il figlio, a mia zia che aveva perso il fratello. Per tutti era unico. Un solo marito, figlio, fratello. Anche per me in teoria era il solo padre. Ma qualcosa non mi faceva pensare al mio dolore, non lo sentivo. Sapevo che sarei andata avanti comunque, senza fare troppe storie, per tenere tutto insieme. Quindi pensavo agli altri che soffrivano di più di me. Dopo che mi hai abbracciato volevo dirtelo, per tranquillizzarti, ma tu mi hai mostrato gli occhi lucidi, e hai tirato su col naso la commozione scesa fin nelle narici. Così non ti ho detto nulla. Ho lasciato che tu soffrissi per me, come volevi. Ora capisco più che altro che la mia vita non prenderà la piega che avevo deciso per lei. Non posso lasciare mia madre da sola. Lascerò NY a un futuro che ora non posso programmare, finirò l’università qui. Così per mia madre il vuoto non sarà immenso, ma sopportabile. Ho capito anche che non ha senso questo continuare a scriverti. Oggi mi sono accorta che non ho perso solo il padre, ma anche il mio essere figlia si è dimezzato. Questo mi da un nuovo senso di autonomia e di responsabilità. Devo essere responsabile di me stessa, non solo di quello che faccio, ma anche di quello che desidero. Intravedere un futuro plausibile. In tutto questo tu sei qualcosa che stona. Non è solo la lontananza. Io devo essere qualcos'altro e non posso più scriverti pensando che un giorno leggerai questo nella nostra casa di montagna vicino al camino, mentre nostra figlia dorme nella stanza accanto. È finita una parte della mia vita. Penso che devo fare qualcosa di utile ora, di tangibile. Tipo costruirmi un futuro, perché la vita è cara. E non perdona. È finito il mio tempo dei sogni. Non sarà così difficile dimenticarti, le persone che non si frequentano rendono più agevole questo compito. Rimane solo il nostro appartamento, quello che tua nonna mi ha regalato. Lo lascerò non appena troverò un posto all'università e ci penserà mia madre all'affitto e alle commesse. Anche il nostro ultimo legame, posso reciderlo senza troppe noie.
Se metto insieme tutti i giorni che abbiamo passato insieme non fanno due mesi. E anche se diluito in quindici anni, mi sembra un po' pochino come storia d'amore. Del resto tu hai un’altra compagna. Non posso dire ragazza perché mi sembra molto più vecchia di te. Non parla, e penso che con te non c’entri nulla. Ma può essere che in me agisca la gelosia. Oppure è semplicemente la noia che mi ha trasmesso. Tu con lei sembri protettivo all’inverosimile: l’abbracci, la stringi a te. Quasi non sapesse stare in piedi da sola. Lei è pallida e morbida. Ma non sembra a suo agio con nessuna di queste descrizioni. Mi sembra la donna della stabilità che vai cercando. E dal momento che non riuscirai a trovarla con le tue forze, hai deciso di appoggiarti a lei perché la persegua e la mantenga per te. Lontana com’è da tutte le altre ragazze che hai avuto, questa te la sposi. Mi chiedo solo quanto tempo ci metterai a capire che sarà una tua buona amica ma non l’amore della tua vita. Penso ci metterai almeno quindici anni e un figlio. E una mattina quanto ti risalirà l’adrenalina per un evento che non ti sai spiegare, per una frase che ti riporterà in schiaffo a quello che eri, capirai che in tutti quegli anni hai cercato di costruire un uomo buono a tavolino. Secondo i dettami della società. Ma lontano dalla tua strada, rinnegando il tuo essere. Perché per te troppo pericoloso, instabile. Ecco a cosa ti sei venduto. Ti accorgerai che hai messo all’asta tutto per la stabilità. O l’equilibrio se ti pare. Ma non quello conquistato come fa un funambolo, mettendo in gioco la propria vita. Bensì come un prestigiatore, nascondendo il foulard nella manica e il coniglio nel cilindro.
Vorrei esserci quella mattina, quando ti accorgerai, davanti alla tazza di caffè, che se lottavi per far vivere quel uomo, ora saresti più stanco ma più appagato. Se lottavi per quel uomo saresti riuscito a fare di lui un uomo unico, il tuo miglior amico.
Io ho visto oggi che ti sei arreso. A essere quello che voleva per te tuo padre: tranquillità, sicurezza. I colpi di testa lasciali ai ventenni quando fai il viaggio da solo, quando pensi che si possa riflettere sulla vita tutto il giorno. Adesso cercati un lavoro solido e una moglie che non ti farà pensare.
Ti vedo ora, e la tua arrendevolezza è spietata. Sembri il figlio che non chiede più nemmeno al padre di allontanare il calice, perché sembra convinto che non può essere amaro se preso a piccoli sorsi, tutti i santi giorni. Così andrai avanti nella vita piano piano finché resisterai. Finché una frase, uno sguardo apriranno la voragine sulla quale avrai camminato fino ad allora. Spero per te, che non te la lascerai sfuggire. L’occasione di ritornare a te stesso, dico. Del resto è quel ragazzo e quel uomo che io ho amato. Perciò ti prego, se devi nasconderlo cerca un posto sicuro. Non farlo soffocare nei lunghi anni che avrà di attesa.


23 aprile - Donne cadenti

Donne cadenti
che non vanno raccolte,
goccia in uno stagno
lacrima salta-fosso.

Hanno sfilato innanzi
con abiti adatti
si sono impresse strette
per starci tutte e cinque, sorelle

Ho raccolto il tempo del ricordo
seminato prima la zizzania
il grano buono innanzi
si è fatto salvo.

Assente
forse non giochi di frodo? Con me
le strade si arricciano come fossero di cartone
ondulato ho il cuore
in sobbalzi il fiato si adagia.
Madido e poi spesso,
da un pezzo ormai tu credi
io ho messo. Dispenso quello
che è rimasto nella credenza,
un cuore lievitato al buio
nascosto a chi di dovere.

Presente
ho risposto all'appello
se mi chiami sollevo
con quello che so di dover dire
mentire potrei, tutti lo fanno
ma il danno sarà poi il mio sposo?
La lingua si sfalda di sapori
ho labbra tumefatte per ciò che non ho ricevuto
sono qui in attesa
e poi ricordo
che mi hanno già lavato l'anima
e fatto sgomberare.

Se una donna è fatta a pezzi
ci sta anche in un ricordo
strette le gambe al petto
così raccolta non ha peso,
si potrà carezzarle la pelle
senza che si sollevi.

Dentro tu porti un invisible man
fatto di abbondanze che coltivi
con acqua di mare
aspetti l'onda
si ritiri, lasciandoti secco il costato

leggero leggero
leggerai di me ancora
finchemortenontisepari.

lingua morta
tagliente sospiro raffreddato dal tempo
è una preghiera
che si consuma negli occhi
in via di resurrezione
accoglie l'asceta il suono
come pane bagnato nell'acqua
rinvigorisce, il palato l'umido boccone.
Puro
si dice
che la brama sia tale
ma incede il mentire
sa, come sporcare una tovaglia imbandita.
Per distrazione, a volte
il cuore si perde dei battiti
disseminati nel cortile tra gramigne e dimenticanze.
E poi la bocca sboccia, umido
il fiato precipita sulla terra
diaccio. Prima di fecondare dovrà sciogliere.


22 aprile - Foto e ricordi

Nella foto la sua faccia era una macchia scura. Si era mosso appena prima dell’autoscatto e la poca luce a disposizione aveva regalato alla carta la figura fantasma di un uomo irreale. Doveva essere una foto ricordo, di un gruppo di amici, dove tra i tanti uno solo andava dimenticato a forza. Lui si era mosso e il processo di oblio era iniziato allo scatto, con quel click atteso da tutti in forzoso sorriso.
Lei non sorrideva mai nelle foto, non in quelle in posa almeno. Non riusciva, ogni volta che sapeva di essere soggetto di una fotografia, il suo sguardo entrava nell’obbiettivo, quasi a chiedere perché, come potesse entrare tutta lì dentro. L’occhio umano scovava nell’occhio meccanico il segreto dell’appartenenza, della materializzazione. Cogliere l’anima, si dice di un bravo fotografo che lo sappia fare. Cogliere il profondo, si dice. Ecco, lei cercava il profondo quando era davanti a un obbiettivo, per questo non sorrideva mai. Così nel gruppo di amici, due facce rompevano l’armonia della festa: lui come un fantasma e lei che sembrava averne visto uno. Tutti si sarebbero accorti della liaison.

Il treno è mezzo vuoto, lo dico per rilassarmi. Questo significa che è anche mezzo pieno, ma non mi mette la stessa solitudine. Ho bisogno di quel poco di isolamento per calmarmi e chiudere gli occhi. Così mi concentro sul sedile di fianco al mio, vuoto e, non su quello davanti occupato. Ascolto una musica che va in loop. Non devo preoccuparmi della fine o del principio, tutto si mescola. Anche la mia attenzione che diventa così disinteresse. Il tremore impercettibile di questo treno ad alta velocità mi uccide le cellule, le sinapsi sono disturbate e non posso pensare né agire. Un piccolo chiodino si pianta nella regione parietale e allegramente ruota per entrare sempre più profondo. La mia mente lo vede e non so farle capire che non posso toglierlo. Resterà per il viaggio, girerà fino a destinazione. Sono diretto al nord. Ho fame, ma più sonno. E sbadiglio per questi due bisogni. Passa il carrello con le vivande, ho diritto a una bibita e uno snack, sono in prima classe. Ho diritto di avere e di scegliere cosa preferisco, dolce o salato. Niente, grazie, solo acqua gasata, che qui si dice frizzante.
Bevo, bevo, pausa, bevo lungamente. Finita. Appoggio il bicchiere di plastica troppo leggero per essere stabile, osservo il suo incredulo equilibrio, so che non reggerà la prossima curva, anche se la base del tavolino è gommata e fa resistenza. Ma questo bicchiere è troppo leggero, così pieno d’aria.. la curva arriva, la mia mano lo aspettava. Ma la presa è più rovinosa della caduta. Le dita chiuse a morsa attorno alla plastica molle, la arricciano in uno stropicciato rumore.. la forma si è piegata troppo, irrimediabilmente. L’oggetto ha perso la sua funzione di contenitore per una piccola falla creatasi sul lato. Volevo salvarlo e invece eccomi ad accartocciare fino a ridurlo in minimi termini, quasi una forma bidimensionale.
Ora che ho bevuto, ora che ho fatto la pausa devo chiudere gli occhi e farmi portare fino a destinazione, per non ricordare il viaggio. E quando aprirò di nuovo gli occhi dirò con sorpresa: eccomi arrivato. Come se davvero non me lo aspettassi..

Il barbone, sotto il portico di via Risorgimento è quello che trovo tutte le sere quando rientro a casa, abita l’angolo prima della mia via. Vedo sempre quel fagotto fatto dal corpo che rigonfia appena un piumone verde coperto di sporco. Oggi ha ritardato il sonno. Lo trovo in piedi, mi mostra le spalle. Sta per infilarsi nel cencio posato sui cartoni. Penso che si prepara a passare la notte, come farò io molto più tardi. Ma lui fa prima, deve solo coricarsi ed ecco fatto, che la notte arrivi veloce.
Ma quest’uomo mi sorprende.
Si è tolto la camicia prima di infilarsi in un letto di cartone. Era in piedi di spalle, il trapezio curvo, le scapole dimesse, ripiegate. L’ossatura pesata dai nodi della colonna. Toglie la camicia verde, la piega. La appoggia fuori dal giaciglio per non rovinarla. Poi si infila nel letto come un ratto, sguscia all’interno disegnando un fagotto di cenci, mentre la camicia riposa con cura in un sacchetto di plastica.
Non si è accorto di nulla, non guarda fuori, dietro di sé. Compie le sue azioni solite, poi si spegne nelle coperte, come una fiammella senza ossigeno.

Lei aspetta ospiti, ha cucinato come si deve, stappato bottiglie di vino rosso per farlo respirare, disposto candele da accendersi a tavola, piatti orientali da consumarsi con chopstick che tutti si divertiranno a usare. E tovagliette di lino chiaro sotto piattini Blu di China, un piccolo insieme di rose pallide messe a galleggiare in ciotole di vetro smeriglio. La sua solitudine si compie tra i fornelli quando gli ospiti già siedono al tavolo. Lei prepara le portate con meticolosa attenzione senza sbavature di salse sul bordo e lasciando che i colori nel piatto raccontino storie, come un quadro. Ma tutto nel silenzio della sua cucina. Dove ogni utensile va lavato subito dopo il suo utilizzo, e i residui puliti per non lasciare traccia del lavoro. Come se tutto si materializzasse da sé, come se fosse sempre esistito. Lui è in viaggio, ha abbandonato gli aerei tanto tempo fa, ora lascia che le rotaie gli segnino la spina dorsale per legarlo alla terra. Ora che ha paura di alzarsi in volo, non verrà più da lei di nascosto, alle prime luci dell'alba, per ripartire subito dopo.


21 aprile - Aria d’autunno

Accendere la luce, ma tenere gli occhi chiusi e aprirli piano. Il pomeriggio passato a letto svenuti nel sonno ricostituente. Ancora il freddo ai piedi e il cappuccio che copre la testa. L’uomo si stropiccia gli occhi secchi che dolgono per la luce. Occhi piegati per il peso di preoccupazioni fossilizzate. L’aria d’autunno non aiuta il fare. Il corpo chiama un silenzio profondo che nessuna attrazione vince. La solitudine del condottiero la notte prima della battaglia, il silenzio del campo all’alba, le mani che toccano la brina per saggiarne il gelo.
Lei è entrata nella veglia con violenza, buttando all’aria i pensieri. Gridando me, me, me.
Ma oggi non c’è tempo, solo sonno e cibo e casa. Appenderla al muro come un quadro, con le lunghe gambe che penzolano, i piedi morbidi abbandonati. E passare le dita bianche una alla volta come grani di rosario. Una stanza tutta per sé dovrà pur essere uno spazio mentale per individui che aggiustano se stessi..
L’aria diventa irrespirabile per un vizio che si consuma nello spazio angusto. Il sigaro si sfoglia come fiore di pesco senza che l’uomo l’assapori tra le labbra. Con le dita esplora la grana del muro imperfetto e desidera grattare via ogni gobba, ogni sfumatura tridimensionale. Pulire più di tutto, ordinare. Togliere il superfluo, per fare chiarezza. Vorrebbe per una volta sapere cosa è bene e cosa non lo è. Poter dividere in bravi e cattivi tutti i sé.
La maglia si sfila semplice, una camicia nuova e fredda solleva la pelle in brividi puliti. Poi chiudere gli occhi e contare fino a trentatré.. Immagini dal bordo nero che sfumano in dissolvenze composte: lei, poi lei, poi lei. Una voce lo chiama fuori. È ora di andare, amici aspettano di sotto, cortesi ospiti a cui non saprà rifiutare cortesie. Vuole restare un uomo buono, così gli è stato insegnato. Ma la maturità dell'anima in cosa consiste?
(Non sempre si devono porre domande, cattiva bambina impertinente..)

La pioggia è così fitta da togliere l’orizzonte, non più case o finestre di fronte. Solo bianco sporco che cola dai vetri. L’uomo si lascia incantare da questa ritmica naturale e il cielo plumbeo gli colora l’iride d’acqua. Mettere un maglione, con il collo alto, per sentire il caldo anche nella gola e poterlo inghiottire. Ascoltare una musica grave, un jazz scomposto di Miles Davis, un regalo di compleanno di tanti anni fa. E il gusto del caffè con una torta farcita di crema, le dita da leccare fino all’ultima. Era un compleanno sereno di quelli in cui non hai ancora cominciato a detestare gli auguri. Era un uomo giovane, che rifletteva sul futuro come l’unico tempo possibile. Era un uomo giovane e severo. Lo è sempre stato. Ora invece che si sente un uomo–bambino, non come ossimoro ma bensì fusione di opposti, ricorda male gli anniversari e brinda troppo spesso a un tempo passato.
Chi scrive non sa se l’uomo stia aspettando qualcuno; lo vede solo, seduto nella stanza in penombra, con la poca luce che filtra dal pomeriggio di pioggia. La musica può essere diegetica oppure extradiegetica e sentirla solo chi scrive come in un film la colonna sonora. L’uomo non tiene il ritmo, perciò sembra non sentirla. Adatta gli occhi all’oscurità che copre i mobili e scende liquida dalle pareti fino al pavimento.
Chi scrive sa che volendo può farlo alzare, accendere la luce o farlo uscire dalla stanza. Ma l’uomo sta bene così, è stabile sulla poltrona, gli occhi socchiusi, pensa a qualcosa che non vuol far sapere.
Chi scrive sa che quell’uomo è indipendente dalla sua penna. Che esiste anche prima del suo scritto, quando a chi scrive si rivelano i particolari, li descrive, come un pittore fa con un tramonto.
L’uomo esiste, chi scrive lo vede. Ne percepisce il respiro quando sta per addormentarsi. E lo porta con sé un po’ dove vuole.
L’uomo era rimasto chino sulla panchina, il fiume a scorrere dinnanzi. Un leggero fruscio di foglie autunnali a completare il quadro. Aveva lasciato la donna alla stazione, le aveva chiesto di andarsene, con cortesia. Aveva aggiunto un: meglio così per tutti e due. La sua separazione era costante, da cose o persone che potessero portargli dubbi o capovolgimenti. Aveva pensato che fosse meglio non sovvertire quel suo leggero equilibrio, precario come la fune di un acrobata, ma intanto esistente. Tanto più tangibile quanto il salto nel vuoto fosse lungo e pericoloso. E lui ci si aggrappava con tutti i sensi. Dicendosi appagato di sé. Così allontanava, gentilmente per sua natura, tutti coloro che potevano farlo scendere o far vacillare la corda tesa sulla quale stava appollaiato. Lei poi aveva fatto tremare tutto, perché su quella fune pericolosa, ci era saltata sopra. Non aveva cercato di attirarlo di sotto, ma era salita per tutti i pioli fino alla cima del pennacchio. L’uomo sbalordito le aveva chiesto di scendere, implorato e ordinato poi. Sapeva che quella fune ormai vecchia non avrebbe retto il peso. Ma lei niente, aveva detto o scendiamo insieme o cadiamo insieme. Lui aveva battuto in ritirata, accompagnandola alla stazione.
Domande se ne era fatte parecchie: sulla sua instabilità, sul suo piacere nell’isolarsi a metri e metri di altezza, sopra tutti. Pensava che il voler stare da solo fosse un dovere verso se stesso, un modo per proteggersi da attacchi indesiderati di persone che alla fine non si dimostravano all’altezza. Prima o poi tutte avevano sempre fallito . Ormai erano sette anni che era da solo, e il tempo gli sembrava esprimere l’infinito di quel numero simbolo. Sentiva di essere destinato a questa solitudine affettiva: amato da molti senza amare nessuno. Niente legami esclusivi, così nulla doveva essere scambiato per forza. Più di tutto limitare i voli pindarici, le cadute libere.
Ora sì che le foglie potevano cominciare a cadere e lui stare a guardarle indifferente, con un sorriso amicale sul volto e l’amore in frantumi nello stomaco.


20 aprile - La gita (terza parte)

La strada in discesa è meno faticosa e arriviamo in fretta dove avevamo nascosto la bici. Non abbiamo nemmeno guardato la mappa, ma continuiamo a parlare. Veramente all’inizio eravamo proprio in silenzio, ma poi Jimmi ha detto chissà cosa c’era nel sacco e da lì abbiamo detto tutte le cose che ci venivano in mente. Uno zombie, un vampiro senza testa, un lupo mannaro ma quando non era ancora trasformato, un animale fantastico tipo un drago ma in miniatura, uno gnomo di quelli cattivi che fanno le magie con i funghi velenosi, un griztsych dice Jimmi. Io gli chiedo che cos’è e lui alza le spalle, se l’è inventato. Allora anch’io.. e fino a quando arriviamo a casa diciamo nomi inventati e come sono fatti. L’ultimo è un puzzynschy fatto di gas puzzolente in un corpo di gelatina verde con dieci occhi che penzolano e tentacoli come i polipi. Questo ci fa molto ridere, ma poi Jimmi dice: si ma il sangue allora da dove viene? E ritorniamo subito seri.
Pedalo veloce con Jimmi che mi sta attaccato alle spalle, ho il fiatone e le gambe tremano, ma voglio arrivare a casa subito. Così dalla casa gialla, dove inizia l’asfalto spingo sui pedali e mi alzo anche dal sellino per andare più veloce. Il cane rabbioso questa volta ci spaventa a morte, non mi ero nemmeno accorto di essere già alla cancellata rossa… il cagnaccio era in agguato e comincia ad abbaiare da dietro la siepe che né io né Jimmi lo potevamo vedere. Sono così lanciato sulla bici che lo spavento mi fa perdere l’equilibrio e caschiamo sull’asfalto come due sacchi di patate. Accidenti Jimmi, questa volta ci sgridano, guarda come sanguina il ginocchio e la mano, e tu come stai? Jimmi sta bene, nessun graffio, era dietro, io l’ho protetto, mi ringrazia. Prego.
A casa ritiro la bici in garage e dico a Jimmi di andare su in camera, che io devo lavarmi per bene le mani e il ginocchio. Sul letto svuotiamo lo zainetto e la mappa la ritiriamo in mezzo al libro di Sherlock Holmes, così che mamma e papà non la trovino. Ci è venuta fame e mangiamo i panini che si sono tutti schiacciati per il volo dalla bici, e il prosciutto è diventato un po’ scuro per il caldo, ma a noi non frega, ce lo mangiamo lo stesso. Cavoli, che avventura, ce la ricorderemo per sempre, eh Jimmi? Con le mani dietro alla testa e sdraiati sul letto, rifacciamo la strada e poi l’uomo-orso e poi la grotta e poi..
‘Ecco dov’eri, ti pensavo fuori a giocare.’ La mamma è sulla porta, io mi alzo di scatto dal letto, accidenti, mi ero addormentato, e Jimmi? Mi guardo in giro, ma lui si è nascosto, e bravo Jimmi sei furbo, per fortuna tu hai sentito i passi della mamma prima che entrasse in camera, se no mi avrebbe sgridato anche per te. ‘Ma cos’è questa puzza?’ mamma annusa in giro come un cane pastore che cerca l’agnellino, io ho così tante cose che ho paura che lei scopra, che non so come depistare i suoi sospetti. Poi si avvicina alle scarpe da ginnastica, le prende e dice e queste? L’odore di grappa non se ne è ancora andato, adesso come glielo spiego?
A cena mamma tira fuori l’argomento scarpedaginnastica puzzadigrappa. L’abbinata è difficile da giustificare, ho cercato di pensare a una scusa ma mi venivano in mente solo orchi, rapimenti di alieni e zombi infestanti, niente che potessi usare per tirarmi fuori dai guai. E poi papà aveva trovato la bici sporca di fango e l’asciugamano in lavanderia con sopra il mio volo sull’asfalto. Accidenti, dovevo lavarlo, sì ma io che mi metto a lavare un asciugamano? Sarebbe stato ancora più evidente che cercavo di nasconde qualcosa... E va bene Jimmi, non ci resta che confessare, grazie che sei venuto a sostenermi.
‘Sono andato nel bosco, con la bici. La scarpa si è sporcata e io l’ho lavata con la grappa, al ritorno sono caduto perché non sono stato attento al cane.’ Papà dice, la grappa? Ma la mamma comincia l’elenco di sgridate: e cosa ti avevo detto della bici solo sull’asfalto, e non voglio che vai nel bosco e tanto meno da solo. Ma io dico che non ero solo che c’era anche Jimmi. Papà dice che il mio amico immaginario non conta, che se dovessi essere in pericolo il mio amico immaginario non mi può salvare, o chiamare aiuto. Ma io dico che invece Jimmi è stato coraggioso, più di me quando ci siamo nascosti dall’uomo con il sacco pesante. Mamma e papà sono zitti. Poi parlano tutti e due insieme velocissimo e a volume altissimo che io non capisco le domande, me le fanno a raffica. Mamma si alza da tavola e viene a stringermi e a guardare da vicino tutte le parti del mio corpo per vedere che siano tutte a posto e un po’ piange e un po’ mi abbraccia e un po’ mi sgrida, ma dolce non con la voce arrabbiata. Papà mi chiede la grappa dove l’ho presa. E l’uomo dove l’ho visto.
Jimmi dobbiamo raccontare della grotta, del rifugio, lo so, neanch’io voglio, ma lo so già che non molleranno la presa. Mi faranno confessare tutto. E se lo faccio adesso magari la punizione sarà meno severa. Così racconto della grotta, dell’uomo con il sacco che prima era vuoto e poi pesantissimo, della pozza di sangue con cui mi sono sporcato la scarpa e della bottiglia di grappa nascosta sotto la panca con cui ho lavato via il sangue. Jimmi mi suggerisce di raccontare anche quando abbiamo inventato i nomi delle cose che potevano esserci nel sacco come il puzzynschy fatto di gas puzzolente, ma io penso che non siano in vena di scherzi, hanno la faccia seria seria e mi sa che questa volta la bici me la scordo per un po’..
Mamma ha le mani sulla bocca e i gomiti sul tavolo e questo non è un buon segno, perché mi dice sempre che i gomiti sul tavolo non ci vanno. Papà e mamma si guardano e si mettono d’accordo con gli occhi, non so come facciano a capirsi senza parole, io penso che sappiano leggere il pensiero, perché fanno solo di sì con la testa e già si sono intesi.
‘Allora signorino’ quando mamma inizia così non va affatto bene ‘oggi hai fatto una cosa molto pericolosa e soprattutto hai mentito non dicendoci dove andavi. Va bene che c’era Jimmi, hai fatto bene a portarlo con te, ma devi sempre dirci dove vai perché così io e papà possiamo venirvi a cercare e aiutarvi, a te e anche a Jimmi’. Scusa mamma, scusa papà, ecco adesso mi viene da piangere anche a me… però non stringetemi così forte che soffoco.
‘Naturalmente signorino’, ecco adesso arriva la vera sgridata, ‘da domani niente bici per un mese e a scuola ti portiamo e ti veniamo a prendere noi’. Io penso un mese?? Ma è tantissimo!! Ma non dico niente, Jimmi dammi retta, meglio non ribattere.
Sono a letto presto, perché sono stanchissimo, mamma viene a darmi il bacio della buonanotte e mi fa promettere di non raccontarle più bugie. Io prometto e poi me la bacio tutta, che sa di buono la mia mamma, sa di fresco, di pulito. Anche papà mi bacia per la buona notte e io allora gli chiedo se sapeva chi era l’uomo con il sacco pesante. E lui dice una parola che non conosco e che poi mi spiega. A me non piace per niente che qualcuno spari agli animali e che poi li porti via in un sacco. Prima di addormentarci io e Jimmi decidiamo che nel sacco c’era l’alieno puzzone fatto di gelatina verde e che la macchia per terra era succo di pomodoro come si fa nei film. Comunque Jimmi, un mese senza bici..


19 aprile - La gita (seconda parte)

C’è un uomo di spalle, proprio davanti alla grotta. Io mi abbasso e guardo, nascosto dai tronchi degli alberi. Jimmi è rimato in piedi, allora lo tiro per la manica perché si accovacci vicino a me e gli faccio segno di tacere. Eravamo convinti che nessuno sapesse di questo posto. Però avremmo dovuto pensarci che qualcuno lo conosceva, in effetti noi la chiamiamo la grotta ma non è una costruzione naturale, è come una casetta di una sola stanza scavata nella roccia, con una porta scassata di legno e una panca vicino all’ingresso. Quindi poteva anche venirci in mente che l’aveva fatta qualche persona e che magari ci sarebbe tornato, prima o poi. Ma perché proprio oggi? Io e Jimmi facciamo attenzione a non farci né vedere né sentire. Restiamo accovacciati tra i cespugli anche se i rovi pungono attraverso i jeans. Io ho paura e avrei voglia di parlare per farla passare, ma so che non devo fare rumore, che se il signore ci sente, verrà a cercarci. Così me ne sto zitto zitto, buono buono dietro a Jimmi, perché questa volta il pericolo è davanti e lui è più bravo di me a difenderci.
L’uomo ha posato un sacco a terra, non molto grande e che non sta dritto da solo, sembra mezzo vuoto. Apre con entrambe le mani la porta di ingresso ed entra portandosi dietro il sacco. Io e Jimmi ci guardiamo, a me per la paura viene da ridere, mi metto le mani sulla bocca per non fare uscire niente. Jimmi non stacca gli occhi dalla porta, aspettiamo che esca, e se non dovesse più uscire? Ma ci mette poco per venire fuori. Il sacco adesso è pieno e sembra piuttosto pesante. Noi ci chiediamo cosa possa mai contenere, quando siamo stati nella grotta, non abbiamo visto niente che si potesse mettere in un sacco, a parte la terra e i sassi. Comunque pesante è pesante. L’uomo se lo carica sulla spalla facendo parecchia fatica, ma prima nasconde una cosa che non vediamo cos’è, dietro la panca fuori dalla porta.
L’uomo ci passa vicinissimo per ritornare sul sentiero, questa volta è Jimmi a mettermi entrambi le mani sulla bocca, perché non è sicuro che le mie bastino a farmi stare zitto. E qui, sappiamo che se ci scappa anche solo un fiato, siamo spacciati. Io non vedo l’uomo ma solo l’ombra che arriva a sfiorarci, tra la schiena curva e il sacco pesante, sembra un grosso e spaventoso animale, tipo un lupo mannaro o un orso, ma di quelli da documentario, che non si vedono in giro tanto facilmente. I passi pesanti fanno tremare il terreno e io ho così paura che sento voglia di fare la pipì, non posso nemmeno saltellare per farmela passare, così cerco di pensare a cose come una vasca piena di marshmallow, dove io mi ci butto dentro da un trampolino, affondo nel mordibo e addento qualche pezzo prima di risalire. L’immagine ha funzionato, l’uomo è passato e io non mi sono fatto la pipì nei pantaloni. Lo racconto a Jimmi, perché noi ci diciamo tutto e lui ride, mi chiede a che gusto erano e quanti ne ho mangiati. Ridiamo entrambi, non per i marshmallow, ma perché è passata la paura e siamo felici di essere vivi. Ora però entrambi vogliamo entrare nella grotta, se prima era il nostro rifugio segreto, adesso è ancora più forte, sapere che ci dobbiamo entrare di nascosto e sperare che l’uomo non torni mentre siamo lì dentro.
Vado davanti io, Jimmi mi segue e guarda intorno per accertarsi che non ci sia nessun altro. Apriamo la porta scassata, in due perché è pesantissima, si incastra nella terra e facciamo una fatica tremenda per aprirla quanto basta per farci passare, noi siamo piccoli e basta davvero poco. Io tolgo lo zainetto e lo poso sulla panca, poi prendo la pila e illumino l’interno. Entro prima io, Jimmi mi segue. La luce della torcia è piccolina, per fortuna entra anche un po’ di sole e riusciamo a vedere l’interno della grotta tutta intera. In effetti non c’è niente dentro, è una grotta vuota. Chissà cosa c’era nel sacco…
Mentre cammino sento una cosa appiccicosa sotto la scarpa, ho messo il piede in un terreno strano. Lo illumino con la torcia e Jimmi lo indica con il dito: è scuro e molliccio. Poi ci abbassiamo per toccarlo e io resto pietrificato. Jimmi dice che è sangue. Forse ha ragione. Indietreggio piano e tolgo la scarpa dalla macchia che illuminiamo bene con la luce. Io penso che sia un po’ scura per essere sangue, ma poi ci ricordiamo quando a scuola sono venuti i volontari a raccontarci cosa fare in caso di incidente e ci hanno fatto vedere tante fotografie, anche lì il sangue non era rosso, non il rosso che usiamo di solito con i pastelli quando facciamo i disegni, era scuro. Come questo.
Scappiamo fuori, urliamo anche. Al sole si vede bene la mia scarpa macchiata sulla suola e anche sulla punta. Io mi siedo per terra e la tolgo, scaraventandola lontano. Jimmi dice che dobbiamo pulirla che non possiamo arrivare a casa con la scarpa così. Io penso che no, che mi fa schifo anche solo raccoglierla, figurati pulirla e anche mettermela al piede di nuovo. Jimmi la osserva da vicino, dice che la macchia si sta asciugando, che sarebbe meglio pulirla subito. Così mi ricordo della borraccia nello zainetto e uso l’acqua per togliere quella macchia che è già diventata più scura di prima. Con la scarpa in mano saltello fino alla panca, io e Jimmi ci sediamo. Guardiamo la macchia, non è andata tanto via. Cerco dei fazzoletti nello zainetto ma non li ho portati. Così frego la scarpa contro l’erba e un po’ funziona. Adesso il rosso scuro si vede di meno del verde che ha lasciato l’erba. Jimmi trova sotto la panca una bottiglia. È quello che aveva nascosto l’uomo prima di andarsene. È trasparente, pensiamo sia acqua, la uso per pulire meglio la scarpa, ma appena la rovescio, un odore fortissimo ci fa tossire. Leggiamo l’etichetta e c’è scritto Grappa. Cos’è la grappa? Sembra acqua, ma di certo l’odore è diverso. È fortissimo. Poi Jimmi si ricorda la bottiglia sul tavolo da pranzo che il papà tira fuori quando c’è qualche ospite, non è la stessa? Hai ragione, anche l’odore è lo stesso. Proviamo a metterne un goccio per vedere se manda via la macchia. In effetti questo liquido trasparente e puzzolente si è mangiato il coloraccio rosso scuro. Lo verso anche sulla suola e poi frego bene nell’erba. Ecco, meglio. Rimettiamo la bottiglia a posto, anche se ormai è quasi vuota.
Io e Jimmi non parliamo, fissiamo la porta e pensiamo che dovremmo chiuderla, lasciarla come l’abbiamo trovata, ma nessuno dei due ha voglia di avvicinarsi alla grotta. Mi rimetto la scarpa, c’è una puzza tremenda di grappa ma meglio la puzza del sangue dice Jimmi, io sono d’accordo con lui. Ritiro la torcia nello zainetto e me lo metto in spalla, dobbiamo andare. E dobbiamo chiudere la porta. Forza Jimmi, è solo una porta scassata, poi al ritorno abbiamo i panini da mangiare..
Ma sulla strada del ritorno nessuno di noi due ha più fame.
(continua)


18 aprile - La gita

Oggi è il giorno della gita, l’ho messo nel diario, quindi preparo lo zainetto e tiro fuori la bici dal garage. Ho portato un panino per me e uno per Jimmi, l’acqua solo per me perché tanto Jimmi non beve e poi sono pesanti due bottiglie da portare. Devo andare veloce, quindi il minimo indispensabile sulle spalle, perché io non ho mica una bici da femmina quelle con il cestino, e lo zainetto me lo tengo addosso. Quindi meno pesante è, meglio è.
Ieri ho detto a Jimmi che oggi ci sarebbe stata la gita, così sotto la coperta, con la pila abbiamo fatto il percorso, sul foglio a quadretti che è diventata la mappa. L’isolato lo abbiamo disegnato ma più semplice, tanto ci ricordiamo quale strada prendere per uscire dalle casette a schiera e, poi dovevamo lasciare lo spazio per il sentiero non asfaltato, perché è lì che ci siamo persi l’ultima volta.
Jimmi ha i miei stessi gusti quindi i panini li ho fatti uguali, ci siamo divisi le fette di prosciutto e di formaggio, perché mamma non si accorgesse che avevo preparato la merenda per due, lei non vuole che dia da mangiare a Jimmi, nemmeno vuole che ci giochi, così io non le dico più che viene con me. E quando esco a giocare, lei mi chiede sempre con chi vado e io rispondo da solo.
Prendo la bici e quando sono dietro l’angolo faccio salire Jimmi, lui non pesa e portarlo in bici è facile, perché sa stare attaccato bene senza sbilanciarmi, non come quella volta che ho portato mio cugino che si agitava sul sellino e siamo caduti sbucciandoci le ginocchia, le mani e prendendo anche una sgridata dalla mamma.
Superiamo la prima parte di case, la strada qui è alberata, e non ci sono problemi, ma appena svoltiamo l’angolo ci sarà la cancellata rossa che ha quel cane rabbioso. Prepariamoci a non sbandare, perché non abbaia subito, ci lascia sempre percorrere qualche metro e quando sei sicuro che non ti insegue, eccolo che arriva, lanciatissimo, con già la bava alla bocca e abbaia che ti strappa il cuore dal petto, tanto non te lo aspettavi più. Allora rallento, Jimmi annuisce, sono riposato, posso pedalare veloce, passo i primi metri e poi mi lancio a velocità da discesa, con le gambe che non le sento più tanto spingono sui pedali. Ecco che abbaia, ma noi siamo fuori portata ormai. E bravo me, Jimmi mi picchia una pacca sulla spalla.
Adesso però dobbiamo fare attenzione alla mappa. Dobbiamo arrivare fino alla casa gialla, poi prendere il sentiero sulla destra ma solo fino al primo bivio. Accidenti Jimmi, senza l’asfalto faccio una fatica a pedalare, ho chiesto alla mamma di cambiarmi le ruote e prendere quelle per i sassi, ma lei dice che non va bene andare nel bosco, che la bici mi serve per andare a scuola e per andare a fare la spesa e quindi devo stare solo sull’asfalto. Penso sia meglio fermarci qui. Nascondiamo la bici sotto quei rami spezzati, a piedi arriviamo prima e poi se lasciamo la bici qui, anche se qualcuno la trovasse, sarebbe troppo lontana dalla grotta, così il nostro nascondiglio rimarrebbe al sicuro.

Io vado davanti, Jimmi dietro. È sempre così tra noi, lui mi guarda le spalle. Il bosco all’inizio della strada sterrata è poco fitto, ci sono alberi ma il sentiero è ancora largo ed è impossibile perdersi. Siamo nervosi, lo sento perché non parliamo, intorno a noi si sentono solo i rumori delle cose che calpestiamo, come le foglie secche, i rametti degli alberi e il rumore delle suole di gomma che a volte si trascinano sassolini per qualche passo. Quando la parte di bosco battuta si restringe e il sentiero diventa meno visibile, io rallento. Jimmi mi tocca una spalla e mi tranquillizza, finora tutto bene. Si certo, ma gli alberi si fanno più fitti e il sole è sempre meno visibile. Non è che ho proprio paura, vorrei più che altro ci fosse più luce, ma è primavera e le foglie sugli alberi sono cresciute a dismisura, l’ultima volta erano molto più piccine e meno verdi. Adesso praticamente ogni ramo si è riempito come di ombrelli aperti e il cielo si vede solo in piccole fessure. Non è che ho paura, non sono solo, c’è Jimmi con me, ma un po’ più di cielo e di raggi del sole, ecco… non guasterebbero. Apro il foglietto che è la nostra mappa, io e Jimmi chini sui segni che abbiamo tracciato e che non corrispondono a niente che vediamo nel bosco. Ci ricordavamo un albero tutto raggrinzito con un grande ramo spezzato, ma ora le foglie cresciute ovunque ci confondono. Decidiamo di proseguire il sentiero fin dove lo riconosciamo e di disegnare sul retro della mappa un’altra mappa, così non ci perdiamo al ritorno. Ho preso dallo studio della mamma un Uniposca, e segno una piccola freccia bianca su una roccia che sporge dal terreno. Jimmi annuisce, siamo dei veri esploratori, avventurosi ma anche sensati, perché dobbiamo sempre tornare a casa in tempo per la cena.
L’erba che è cresciuta sul sentiero è un po’ calpestata, pensiamo a degli animali che hanno percorso la via, per non rimanere impigliati nei rovi del sottobosco. Ora la strada sale, abbiamo due specie di tornanti da fare tra gli alberi fitti fitti, poi ci ricordiamo della piccola radura che è davanti alla grotta. Io ho sete, ma ho portato una borraccia sola, così per non far venire sete anche a Jimmi, non la tiro fuori dallo zaino e non bevo. Ma sento la forma cilindrica sulla schiena e il mio pensiero è sempre lì, alla borraccia piena di acqua che dondola tra i panini e il libro. Dai, ancora un poco e siamo arrivati, spero, mi giro per vedere Jimmi, lui non sembra fare fatica, sale per la costa in silenzio e non ha nemmeno il fiato corto. Io invece non parlo solo perché se no non riuscirei anche a respirare. Perché a me stare in silenzio quando ho paura mi costa tanta fatica. E adesso, un po’ ne ho, di paurina dico…
La luce arriva più forte sopra la testa, capiamo che la radura è dietro a questi alberi. Io e Jimmi sorridiamo, ce l’abbiamo fatta questa volta. Voglio correre fino alla grotta attraversando il piccolo spazio pianeggiante appena sarò in cima, ma le gambe si bloccano ancora prima che io abbia capito il pericolo. Lo vedo per primo e allargo il braccio destro per fermare l’avanzata di Jimmi. Ora siamo tutti e due immobili e ci guardiamo negli occhi con entrambi il dito davanti alla bocca che dice: stsssssss silenzio…
(continua)


17 aprile - Il bacio


Si sveglia
con il bacio
appuntato alla fronte come chiodo fisso
il corpo al caldo è una strada
un saliscendi dai piedi alla nuca.

Ricorda il morbido, il dolce
il piacere demente
il tutto che sale alla pancia, inghiottito
nel buco nero, nello spazio asfittico
racchiusi tra due serragli vermigli.

Rifaccio
perché mi hanno detto ‘c’è tempo’
se ti siedi ti aspetto, muta mutandis
il mio dovere è prono, poiché
la lingua batte dove il pensiero duole.

La bocca si è asciugata prima di aprirsi.

E mentre una coccinella passeggia sul foglio
e copre lettere e ruba significati
lo sguardo va indietro,
nel tempo impresentabile.

Mi copri la vista
reclinato ho il collo
proteso come una giraffa verso il sole
a bagnarmi di luce, sono pronta.

Sollevo una mano alla nuca di molli capelli
tocco. Trattengo, non ti muovere
devo cogliere di te il sapore
quello che non voglio perdermi.

Non sono uomo di fede, ho ben presente
il valore del dono
tuo che si disperde nella mia cava,
che non so più dove finisco io e dove tu inizi.

Puoi fare ogni cosa, io che
non capisco il fine
la frontiera la attraverso senza
che la vita sia nella custodia

Farmi riconoscente è un debito con molti interessi
poche volte pago il dazio del giusto viaggio
mi chiedi se non capisco
è vero, la mente è altrove
nascosta da scuse sottili.

Come si può stare bene se si è obbligati
se il corpo al martirio
lontano dalle braccia, non volesse stare,
che punti dovrei mettere in questo finale.?!

Il giorno è appena dietro questo nero,
annusa l'aria di sonno
vorrebbe ritardare l'incontro
ma un gusto loquace chiede venia

sarà il giogo dei giusti
a baciarti le labbra secche di veglia
sarà un battito, un irregolare
a mordere il tuo sonno sospeso.

Immaginare ancora
a occhi chiusi possiedi
e il respiro è felice di infrangersi
nel corpo redento.


16 aprile - Senza nome (seconda parte)

Oggi piove, la vita scorre verticale.
Nelle mie mani si sono fatte delle crepe e il grasso vi affonda e guarisce. Lilly ne conosce la natura, non le devo spiegare nulla. Agli altri mento una ferita accidentale, da cuoca maldestra. Dopo il lavoro Lilly mi dice che è passato il periodo del lutto, che non posso impedire alle stagioni di ritornare. Non posso fermare il tempo sull'inverno.
Io scherzo dicendo che la nebbia sul porto persiste e lei dice che quella dell'anima va diradata. Che la nebbia non protegge, solo nasconde. Oggi le racconto di lui, perché Lilly ci invita a pranzo. Mi dice portami lui così lo conosco. Dopo il lavoro al banco, torno a casa e mi faccio una lunga doccia. Poi mi vesto leggera ed esco in tempo per comprare dei fiori. Li scelgo bianchi, dallo stelo corto, profumati e semplici, pochi petali solidi ancora chiusi. Lilly indossa la stessa veste che si intravedeva stamane sotto l'impermeabile. Ha preparato le crepes con il formaggio speziato, due boules di sidro. La sua casa è minimale, ma non spoglia. È cupa ma non buia. Si parla volentieri e si ascolta senza dover chiudere gli occhi per immaginare. Non parlo di lui dalla sua morte. Ne ho scritto quaderni ma la voce non lo ha mia più raccontato. Lilly mi dice solo descrivimelo e io parlo dei vestiti, della statura, capelli, mani, scarpe. La mia interlocutrice ha pazienza, non forza la mano. Sa che i particolari sono come l'acqua di un ruscello: vorticosi, arrivano in improvvise rapide. Non bisogna farsi prendere sprovvisti di attenzione. E Lilly ne ha grandi scorte, come di pazienza. Non ricordo quello che dico, ma quando mi alzo dalla sedia fuori è buio e mi dolgono le ossa del sacro. Barcollo leggermente, Lilly mi prende al volo. Poi stacca lo scialle dal chiodo vicino alla porta e mi accompagna a casa. In silenzio.

Mi chiamano Lilly, vivo in un paesino della Bretagna, in una casa attaccata al porto.
Lei viene da me una mattina d’inverno pieno. Mi chiede un pesce senza spine per il suo bambino. Quando sollevo gli occhi per guardarle la bocca, ne trovo anche gli occhi, spogli come il salice in inverno. Non c'è in essi nessuna ansia di madre. Lei è sola. Lo capisco subito, ne condivido il vuoto. Così le incarto uno spinarolo delicatissimo che può fare al vapore, perché il grasso si sciolga e resti solo il buono della carne bianca e densa. Le dico di usare olio di mandorle, contro il dolore. È un animale in fuga. Ne sento l'odore. Non della paura ma della morte che l'ha dimenticata qui, sola. Il problema di chi sopravvive è quello di occupare anche lo spazio delle vite che la morte si è portata via. Ecco cos'è il vuoto, è proprio lo spazio fisico che quelle esistenze occupavano fino a qualche ora prima e che ora è tutto per noi. Il nostro corpo, di sopravvissuti, per quanto si possa dilatare non riuscirà mai a occupare quello di tutti gli altri. Così aspettiamo, seduti, immobili, che lo spazio si restringa, che il tempo si chiuda. Lei se li porta appresso, cammina per strada lasciando la distanza necessaria perché loro non sbattano contro i muri. Come sopravvissuta non riesce a occupare lo spazio di entrambi. La sua operazione è quella di sparire, diventare invisibile. In questa non esistenza cerca il calmiere del dolore. E quando è obbligata alla conversazione, allora li fa vivere come normali occupanti della casa. Così impazzirà a breve. La sua sfortuna è la sua intelligenza. Ne ha molta e questo dono della mente non le permette un lucido abbandono alla follia. La sua mente resiste, sembra voglia trovare una soluzione, non dico razionale, ma quantomeno ragionevole. Perciò di sicuro non piange abbastanza, non urla, non si dispera. Soffre. Punto.
Così capisco che questa donna in fuga ha bisogno di un posto dove fermarsi, di qualcosa da fare per sostituire il dolore con la stanchezza del lavoro manuale. Chiedo un aiuto al banco del mercato, la mattina presto, tanto so che lei non dorme e l'alba può essere solo un momento della giornata uguale a un altro. Lei è una donna metodica, lavora come un architetto dove gli spazi vanno riempiti alla perfezione. Questo almeno la terrà occupata fino all'ora del pranzo, sette giorni su sette. A tutti si è presentata come Donna, che per lei non significa il nome proprio, ma il nome comune di persona femminile adulta. Io non la chiamo mai per nome, la saluto con un ciao o a volte basta un sorriso ricambiato, per capire che ha deciso di provare a vivere anche oggi, alzandosi e venendo al porto.
Sembra che il suo viso sia riuscito a mettere da parte la bellezza, come l'avesse sistemata nella memoria, per conservarla fino a che lei fosse di nuovo pronta per sopportarla. Riesce a girare un paesino di 200 anime in perfetto anonimato. Qui da noi è il mare che la fa da padrone e, con i suoi capricci, gestisce i giorni e le stagioni. Decide il mare quando si fa festa e quando portare il lutto, quando illuminare i vicoletti con le luci colorate e quando appendere le lenzuola fuori ad asciugare. Così lei si adatta, restando in casa quando tutti sono fuori, riversi nelle strade a cantare, con chitarre e sidro, antiche filastrocche nostrane. Ora però è passato il tempo del silenzio, devo forzarle la mano e ridarle la sua bellezza, perché anche un fiore custodito in serra finirà per appassire senza luce e senz'acqua. Così le chiedo di venire a pranzo e di portarmi il racconto di lui, il marito che ha perso un pomeriggio di due anni prima. Il bambino ancora no. Del piccolo ancora non può dire perché il ricordo è così fantastico che lei non saprebbe distinguere dalla realtà e confonderebbe i tempi passati e presenti senza sosta.
Arriva da me che è l'una passata, il campanile ha suonato secco il colpo e io ho rotto le uova nella boule. Entra con un vestito leggero e un mazzolino bianco che sembra una educanda diretta in chiesa. Ha il viso teso di chi debba fare una confessione, aspettando un'assoluzione. Sa che non potrà vincere o perdere, ma che ricomincerà a respirare quando questa cosa sarà finita. Deve raccontare del marito, parlare di lui per la prima volta dopo la sua morte. Ha paura e voglia di farlo uscire. Io la accompagno con il silenzio, con gli occhi chiusi. Non so se è alto o magro o che colore aveva gli occhi. Lei descrive l'amore, non l'uomo. In effetti è sempre l'amore che pesa nei ricordi, il corpo lascia tracce temporanee.

Attraversiamo la piazza nel silenzio dell'ora di cena, sagome di famiglie sedute a tavola si intravedono dalle finestre giallognole. Lilly mi copre con il suo scialle le spalle curve anche se leggere. Sono solo stanca, di una spossatezza buona. Arrivo a casa e lei mi lascia con un piatto incartato, la crepe che non ho mangiato a pranzo, mi dice mangiala a cena. Io mi siedo sulla piccola panca che ho di fronte al mare, mangio con le mani l'impasto freddo e il formaggio rappreso. Sento un sapore forte di sale e spezie. Ho bisogno di bere, era troppo tempo che la mia bocca non aveva più il gusto. La lingua cerca il residuo di salato tra i denti e di amaro del rosmarino e della salvia. Era una crepe al formaggio di capra con odori dell'orto. Ora posso finalmente andare a dormire.


15 aprile - Senza nome (prima parte)

Ho scoperto che il dolore si divide in dolore serio e in mancanza.
L'ho scoperto perché per la prima volta l'ho provato.
Nemmeno quando sono morti i miei genitori lo avevo provato, quello serio dico.
Capisco ora che quello che mi aveva invaso era un dolore di perdita, che mi faceva pensare a loro che non c'erano più e provare una tristezza che mi portava lacrime e rimpianti. Ma io continuavo a mangiare, a lavarmi, a dormire. E non cercavo di farmi del male. Guardavo forse alle cose con un'altra prospettiva, ma la vita mi scorreva nelle vene ugualmente. Il dolore serio invece non lo permette. Non ti scorre più nulla: né voglie né necessità. Nemmeno i bisogni primari. Solo le funzionalità di sopravvivenza resistono latenti, perché il respiro non è regolato dalla tua volontà e lui va avanti ugualmente, anche se tu non ci pensi. Per questo sono ancora viva, perché il mio corpo pensa a respirare da sé. Tutto il resto diventa superfluo, dal mangiare al bere al dormire. O meglio nulla è più necessario e quindi scandito. Porta soprattutto silenzio. Il dolore serio è una grande parentesi, una stasi. Niente più si muove o si agita in te perché tanto non ha dove andare.
È buffo. Io nella mia vita non ho mai scritto altro che frasi sintetiche, la sintesi era il mio dono soprannaturale. Nell'agenzia ero io la sola che sapeva trovare lo slogan d'effetto quando avevi tre parole tre a disposizione. Ora mi trovo a riempire quaderni di lettere, pensieri, descrizioni. La verità è che io questo dolore non lo voglio dimenticare, perché una cosa così intensa non l'ho mai provata. E così duratura anche. Penso che sia parte di lui e del piccolo. È il loro modo di farmi capire che non se ne sono andati, che non se ne andranno mai. Devo mandarli via io. Trasformare questa loro presenza, che ora vivo nel dolore accecante dell'impossibilità di vederli e toccarli, in memoria. Farli diventare partitura dei ricordi e poter così ritornare al mondo dove mi hanno lasciata sola. Perché quel giorno a prendere il piccolo ci dovevo andare io. Ma gli eventi sono andati tutti diversi dal solito. E lui arrabbiato con me doveva smaltire la delusione uscendo di casa, sbattendo una porta. E lasciarmi da sola a pensare al mio misfatto, al mio non aver avuto fiducia in lui. Non aveva capito che se non avevo avuto fiducia in qualcuno, era in me. Nella mia incapacità di cambiare a quarant’anni la mia vita, accettando una sconfitta palese, come l'essere licenziata dalla propria agenzia.
Questo è successo tempo fa. Non abbastanza però per farmi tornare a una vita cosiddetta normale. Ero in un altro paese allora, con altri paesaggi. Ho lasciato tutto, senza portare con me niente di valido. Sono scappata come un profugo da una città sotto assedio, dove i proiettili dei cecchini erano i ricordi. E a quelli non si sfugge mai.
Comunque si piange poco, troppo poco. Quando succede però riesco a dormire. Svengo sul divanetto che ho messo davanti alla finestra. Il mare urla quasi sempre in questa stagione e copre le grida interiori.
Oggi sono stata al porto fino a dopo il pranzo. Le barche di ritorno dalla pesca notturna portano uomini incerati, coperti di salsedine. Le barbe bianche non rivelano gli anni ma il sale a deposito. I movimenti veloci per finire e andare a dormire.
Mi sono impiegata in una di queste bancarelle. Lavo il pesce dopo che è stato ucciso. Mi sembra un'espiazione, i miei gesti sono quasi religiosi, do a ogni animale una degna sepoltura nel ghiaccio. La morte non mi ossessiona, ma mi accompagna. E poi questo lavoro è stancante e il pomeriggio dormo un poco. Le donne intorno a me sono silenziose come me. La mattina è presto e nessuno ha voglia di conversare. Poi il freddo e la nebbia invitano un ulteriore silenzio. Ho comprato da Madeleine i vestiti necessari per questo lavoro. Un cappello di tela cerata, un maglione di lana spessa con il collo alto, pantaloni di fustagno e due paia di calze. Al porto mi hanno dato l'impermeabile giallo, il grembiule e gli stivali di gomma che sono due numeri più del mio, ma che con i calzettoni doppi vanno bene. Il mio corpo non sente il caldo o il freddo e per questo mestiere è un gran plus. Le mie compagne sotto i guanti di gomma spessa portano guanti di lana, ma Lilly mi ha insegnato a spalmare di grasso le mani prima di infilarle nei guanti e così la mia pelle non risente dell'aria gelida dell'alba. Lilly avrà settant’anni, forse li dimostra solo. Vive al porto in una piccola casa al pianoterra, ingombra di reti e di ricordi. Ha perso tutti in mare, la sua famiglia intendo. Un marito e due figli. Una tempesta di trent’anni fa si è porta via trequarti della sua vita. Lei però al contrario di me non si è spostata. Ha continuato laddove tutto si è stravolto. Ha accettato con rassegnazione che il mare dà e toglie.
Qui nessuno sa la mia storia. Ma Lilly ha intuito il dolore, quello serio di cui parlavo prima. L'ha annusato, la prima volta che sono scesa al porto a fare spesa. Ho chiesto un pesce senza spine, per il piccolo. Lei mi ha servito uno spinarolo, tenero come non si è mai visto. E poi mi ha detto pas huile d'olive, huile d'amande pour la doleure.
Dopo qualche settimana lavoravo al banco vicino al suo, lei aveva chiesto un aiuto perché le sue mani non erano più svelte come una volta. Nessuno aveva fatto domande o posto obbiezioni, anche se era palese che io non facevo nemmeno un decimo del suo lavoro. Io accolgo i pesci e li sistemo nel ghiaccio come se fossero reliquie. Completo una cassetta nel tempo che Lilly ne fa sei, ma va bene così. Il salario è il 10% delle cassette che si riescono a confezionare e io non faccio concorrenza a nessuno con la mia lentezza. È metodo, è espiazione, come dicevo.
Qualcuno si ferma anche dopo il confezionamento delle cassette per la vendita al banco. I banchi al mercato del pesce sono rimasti pochi. Quello di Lilly è una tappa obbligata, anche se non hai niente da comprare, passi a farle un saluto. Lei ti incarta i resti per il gatto di turno e due pillole di saggezza che tu assapori con calma nel buio della cucina.
(continua)


14 aprile - trentesimo giorno

La ragazza guardava l’acqua che si congiungeva nel lavandino, con gli occhi pieni di sonno, gonfi e un po’ inlividati da una notte piena di figurine da ricordo.
Che giornata oggi! Tutto buio, un po’ grigio topo, senza alberi con uccelli cinguettanti o onde di luce primaverile. Solo il rumore delle 6.45 di una London che non si aspetta altro che lacrime dal cielo. Ai piani alti almeno non arriva il rumore scivoloso delle macchine sull’asfalto bagnato, perennemente bagnato, non si capisce se di sudore o di pioggia. Il ritmo in questa città è alle stelle già a quest’ora, non esiste il tempo del risveglio, quel dolce lasciarsi inghiottire dal recupero dei sensi civili, quel rientrare nella forma umana della società, rimettere i vestiti del proprio personaggio, riacquistare il ruolo come si ha coscienza del proprio nome..
A Londra il risveglio comincia già nell’ultima fase rem, quando sai che da lì a poco suonerà la sveglia. Nella fase dell’ultimo sogno concesso dalla notte, devi già sfilarti il pigiama e preparare il caffè: nero, senza zucchero, con due butter cookies...
La ragazza è già fuori in strada, nascosta dalla pensilina della route 73, dietro alle scritte appassite di giovani ribelli inglesi che usano gli stessi colori del cielo: grigio su grigio.
Guarda l’orologio: 7,42. Estrae la digitale, la sistema programmandola su luce notturna perché la mattina non si è ancora ripresa il suo ruolo. Poi la porta all’occhio destro. 7 e quarantaquattro e 10 secondi. Fa uno sbadiglio, con la mano destra estrae dalla borsa una caramellina Leone alla cannella, l’unico vezzo italiano che si concede ancora. 7 e quarantaquattro e 55 secondi...due, uno. 7,45. Spia rossa.
Due signori in impermeabile begie, uno con cappello, l’altro senza, leggono il Times. Uno l’ha ripiegato in quattro e con una matita verde fa cerchietti intorno alle quotazioni, l’altro invece ha il giornale ancora steso e con cura gira le pagine senza stropicciarle. Una ragazza prosegue lungo la fermata guardandosi indietro, ha una sciarpa viola e un cappello di lana grigio topo con due grandi fiocchi rossi che penzolano di lato. Aspetta l’amica, si appoggia alla colonna della pensilina e i suoi piedi giocano con le scarpe.
La donna dei fiori all’angolo ha un impermeabile nero che fa risaltare il giallo e il rosso delle rose, le tiene in braccio e ne sta recidendo le spine. Qualche punta si ferma sul grembiule di plastica nera che porta sopra l’impermeabile, così è per le gocce che cadono lente dai boccioli. Poi scuote il mazzo a testa in giù e lo pone nei contenitori distribuiti sotto il tendone verde scuro dalla scritta Randy’s flowers.
“La mamma con il pupo è in ritardo.” Arriva da destra nel video, ha il passo affrettato e le scarpe frenano sul suolo umido. La signora è alta e nervosa, sistema la sciarpa al bambino che tiene per mano e si rimette la borsa sulla spalla, ma continua a scivolarle sull’avambraccio. Il bimbo si abbassa la sciarpa per respirare e appoggia la fronte sul ginocchio della donna, coperto da una velatissima calza nera e dal bordo azzurro della gonna.
L’amica della ragazza dal cappello grigio non arriva. La videocamera fa una carrellata intorno per vedere se avesse cambiato percorso, ma nulla, solo sconosciuti che transitano vicino all’isola delle 7,45.
“Arriva il cappellaio matto”. Un signore sulla settantina, occhiali di tartaruga e un cappello di feltro grigio a punta, con guarnizione di treccia rossa sul bordo. Aspira la pipa e sistema il giornale sotto il braccio destro, poi prende la pipa con la mano sinistra e fa un grande cerchio nella l’aria, lasciando che il fumo disegni una forma irregolare che subito si disperde.
Rumore di una frenata. Tutti si voltano verso Warren Street, tutti tranne il cappellaio matto. Poi ognuno ritorna al suo punto fisso, senza mostrare differenza di sentimenti.
La route 73 arriva e si aprono le porte anteriori.
Sale: il cappellaio matto, i due signori, la ragazza sola, il bambino, la signora alta che salendo scivola sul gradino e si aggrappa con forza alla portiera per non cadere.
Scende: una signora pesante che porta due sporte di cui una ingombrante, un ragazzo con uno skate sotto il braccio che mette subito a terra e ci salta sopra scomparendo nella nebbiolina, un uomo con una coppola nera e una ventiquattrore.
7,51. Stop.
La ragazza chiude l’occhio della digitale con il coperchio di plastica rigida e la ripone nel panno nero dentro la borsa.
Cosi da trenta giorni, ogni mattina riprende l’isola delle 7,45 per il suo film. Ormai si è affezionata a suoi personaggi rituali, che non la deludono mai, arrivano puntuali, anche le mattine più buie e non si risparmiano nell’interpretazione. Ci sono i protagonisti a cui lei si è affezionata e le comparse che ogni giorno cambiano e movimentano la scena. La ragazza riprende il quotidiano che è sempre uguale e che si staglia sulle varianti. Non sa ancora bene cosa ne farà di tutto questo girato, sembra più un’antropologa che una regista, ma le vite degli altri la interessano, lei ci vede storie, è capace di renderle più interessanti del reale, all’occorrenza. Per il momento riprende ogni giorno alla stessa ora, quello che accade in quella porzione di spazio e di tempo. Lo colleziona, lo mette in salvo.
Del perché…poi si vedrà. Non bisogna sempre avere risposte per il tutto, o subito.


13 aprile - Rewind (terza parte)

Ho appena finito un appuntamento che è andato molto bene e mi sono fatta chiamare un taxi dalla reception. Osservo la strada da dietro large vetrate, l’edificio è di nuova fattura e il vetro è ovunque, sembra che nell’architettura contemporanea abbiamo bisogno di essere visibili, come a creare finti spazi aperti, dove in realtà noi giriamo dentro, sembriamo tanti pesci nella boccia.
Una macchina si ferma all’ingresso, è per me. Apro la pesante porta, anche lei trasparente come tutto il piano terra dell’edificio e, mentre lascio che si chiuda alle mie spalle, indosso gli occhiali da sole. Salgo sul taxi e dico al conducente il mio indirizzo di casa, poi chiudo gli occhi.
Rivedo l’espressione del mio interlocutore durante la fase delicata dell’incontro, riesco a capire quando convinco, quando chi mi sta davanti si fiderà ciecamente di me, del mio lavoro. Avviene sempre in un momento preciso, e io quel momento lo capisco da come cambia lo sguardo, da micro espressioni agli angoli della bocca o degli occhi, da come il corpo si aggiusta più comodo sulla sedia o, da come respira. Non è sempre lo stesso, ma lo riconosco, ogni volta.
Amo viaggiare in taxi nella città, osservarla senza preoccuparmi della guida. Vedere le persone che camminano, i palazzi, invento storie su una coppia ferma al semaforo o su una donna in bicicletta. Seduta sul retro di un taxi posso giocare a fare l’apolide, ed essere in questa città, che in realtà è dove abito, come se fossi di passaggio. Una turista che non conosce i luoghi e si meraviglia di ogni monumento o edificio, di ogni bellezza che scorre fuori dal finestrino.
Il viaggio termina davanti a casa, mi accorgo di non aver scambiato con il guidatore nemmeno una parola durante il viaggio. Mi dispiace adesso, sarò sembrata scortese. Gli sorrido prima di uscire e gli auguro buona giornata per rimediare, mi accorgo solo ora che è una donna al volante, così il mio sorriso per la sorpresa diventa più una smorfia e penso di aver peggiorato le cose.
La portinaia mi chiama, c’è un pacco per me. È ingombrante e pesante, mi servono le due mani per tenerlo. Finalmente sono a casa, al sicuro. Mi preparo un caffè ne avevo voglia dalla fine dell’incontro. Lo porto sul balcone e lo bevo seduta sulla sdraio con le gambe raccolte al petto. È primavera ma l’aria è fresca e il caldo che mi entra nel corpo è piacevole più del dovuto. È andato tutto bene, mi ripeto da quando sono entrata in casa, è andato tutto bene. Allora perché sono così triste, come se un pezzo di me si fosse sciolto per strada e io l’avessi perso in un tombino?
Respiro, mi ripeto che va tutto bene. Il caffè nel mug alto viene centellinato, ci metto tutti e dieci i polpastrelli attaccati per tenerli al caldo. Per bruciarli un po’. Ho paura che il fumo della tazza si disperda nella città da questa altezza. Il caffè lo bevo bollente ma anche lentamente, quindi devo tenere la temperatura al suo interno. Cerco di distrarmi con altri pensieri, ma questo malessere di insoddisfazione e tristezza strisciante si avviluppa in qualsiasi pensiero io possa formulare. Mi muovo per la casa come un leone in gabbia, sento fastidio in ogni stanza, apro tutte le finestre, l’aria non gira, il mio corpo non riesce a trovare una stasi. Assecondo la mia insofferenza e decido di uscire, andrò giusto qui all’angolo a ritirare le stampe di ieri. Attraverso il parchetto per arrivare alla tipografia, l’aria aperta mi allevia un poco quel senso di claustrofobica tristezza che sembrava incollata ai polmoni. La strada è una lunga fila di macchine, io attraverso tra un taxi e un furgone che sono fermi in coda. Inspiro più profondo, trattengo qualche goccia di aria prima di farla scendere in gola, sembra che la tristezza si vada dissolvendo. Accenno persino un sorriso. Una mano mi afferra il braccio e mi costringe a voltarmi. Lui mi guarda e ride, abbandona la presa mentre dice il mio nome ad alta voce. C’è, nell’esiguo spazio tra di noi, l’imbarazzo della sorpresa e della coincidenza a cui non si può credere. Lui toglie di mezzo entrambi e mi dice permetti? Ma non aspetta la mia risposta per abbracciarmi..
E io tra le sue braccia, sollevata da terra, senza più peso sulle gambe, senza più tristezza nei polmoni, ma con l’aria che comunque entra ed esce a fatica, capisco che è la resa.
Gli dico che era nel taxi, che ha preso l’ultimo, gli dico anche in che piazza. Gli dico in quale strada ha svoltato, in che café è entrato e che si è scontrato con il cameriere. E lui immobile mi sorride, come se quello che sto dicendo, la follia visionaria che gli ripeto, non è così inaspettata per lui. Poi mi abbraccia di nuovo, le ossa del costato questa volta cedono, il mio fiato si spezza e si contrae, semplicemente smette la sua fuga. E sento che le sue labbra si avvicinano al mio orecchio e compitano dei suoni che io traduco in significati: se n’è andato? Il peso della tristezza se n’è andato ora?


12 aprile - Rewind (seconda parte)

Ho finito un appuntamento che è andato molto bene e che aspettavo da tempo. Sono felice, fuori dall’edificio lascio che la pesante porta di vetro si chiuda alle mie spalle, mentre indosso gli occhiali da sole.
Cammino sul marciapiede, con l’andatura di chi non deve andare per forza da qualche parte, così ho l’attenzione necessaria per notare questo nuovo caffè, con l’arredamento giusto e i divanetti giusti che mi servono ora per godermi il successo dell’incontro appena terminato. Entro e il profumo di tostatura arabica mi saluta prima del ragazzo al bancone. Trovo un tavolino d’angolo vicino alla vetrina ma il sole è troppo forte così ne scelgo uno dietro alla colonna, al riparo dalla strada. Mentre aspetto il mio ordine controllo le chiamate di quando il cellulare è rimasto spento. Ora non chiamerò nessuno, non prima di aver fatto colazione. Il ragazzo arriva con la mia ordinazione e io lo ringrazio togliendo gli occhiali scuri. Sono sola, finalmente.
Rivedo l’espressione del mio interlocutore durante la fase delicata dell’incontro, ma mentre ho questa immagine una voce mi richiama al presente. Nelle orecchie mi è entrato un accento familiare che non riesco ad associare subito a un volto perché troppo lontano nella mia memoria. Ma d’istinto mi volto verso il bancone e vedo un uomo che si è scontrato con il cameriere e che gli chiede scusa. E mentre percorro quel corpo in ascesa con lo sguardo, qualcosa di familiare riempie l’immagine, poi il viso e un focus sugli occhi e il gioco è finito. Lo riconosco come se lo avessi appena lasciato in piazzetta. Lui ride, non faccio in tempo ad alzarmi dalla seduta che lui è in piedi al mio fianco. L’altra poltroncina impedisce che i nostri corpi si scontrino, così lui la toglie di mezzo e mi dice permetti? Ma non aspetta la mia risposta per abbracciarmi..
Così è accaduto lo stesso. Ho pensato bastasse non sedersi in vetrina perché l’incontro non avvenisse, lui sarebbe passato sul marciapiede, non avrebbe visto nessuno, io che fissavo il vuoto non avrei attirato il suo sguardo e noi due non ci saremmo incontrati. Invece è il café da evitare perché è questo il luogo dell’incontro.
Sono passate da poco le undici.
Ho finito un appuntamento che è andato molto bene e che aspettavo da tempo. Sono felice, fuori dall’edificio lascio che la pesante porta di vetro si chiuda alle mie spalle, mentre indosso gli occhiali da sole.
Cammino sul marciapiede, con l’andatura di chi non deve andare per forza da qualche parte, mi merito un caffè in un posticino dove posso coccolarmi. Ne trovo uno delizioso, nuovo, ma oggi c’è il sole e preferisco stare fuori, così passo l’angolo perché ricordo un café con dehor all’imbocco della prossima via. Mi sembra di essere arrivata all’incrocio che ricordavo, sollevo lo sguardo per controllare il nome della via e vengo travolta da qualcuno. Perdo l’equilibrio e mentre sento già l’impatto del mio corpo sul marciapiede, una mano mi trattiene la vita e impedisce la rovinosa caduta. Solo gli occhiali e la borsa sono finiti sull’asfalto, io sono rimasta in piedi attaccata a un altro corpo e sono scossa da un brivido. Quando apro gli occhi sul mio scontro ma anche mio paladino, lo riconosco.. come se lo avessi appena lasciato in piazzetta. Lui ride, ha allentato un poco la presa mentre dice il mio nome ad alta voce. C’è, nell’esiguo spazio tra di noi, l’imbarazzo della sorpresa e della coincidenza a cui non si può credere. Lui toglie di mezzo entrambi e mi dice permetti? Ma non aspetta la mia risposta per abbracciarmi, di nuovo..
Non è il café dunque, il luogo dell’incontro. E forse non devo concentrarmi sul luogo ma sul tempo. Ritardare il mio passaggio per questa via, del resto quante coincidenze potevano esserci di trovarci nello stesso punto della città nello stesso momento?

Sono passate da poco le dodici.
Mi sono attardata a un appuntamento che è andato molto bene e che aspettavo da tempo. Sono felice, fuori dall’edificio lascio che la pesante porta di vetro si chiuda alle mie spalle, mentre indosso gli occhiali da sole. Cammino sul marciapiede, con l’andatura di chi non deve andare per forza da qualche parte, così ho l’attenzione necessaria per notare le vetrine, i passanti. Vorrei un caffè anche perché non ho fatto ancora colazione, ma la mia attenzione è invece attirata da un banchetto di fiori. È primavera appena iniziata e questo ragazzo sta sistemando mazzi coloratissimi di tulipani. Ce ne sono di bellissimi, rossi, gialli, screziati di rosa, ma io istintivamente allungo la mano verso dieci bellissimi fiori bianchi. Apprezzo i colori, ma poi quando devo portarmi a casa dei fiori, li scelgo sempre e rigorosamente bianchi. Pago e il signore di fianco dice che le donne eleganti prediligono i fiori bianchi, io lo guardo indossando gli occhiali da sole e sorrido, ma poco, mentre me ne vado. Amo camminare per la città con un mazzo di fiori, soprattutto se sono semplici e leggeri come questi tulipani. Andrò a casa a piedi, perché la giornata è bella e io penso meglio mentre cammino. Attraverso le vie, non conto le traverse e mi perdo. Prenderò un taxi perché a questo punto rischio di fare davvero tardi. La fermata è dall’altro lato della piazza, così attraverso e chiedo al taxista se è libero, ma lui dice che ha finito il turno, ne è rimasto uno solo un centinaio di metri più avanti. Mi incammino ma un uomo sta per aprire la portiera portandosi via il mio taxi. Io lo raggiungo e grido: scusi. Lui si volta, mi vede e ride, abbandona la presa alla portiera mentre dice il mio nome ad alta voce. Io lo riconosco, come se lo avessi appena lasciato in piazzetta.. C’è, nell’esiguo spazio tra di noi, l’imbarazzo della sorpresa e della coincidenza a cui non si può credere. Lui toglie di mezzo entrambi e mi dice permetti? Ma non aspetta la mia risposta per abbracciarmi..
Non serve cambiare luogo, cambiare tempo, per quanto riavvolgo questo nastro, finiamo sempre abbracciati. Devo tornare a casa, diretta, senza distrazioni sul percorso dopo l’incontro.

Sono passate da poco le undici.
(continua)


11 aprile - Rewind (prima parte)

Lo incontro per caso dopo più di vent’anni. Noi facevamo parte della stessa compagnia di amici, quando eravamo ragazzi, uscivamo tutti insieme nei week end e ci trovavamo le sere d’estate in piazzetta, quando non c’era scuola. Il paese dove abitavamo era piccolo e alla fine ci si conosceva tutti. Fino a tre/quattro anni di differenza facevi parte della stessa banda, poi gli interessi cambiavano e non ci si divertiva più. Così ho trascorso i miei anni dai quindici ai diciannove, poi sono scappata in altri luoghi perché volevo qualcosa di diverso da quello che la mia famiglia voleva per me.
Passano più di vent’anni dunque: io mi laureo, mi sposo, mi trasferisco almeno 10 volte in altrettante città. Vivo all’estero, faccio mille lavori diversi, vivo mille vite diverse. Poi mi fermo. Penso di aver trovato un equilibrio finalmente: una città, una casa, una famiglia. E un giorno il destino, il fato, il signor Nessun, non so a chi attribuire l’evento, lo rimette nella mia autobiografia. E l’equilibrio non fa neanche un tentativo per tenersi saldo, per stringersi intorno alla vita che avevo costruito, per non farla andare in frantumi. Così provo e riprovo a rivivere quel giorno perché l’incontro non accada.

Sono passate da poco le undici.
Ho finito un appuntamento che è andato molto bene e che aspettavo da tempo. Sono felice, fuori dall’edificio lascio che la pesante porta di vetro si chiuda alle mie spalle, mentre indosso gli occhiali da sole.
Cammino sul marciapiede, con l’andatura di chi non deve andare per forza da qualche parte, così ho l’attenzione necessaria per notare questo nuovo caffè, con l’arredamento giusto e i divanetti giusti che mi servono ora per godermi il successo dell’incontro appena terminato. Entro e il profumo di tostatura arabica mi saluta prima del ragazzo al bancone. Trovo un tavolino d’angolo, vicino alla vetrina, composto da una sedia, una poltroncina e un tavolo rotondo di legno smaltato oro. Mi siedo sulla poltrona e appoggio la borsa sulla sedia. Mentre aspetto il mio ordine controllo le chiamate di quando il cellulare è rimasto spento. Ora non chiamerò nessuno, non prima di aver fatto colazione. Il ragazzo arriva con la mia ordinazione e io lo ringrazio togliendomi gli occhiali scuri.
Sono sola, finalmente.
Rivedo l’espressione del mio interlocutore durante la fase delicata dell’incontro, riesco sempre a capire quando convinco, quando chi mi sta davanti si fiderà ciecamente di me, del mio lavoro. Avviene sempre in un momento preciso, e io quel momento lo capisco da come cambia lo sguardo, da micro espressioni agli angoli della bocca o degli occhi, da come il corpo si aggiusta più comodo sulla sedia o, da come respira. Non è sempre lo stesso, ma lo riconosco, ogni volta.
Mentre rivedo l’incontro proiettato sulla vetrina del café, un uomo si è fermato al difuori e non si muove. Penso di essere sembrata strana, perché sarà da un paio di minuti che non muovo nemmeno un muscolo, così decido di alzare gli occhi fino a quelli dell’uomo al di là del vetro, per fargli capire che sono viva, solo assorta nei miei pensieri. E mentre percorro quel corpo in ascesa con lo sguardo, qualcosa di familiare riempie l’immagine, poi il viso e un focus sugli occhi e il gioco è finito. Lo riconosco come se lo avessi appena lasciato in piazzetta. Lui ride senza suono al di là della vetrina, ma io sento il fragore della sua risata come se fosse già seduto vicino a me. Mi parla dal vetro, mi fa cenno di non muovermi. In un istante è dentro, in piedi al mio fianco, la poltroncina impedisce che i nostri corpi si scontrino, così lui la toglie di mezzo e mi dice permetti? Ma non aspetta la mia risposta per abbracciarmi.
E lì, in quello spazio ritagliato, sotto gli occhi di tutti, in un’ora del giorno che non è romantica o pericolosa, io e lui ci ritroviamo. Le nostre storie si sfiorano e subito si avvinghiano e così restano, anche se noi ci siamo staccati e parliamo ognuno seduto nel proprio spazio. E mentre i ricordi riempiono l’aria tra noi due e persone della nostra adolescenza si siedono tutte intorno e ci sorridono, qualcuno invecchiato male, qualcuno per niente e qualcuno che invece non è riuscito ad arrivarci alla nostra età. E mentre io lo guardo e cerco di capire cosa mi stia succedendo. E mentre lui parla senza fermarsi a respirare e senza perdere il filo del ricordo. In mezzo a tutto questo ‘e mentre’, noi capiamo il danno che si sta generando, in modo progressivo, con una crescita più che esponenziale.
La nostra storia comincerà da lì. Esattamente da quel momento, in quel café, da quell’abbraccio che ci ha permesso di riconoscere l’odore dell’altro. Noi pensiamo di essere la specie intelligente, quella che si sceglie il partner in modo consapevole, reciproco e selezionando le caratteristiche che ognuno di noi ha elencato al compagno di stanza durante una serata in cui eravamo ubriachi fradici. Io non ho una lista di caratteristiche, di cose che mi piace ritrovare in un uomo, come il colore dei capelli, la statura, il peso, il sorriso.. Ma soprattutto io non stavo cercando niente. Avevo la mia vita finalmente in equilibrio, finalmente ormeggiata, in risacca. Perché ora? Non sono abbastanza giovane da iniziare una vita da capo e non sono abbastanza vecchia da voler ricominciare un’altra vita da capo. Eppure lui è arrivato ora. E anche io sono arrivata ora da lui. Non avevamo molte opzioni al momento dell’incontro, non potevamo ignorarci, non potevamo non riconoscerci, non potevamo solo salutarci. L’unico modo per uscirne era non incontrarci affatto. Continuare a far finta che la nostra vita doveva scorrere senza l’altro. Così tocca a me farlo. Sono io che ho deciso di raccontare, solo io posso cambiare quel giorno per evitare il nostro incontro e lasciare che le nostre vite scorrano inconsapevoli di stare per perdere l’altra metà di noi.
Così riavvolgo il nastro e ci riprovo.

Sono passate da poco le undici.
(continua)


10 aprile - 04.26 (seconda parte)

01.57 la chiave gira male, due stacchi secchi che avranno svegliato i vicini. Tanto vale chiudere con una sbattuta di porta per completare l'opera. Il divano è davanti alle vetrate, l'appartamento non è granchè ma è in alto, molto in alto e le vetrate ad angolo fanno di questo buco l'uscita dell'alveare, la dimora dell'ape regina. Mettersi sul divano alle due di notte non è un buon segno per il sonno. La testa sa che non si addolcirà con qualche pillola e la colpa è di immagini troppo coriacee, militanti del ricordo perpetuo.
Non ti ho risposto. Perché tu non sai e non devi sapere. Non voglio turbare la tua quiete di amante, con una storia triste. Quelle le lascio alle legittime consorti, le cui ferite, per status, devono essere lenite. Ma stasera hai espresso un enunciato errato, frutto della tua ignoranza. Certo. Perché tu ignori che un figlio io l'abbia avuto e che per due anni abbia cambiato pannolini e goduto del corpo lieve di un essere umano senza colpe ma con un difetto. Lo sapevo, da quando me lo hanno portato via a 24 ore dal parto. Ho urlato come una cagna a cui avessero sottratto i cuccioli. Tu credi che si possano prendere i cuccioli appena nati senza che lei se ne accorga? E il suo vagare tra tutti gli anfratti e il suo annusare spasmodico ogni pelo caduto per strada? Quando mi hanno riportato il piccolo era avvolto in una sentenza, scritta sui volti dei dottori. Ma che mi importava, me lo avevano ridato, potevo tenerlo fino a termine. Ho smesso di urlare con lui tra le braccia, e sono uscita dall'ospedale che ancora non mi reggevo in piedi, per nasconderlo. Mi sentivo braccata, io e il mio cucciolo. Mi hanno convinta a fare cento analisi, cento medici, cento e uno responsi. Ma i passi che contavo tra me e la sua morte diminuivano ogni giorno. Così alla fine me lo sono tenuto stretto e basta. Tutto per me. Come se avessi potuto vivere una vita intera in 365 giorni. Solo un po' più intensi, mi dicevo, un concentrato di vita se è possibile. Era un cucciolo piccolo che non chiamavo per nome perché non volevo condividerlo con nessuno. Tutte le vite sono a scadenza, mi dicevo, ma la sua mi sembrò davvero troppo breve. Quando quella intensa storia d'amore finì, lasciai tutto. È come un terremoto, se ti crolla la casa, non la puoi ricostruire dove era prima e i vestiti e i libri, tutto sepolto sotto le macerie. Il terremoto ha distrutto tutto, e ricostruire è un edulcorato gioco di ruoli. Costruire altrove invece sì che ha un senso, soprattutto per chi deve dimenticare. Per molto tempo la combinazione di parole che si sforzavano di associare alla mia persona era elaborazione del lutto. Sembrava che tutto dovesse passare da lì: andare a fare la spesa, scegliere un libro, indossare un abito o buttarsi nel lavoro. Tutto andava elaborato secondo un lutto oppure tutto era l'elaborazione di un lutto? Le frasi retoriche di finto coraggio dette in queste circostanze servono a capire quanto la gente sia contenta che sia capitato a te e non a loro. Le condoglianze servono per allontantare il mostro della probabilità. E le lacrime di dolore che scendono copiose sono liberazione di questo senso di colpa che si prova a posteriori. Nei funerali l'empatia non esiste. Se ci fosse davvero, nessuno direbbe una parola, o verserebbe una lacrima. Il dolore è soprattutto silenzio. È solo quando diventa rabbia che esplode in grida. Ma la rabbia è altro dal dolore. È la liberazione dal dolore. E speri sempre che arrivi presto.

04.58 mi accorgo di aver anche sonnecchiato, la trama del cuscino è riprodotta tel quel sulla mia guancia. La stoffa ha una larga macchia più scura, proprio in corrispondenza degli occhi e questa umidità mi lascia appiccicosa e dolorante. Farsi la doccia che è quasi mattino mi riempie di gratitudine. Un po' tiepida, un leggero vapore che appanna la vista. Il corpo molle del poco sonno trascorso mi lascia ammaliata dalle gocce larghe in caduta libera. Così mi prendo un po’ di piacere per me sola mentre l’acqua rimpiazza il caldo del tuo corpo. Poi scivolo con la schiena lungo le piastrelle, in una discesa lentissima, e resto immobile fino al freddo della temperatura. Consumare tutta l'acqua calda è un lusso che mi permetto solo quando sono veramente stanca. Mi accarezzo le gambe ripiegate che sorreggono la testa grondante, e soffoco, continuo a soffocare per tutto quello che non lascio uscire. Il freddo dell'acqua è implacabile, non si scherza con lui. Il corpo si ridesta rapido, si scosta il più possibile dal getto e poi ordina al cervello di muovere la mano e di chiudere.

05.50 esco di casa che il taxi mi sta già aspettando. L'aeroporto è vicino, succede spesso nelle piccole città. Tornerò domani, in tempo per l'invito. Arriverò ultima penso, il mio volo è tardi. Mi perdonerai pubblicamente e magari mi accoglierai con un bacio sulla guancia, in cortese distacco. La città sonnecchia ancora oltre il vetro, senza timore di mostrare i lati deboli, come se si fidasse di chi la abita. Il taxi scorre la periferia come un cane silenzioso, quattro zampe di gomma con andamento costante. Al bar prenderò un caffè in un bicchiere alto di cartone, il caldo mi brucerà le dita, lo berrò mezz'ora dopo, quando sarà quasi freddo. E penserò che dopotutto l'ho superata. Perché tutto passa, mi hanno detto. Il tempo guarisce. Io penso che noi guariamo cambiando il tempo della memoria con il tempo del tutto è possibile. Che ha una coniugazione solo al futuro e troppe cose da fare. Basta avere un paio di regole ferree e tutto andrà bene: non arrivare mai troppo presto in luoghi in cui si deve aspettare e tenere una scorta di Lexotan ovunque. Poi il lavoro farà il resto durante la settimana e, gli hobby stancanti occuperanno il week-end. Mi sono dovuta inventare questa vita, e ora la vivo al meglio, sono rodata. Semplicemente quel dolore io non lo potrei più sopportare, non l'ho mai sopportato. L'ho sotterrato. E poi ho cambiato abito e nome, perché non mi potesse più trovare.


9 aprile - 04.26 (prima parte)


22.45. la prima onda di sonno mi ha colpito a cena. Non smettono di parlare e io ho un bicchiere di rum quindicianni da scaldare tra le mani. Ma il mio corpo non produce abbastanza calore per due. Così chi siede alla mia destra mi offre il suo aiuto, come fosse un compagno di banco che può risolvermi l'equazione. I conti, però, non tornano lo stesso.

22.51. ricevo un tuo messaggio. Abbiamo litigato nel pomeriggio. Io ti ho trovato superficiale e infantile e tu hai appositamente fatto il bambino viziato per alleggerire la situazione, che dici, troppo malata. Ancora non si è capito se io sono la tua malattia o la cura. Al telefono avevo trovato l'entusiasta, la tua segretaria, che mi dice sei fuori ancora per un po' e che riferirà la chiamata. Mi chiedo se c'è lei a inviarti questo testo o se l'hai mandata a casa per quattro ore di sonno prima della partenza. Lei non sembra farsi domande sullo stato attuale delle cose. Nemmeno tu del resto.

22.52. telefoni a lui invitandoci entrambi per cena al tuo ritorno. Mi vuoi a casa tua per il week-end, come se potessi essere un ospite.. Io penso che sei impazzito e che il viaggio che stai per fare ti ha bruciato anche i due neuroni rimasti. Rispondo al tuo messaggio con un punto interrogativo, che tu annoveri tra le mie risposte più chiare.

23.03. ci alziamo finalmente da tavola. Si è deciso di andare in non so quale locale a bere non ricordo quale inutile liquore esotico, di quelli che non troveresti di meglio nemmeno al supermercato. Sono in compagnia, lui non mi lascerebbe mai andare a casa da sola e io non voglio rovinargli la festa. Non questa almeno.

23.23. il quadrante dell'auto segna questo numero magico. Quando mi scopro a guardare l'ora e a incrociare queste coincidenze, sorrido come un bambino e poi col dito tocco i cristalli liquidi per far scomparire un poco le linee che formano i numeri. Lui guida veloce, la città scorre inerme, il caldo non dà requie e io penso a cosa potrò indossare alla tua cena per sparire tra i commensali.

23.50. arriviamo nel locale e la fila che saltiamo mi fa pensare di essere benvoluta. Invece sono solo ben accompagnata. Nessuno si cura di me, in fondo sono cinque giorni che non tocco cibo. Mi mantengo in piedi con grandi tazze di caffè e innumerevoli bicchieri di bollicine alle feste dove sono invitata. È un periodo mondano. Sembra ci siano più cose da festeggiare che cose. La testa mi dondola un poco, sento che se tu fossi qui ti appoggerei alla parete e scivolerei piano su di te. Ho chiuso gli occhi un istante ed eccoti nei miei pensieri, che ci fai qua dentro? Lui mi guarda, so che dovrei stare al gioco e conversare con i potenziali investitori, ma il mio stomaco rifiuta questo equilibrio fatto di compromessi. Esco sulla terrazza, questo locale glamour ha anche un dehor a piombo sulla città, notevole vista, aria pessima, ma del resto quella non si può comprare. Sembra invece che tutto ciò che sia stato in vendita, qui se lo siano aggiudicato di prepotenza. Io faccio sempre la mia bella figura, non devo sforzarmi. Anzi la mia aria insofferente si sposa bene con l'umore noir di questi eventi mondani.

01.02 sono seduta su questo divano vintage, immerso in un cielo artificiale da un tempo indefinito. Chi mi sta davanti non è descrivibile, lo guardo appena. Parla di un contratto che ha strappato a un brand fico (ha detto proprio così!) e mi sta raccontando le mosse e contromosse da tempo inenarrabile. Io per sopravvivergli penso a te. Mi immagino alla cena nella tua dimora, tra i tuoi commensali che non conosco. Vedo come mi sono messa, mangio con la testa china sul piatto, parlo poco. A metà cena tu mi interroghi, per cortesia. Io alzo su di te gli occhi che ho colorato di nero, sono spessi fondi di bottiglia. La tua domanda non la ricordo, dico sì, tanto per essere accondiscendente. L'atmosfera si gela un poco, poi con gli altri torni a ridere. Il dessert servito in salotto mi permette di uscire dal quadretto e di cercare una stanza per sgranchirmi i pensieri. Ma tu mi fermi nel corridoio, mi appoggi al muro, i polsi stretti tra le tue mani sentono la pressione che usi perché io non mi possa muovere. Poi entrambi li prendi con una mano, le mie ossa sottili ti stanno tutte in un pugno. Con l’altra, quella che ora hai libera, sali a contarmi le vertebre, percorri la schiena verso l’alto e poi in discesa fino al limite che interrompe il mio silenzio..
Poi questo omucolo davanti a me mi richiama dal sogno che stavo facendo mentre fissavo questo bicchiere.. aspetta una risposta colui che mi è seduto accanto, ma non so cosa mi abbia chiesto, mentre io ero nella tua bocca..tutta intera.
Capisco che mi ha rivolto una domanda perché il tempo di attesa è proprio quello che passa dopo una domanda. Con una scusa e un sorriso ammiccante mi faccio ripetere la questione e cerco di svicolare con una risposta versatile, come un vestito quattrostagioni.

01.33 mi scrivi, una risposta a una domanda che ti ho fatto quando il sole non era ancora tramontato. Un epitaffio che recita solo: 'Tu non hai figli, non puoi capire.' Ci devi aver pensato parecchio, è proprio sintetica e aggressiva e difensiva e lacrimevole la tua frase. Lascio il mio divanetto con il suo occupante, forse non mi scuso per nulla. Lascio anche lui, dico che torno con un taxi.
Esco nella città raffreddata, le luci sono attutite da quella patina di calore che si accompagna alle notti cittadine, dove l'inquinamento luminoso sostituisce quello acustico. Non mi servono i rumori, ne ho già a sufficienza nella testa. Sento un grido costante che entra in un timpano poi scivola nell'altro e gira intorno alla testa fasciandola con un filo invisibile ad alta tensione. La mia mente fa bzzz bzzz e per tornare a casa devo dare al taxista il mio biglietto da visita perché ora non posso ricordare nulla.
(continua)


8 aprile - Le reazioni sperimentali

Il tram
ha un rumore sordo la notte
passa attraverso il respiro molle di chi dorme
scuote la città dal basso
io lo sento dal letto prima che arrivi.
Se eri qui, ti avrei svegliato
con una carezza alla nuca
per fartelo sentire
per dirti arriva andiamo.
Per avere una scusa e non far passare la notte senza di te.

Come se non ci fosse più niente da fare
il silenzio cala la scure,
rende impossibile lo scambio
ho scritto così tante parole
dovrei smettere,
farlo è sempre immaturo
una lezione di nobiltà d'animo
uno sfogo infantile di misura.
Pensassi anche, sarebbe un bel esercizio
non di stile
quello ce n'è fin troppo.
Di moltitudine.
Ecco, avere pensieri oltre il solito
avere aperture mentali che consentano un volo senza scontri.
Mi sono interdette le domande
le reazioni
i convincimenti
le modalità intermittenti
i pensieri nefasti
le armature sensoriali
i cappelli vistosi
e tutto l'accompagnatorio.
Se cerchi di capire sei fottuto
non una sola riga è stata messa in riga,
per la comprensioni penso ci sia sempre tempo
è per tutto il resto che manca.
Le telefonate sfuggono, la voce non si consolida e il pensiero svanisce morente sulle labbra serrate,
una forma di resistenza si insinua nel dialogo
non è convincimento
nè chiarezza,
è un rubare.

Smettila di gridare, nella mia mente
fai davvero troppo chiasso e
io che sono tornata scalza per non fare rumore,
trovo pieghe sul tappeto dove inciampare.
Continuo a cadere, a sbattere negli spigoli, cerco
un modo per ferirmi e non sentire
che il dentro duole più del fuori.
Provo un dolore così acuto che il mio corpo vive in un metro quadro.
senza inquilini, senza concierge,
mi porto la sporta da sola e la svuoto al mio arrivo pensando di aver dimenticato qualcosa di sotto.
Se solo sapessi aspettare, mi
dici frivolezze perché la mia bocca sbocci per te e il tuo
animo, possa placare la sofferenza di una distanza forzata.
Rotta è la porta che mi porta fuori, così
mi devo sedere dietro lo scudo ligneo, pazientare
senza scuse, che la tempesta spenga i tuoni e
conto uno due tre sette facendo grandi salti tra le sequenze ordinate.


7 aprile - Il taxi

Arrivo in una città deserta. Con il temporale. Con la pioggia. Una poltiglia grigiastra al bordo delle strade. Prendo un taxi. Ho venduto l'auto perché non guido più. Io che amavo andare veloce la notte in giro per la città, ormai non ho più il grado di attenzione necessaria a non ferire i passanti. Così sono nullatenente come dice la mia amica Anna. Non ho più casa, auto, fissadimora. Ho avuto fortuna alla stazione, il mio turno alla fila dei taxi coincideva con una Mercedes ultimo modello, di quelle larghe, piatte, comode. Così la distanza tra me e il guidatore è adeguata. Lui è abbastanza giovane, leggermente brizzolato. Ha la pancia di chi passa molto tempo immobile. Lo metto alla prova. Invece di dargli l'indirizzo che potrà inserire nel navigatore, gli dico il nome dell'albergo, che è abbastanza noto e aggiungo con aria di sfida, lo conosce vero? Oramai anche io potrei fare il taxista, basta impostare la via e la macchina va da sé. Si è persa quella magia dell'uomo che conosce la città come il proprio palmo, che ti racconta aneddoti, che ti conduce nocchiero fidato a destinazione. Lui capisce di essere stato messo alla prova e la sua guida si fa più attenta. Non è svogliato inseguitore di macchinine stilizzate bidimensionali. È lui che guida, ne è consapevole. Dopo qualche minuto di silenzio ecco che compare anche la conversazione. Dice che lui è uno dei pochi che fa questo mestiere tutto l'anno. Quasi tutti chiedono la licenza solo per metà dell'anno e poi nei periodi morti fanno altro. Sa è una città di mare questa, dice a sostegno. Io annuisco. Lo guardo nello specchietto retrovisore dove lui ha posato gli occhi in chiusa di frase. Sono severa, il discorso cade. Si appallottola e scivola ai suoi piedi e nella frenata del semaforo arriva fino ai miei. Io lo raccolgo e chiedo quanti figli ha. Una domanda privata che non si aspetta. Guardo solo fuori dal finestrino. L'uomo del taxi diventa ciarliero. Racconta del figlio minore che va a calcio e che è una promessa delle giovanili, ne è molto fiero. Sembra il suo sogno realizzabile, ho visto il portachiavi da tifoso quando sono salita. Poi il figlio maggiore che sta entrando nell'età difficile, fa un po' il ribelle, non ha voglia di far niente, ma lui lo raddrizza. Dice che d'estate lui lavora come un matto e che il figlio fa la vita da spiaggia e questo non va bene. Ma siamo in una città di mare, il figlio avrà 15 o 16 anni, non vedo come possa fare altro. Le tentazioni qui sono fortissime, come si può stare in casa a studiare se il mare, la spiaggia, le ragazze, gli amici sono così a portata di mano? Penso che una città sul litorale fatta di feste e divertimenti è il luogo maledetto per l'adolescenza. La spreme, la consuma, la vive così intensamente da non lasciare possibilità di un periodo migliore in tutto il resto della vita. L'adolescenza sarà per sempre un rimpianto, gli anni dove hai osato. Lo sento nella voce dell'uomo mentre guida il suo taxi, la voglia di rimettersi nei panni del figlio adolescente, di ripercorrere tutte le giornate sulla spiaggia, delle amicizie, dei cazzeggi. Sento che per quest'uomo l'estate deve essere un inferno. Un misto di lavoro, di guadagni grassi e l'abiura dei ricordi. Mi consiglia un ristorante dove mangiare, che non me lo posso perdere. Il pesce lì è davvero favoloso. Io dico che non mangio mai fuori dall'albergo. Lui dice che è un peccato, che se cambio idea basta che telefoni alla compagnia dei taxi e chieda di lui e lui mi ci porta. Tanto il padrone è un suo amico e un posto per una bella signora come me lo trova sempre. Riconosco la sbruffonaggine di queste terre. Prima questi accenni di crassa adulazione mi facevano sorridere, quasi arrossire. Ora non riesco a collegarli a me. Non sento possibile l'attrazione per un corpo, il mio, che non percepisco se non come un peso da vestire, nutrire, portare in giro. Potessi faxarmi da un luogo a un altro lo farei. Vorrei materializzarmi nelle stanze d'albergo direttamente da quella precedente, senza passare dal via. Poi nota che non ho bagaglio e deduce che mi fermerò solo una notte. Io rispondo già, e la partita è chiusa. In realtà viaggio sempre senza bagaglio. Ho deciso di non accumulare cose finché non avrò un luogo dove metterle.
I vestiti acquistati in Bretagna sono rimasti nel cottage. Alla mia partenza ho indossato i vestiti con cui ero arrivata e tutti gli altri li ho lasciati appesi nell'armadio, tranne le mutande che mi sono messa in una sacchetto di plastica e ho infilato in borsa.
Al mio ritorno in città, la temperatura era più o meno la stessa di sei mesi prima. Ho comprato un altro vestito della stesso consistenza di quello che indossavo e sono andata avanti così per una settimana. Il vestito nuovo è rimasto nella vecchia casa e io sono partita con quello che mi porto dietro da più di un anno. È un abito senza maniche di quel materiale sintetico che va bene per ogni stagione, che tiene caldo in estate e freddo inverno, ma che non è fuori luogo mai. E sopra indosso una camicia di lui. È di maglina grigia, sembra una giacca lunga e morbida, che non ha sesso o taglia. La indosso sopra l'abito con una cintura ed è un perfetto oversize. Le maniche arrotolate non tradiscono la foggia da uomo e il tutto diventa un ensamble originale e di classe.
Sul sedile accanto a me una borsa Faccio la lista a memoria delle cose che contiene , immagino gli oggetti uno per uno dormienti nella pancia della pelle nera. Uno spazzolino e un dentifricio da viaggio le mutande in un sacchetto di plastica documenti qualche soldo gli occhiali da vista e da sole un taccuino una penna un pettine il libro di turno che finito di leggere abbandonerò dove mi trovo fazzoletti di carta un mascara una matita nera un burrocacao. Frugo nel vedere immaginario se ho dimenticato qualcosa, ma la lista mi sembra esaustiva e spengo il pensiero.
Ecco l'albergo. Il taxista si ferma all'ingresso, piove e mi lascia sotto la pensilina. Si affretta nel giro e mi apre la portiera. Gli ho lasciato il resto come mancia, non mi piacciono le monete che tintinnano nella borsa e non ho mai avuto voglia di comprarmi un borsellino. Così l'uomo corre per farmi scendere, per vedermi ancora una volta negli occhi, da vicino, a conferma o correzione dell'idea che si è fatto di me.


6 aprile - Il pesce rosso

Ho comprato un pesce rosso. Non è per me, io non amo tenere gli animali in casa, perché penso che loro non si adattino a vivere nel nostro habitat. Sono animali, se no li chiameremmo vicini o parenti. Un pesce rosso poi.. pensiamo che possa vivere ovunque, tanto non parla, gira nella boccia e divide la sua giornata tra aspettare il cibo e mangiare. In realtà qualsiasi pesce è abituato a spazi molto ampi, più di un mammifero se ci pensiamo. Un pesce riesce a coprire anche lunghe distanze e a visitare parti di oceano o di mare, ma anche solo di lago o fiume che, in proporzione, la media di noi non copre in una vita intera.
Penso che sia questo il motivo per cui i pesci rossi muoiono nelle bocce delle nostre case: per la mancanza di spazio. Immaginate voi di vivere rinchiusi in una stanza e di non poter uscire, anche se fuori vedete un mondo dalla finestra. Penso non sarebbe una situazione facile da sopportare per una mente che si può dare spiegazione, come è quella umana. Peggio ancora per un pesce, la cui fisionomia è strutturata unicamente per nuotare, e spesso nuotare veloce. Tutto questo mi fa pensare che continuare a girare in tondo nella boccia lo possa portare alla follia.
Così ho comprato un pesce rosso e al mio arrivo a casa l’ho messo nella vasca da bagno.
Ma come ho detto il pesce rosso non è per me.
Io sono una signora anziana, comprare un pesce rosso mi farebbe deprimere più del dovuto, però mi serviva qualcuno di cui prendermi cura e un pesce rosso mi faceva meno tristezza di un uccellino in gabbia. Almeno il pesce non emette suoni udibili e se voglio, per un po’ potrei dimenticarmi di lui. E la mia intenzione è di non dedicare a questo nuovo ospite nemmeno un’attenzione, perché come ho già detto il pesce rosso non è per me.

Il mio appartamento è situato in una palazzina moderna con tante famiglie e tanta brava gente, siamo tutti più o meno amici, legati da saluti quotidiani e da piccole cortesie che ci fanno andare d’accordo. Io vivo sola perché sono anziana e mio marito era più anziano di me e più debole di me, mentre mio figlio ha una bella casa con la sua famiglia in un altro luogo. Sono una madre dunque, ma sono anche una nonna che se la cava abbastanza bene con il nipote ormai grandicello che vede solo d’estate. Adesso gli amori della mia vita dunque sono da contare sulle dita, di una sola mano purtroppo. E il mignolino è per lei, la mia deliziosa vicina di casa, una bambina che ho visto nascere e che amo ogni giorno di più.
Ecco, il pesce rosso è per lei.
Perché quest’estate mio nipote non passerà da me le vacanze estive e lei gli era molto affezionata e quando l’ha saputo, ha pianto nascondendo la testa nella merenda, per non farsi vedere da me. Quei due sono molto legati, perché il ragazzo grande tratta la piccolina proprio come una sorella, anzi un fratello visto che le insegna solo sport pericolosi da maschi. E lei ride e gli sta appiccicata finché sua madre non la viene a riprendere.
Ma in queste vacanze estive, lei rimarrà da sola, ha tanti amici qui con cui giocare, però ho sentito che la delusione di non avere qui il suo amico grande, le ha tolto metà della felicità dell’estate. Così le ho comprato un pesce rosso perché lei possa avere qualcuno di cui prendersi cura e da disegnare anche, o perché diventi un protagonista delle belle storie che racconta.
Ora sono nel bagno e guardo questo pesce che risalta sulla ceramica bianca. È quasi ipnotico, a forza di seguirlo vedo le scie rosse nell’acqua dopo il suo passaggio.
Devo trovare un posto dove metterlo, se no non potrò lavarmi per mesi e ho paura che questo pesciolino si spaventerebbe a morte a veder entrare nel suo lago privato una balena come me, anche se non sono tanto grassa..
Suona il campanello, lei è arrivata.
La porto subito in bagno e le dico cosa vedi? Il pesce non ha interrotto il suo viaggio oblungo, sembra ancora non sia arrivato a destinazione.
Le manine da bambina che entrano nell’acqua non lo spaventano, il pesce imperterrito continua il suo tour esplorativo della mia vasca, che non avendo angoli effettivamente sembra infinita, senza punti di riferimento. Con le manine crea un cerchio, mi dice: nonna forse ci passa in mezzo, come in una galleria. Io sorrido e aspetto il pesce come lei al varco, dopo la curva sembra rallentare il tragitto per esplorare questo ostacolo inaspettato, poi in prossimità devia verso destra e non entra nel cerchio. Lei sembra delusa e io le dico che deve dargli tempo, che lei è ancora una estranea. Penso che per questo pesce il colore e l’odore di questa pelle d’infanzia sia un pericolo, così come le piccole onde che lei crea in superficie, per il pesce una sorta di maremoto da fargli interrompere il giro e muoversi alla ricerca di un riparo. Riparo che ovviamente nella mia vasca da bagno completamente bianca non c’è. Così do a quelle manine una spugna e qualche barattolo colorato, perché le metta nell’acqua e crei per il pesce rosso una sorta di barriera corallina comprata al supermercato. E il pesce davvero li percepisce come rifugi e vi si ripara per un po’. Poi ricomincia il giro e le risate di questo angioletto mi riempiono di gioia.
Ora dobbiamo cercare una casa per il tuo pesce rosso, le dico. Lei mi dice lasciamolo qui, sembra felice. E io capisco che dovrò escogitare qualcosa di abbastanza convincente per riuscire a tirarlo fuori da lì e riappropriarmi della mia vasca da bagno.


5 aprile - Il sipario (seconda parte)

Deglutisco, la saliva scivola attraverso la glottide come se fossero granelli di sabbia, sento bruciare, la gola riarsa. Ho paura della sete. Un attore non può permettersi di avere sete, perché non può lasciare la scena per bere, anche se parla da ore, anche se i proiettori gli scaldano le corde vocali fino a incendiarle, anche se ha sudato nei vestiti di scena tutta l’acqua che aveva in corpo, un attore non può permettersi di bere. Ma io ora avverto la sete, dovrei portarmi un bicchiere alle labbra per ammorbidire le corde vocali, perché non si spezzino dopo il primo monologo. Dovrei bere adesso, prima che tutto cominci. Ma non posso muovermi da qui. Il sipario potrebbe aprirsi in ogni momento e io non posso non essere esattamente dove sono ora, al centro, nel punto perfetto segnato con una piccola croce di scotch bianco e attaccato alle assi del palcoscenico.
Ora non penso più alla sete, ma alla croce bianca, quella di adesivo, chissà se ce l’ho esattamente tra i due piedi. Perché se è solo spostata, allora la luce non mi colpirà esattamente al centro quando il sipario si aprirà. Potrei controllare con un movimento rapido della testa, i piedi sono leggermente divaricati, la croce dovrebbe vedersi nello spazio. Così abbasso la testa e la rialzo in meno di un uno, per vedere. Sono stato troppo veloce, ora ho solo stelline negli occhi, che pungono dietro i bulbi oculari, che mi fanno quasi traballare. Fisso un punto nel nero del sipario, ora tutto è brillante di astri luminescenti che i miei occhi producono a flotte. Poi dopo un attimo le stelle rallentano e diventano piccole comete con la coda, stelle cadenti che lasciano scie nel nero davanti a me. Però ho trovato la croce bianca, esattamente nello spazio tra i miei piedi, sono al posto giusto. Ora deve solo aprirsi il sipario così che tutto possa cominciare.
..
Da quanto sono in silenzio? Devo riattivare mentalmente le corde vocali, perché se no la prima parola che dirò uscirà con un suono impastato e molliccio, come da appena sveglio.
Ritorna la sete, dovrei proprio bere, così anche la voce sarebbe cristallina. Un bicchiere di acqua buttato giù tutto in un sorso, vorace, liquido, a pulire tutte le incrostazioni dell’ultima paura. Invece devo farmi passare la sete da me, convincermi di aver bevuto, come un miraggio nel deserto e concentrarmi sulla parte, sul mio ruolo perché appena si aprirà il sipario dovrò cominciare, anzi, dovrò essere pronto anche prima, che il pubblico non si accorga della trasformazione, in modo da credere a quello che vedono, come se io fossi lui anche dietro le quinte.
Ora ho paura, non sento rumori, nessun suono a parte il mio cuore che batte, sempre più lento. E se il sipario non dovesse aprirsi più, se io fossi l’ultimo dimenticato in scena e tutti già andati a casa? No, non è possibile, era scritto sul programma, il mio nome, il mio personaggio. Il mio nome e cognome, sul programma. Il sipario mi pesa sugli occhi, si aggrappa alle palpebre e le tira giù. Mi lascia cieco. Poi arriva lei, non ci pensavo da tanto tempo che subito non l’avevo riconosciuta.
Abbiamo osservato senza patire. Tu avevi gli occhi gonfi ma niente ne era uscito, io stavo ancora bene, ignaro del tutto. Solerte la vita è giunta e mi ha preso il respiro, rendendolo schiavo del tempo che diventa denaro per pochi, gli altri invece ne rimangono schiavi e si accontentano delle briciole da masticare ben bene. E quando mi sei ripassata accanto.. credi che non ti abbia riconosciuta? Tu e la tua maschera di ingordigia a prendersi tutte le gioie residue. Tu e la follia che speravi di dire di me. In pochi ti hanno creduta, gli altri avevo dalla mia. Eppure tu sei partita e io rimasto. Illeso, pensano. Interrotto, dico. Io che volevo solo di te una ragione per continuare, tu che me ne hai date cento per smettere.
..
Apro gli occhi e il sipario è ancora chiuso. Per quanto ho dormito? 10 secondi? Un minuto? Quando dura un colpo di sonno prima che la testa crolli sul petto e la mente spergiuri di non essersi mai spenta? Mi chiedo perché. Perché non ti apri maledetto sipario? Sì, è vero avevo paura di questo monologo, ma è normale avere paura alla prima. Poi mi sono preparato, ho accettato tutti i rischi, anche quello di non piacere, ho pensato ai mancati applausi alla fine e alla gente che poteva andarsene a metà scena. E nonostante ciò, ho deciso di provare.
Ora mi serve solo che si apra questo fottuto sipario. Non posso più stare immobile, il corpo mi formicola e la testa risuona di tutte le mie battute. Apriti, apriti. Apriti maledetto.
..
E se provassi a..? ma no, non mi posso muovere di qui.
E invece se..? nemmeno, nemmeno questo.
Ora mi calmo, mi concentro e aspetto. Tanto prima o poi dovrà aprirsi il sipario. Non si può fare uno spettacolo senza spettatori e gli spettatori sono sempre al di là del sipario.
..
Vi prego, adesso aprite. Sono pronto, lo giuro.
..
Io non posso muovermi da qui. Se voglio mettere in scena il mio spettacolo non posso muovermi da qui, perché rovinerei tutto se non sarò al mio posto quando il sipario si aprirà.
Forse perché il sipario si apra, deve accadere qualcosa altrove. Forse il mio spettacolo è il prosieguo di qualche altro, sarebbe logico in effetti, seguire un programma.
..
Ottantacinque, ottantasei, ottantasette, ottantotto, ottantanove, novanta
..
Ora però vi prego aprite, lasciatemi raccontare
Eccomi qui dunque ad agonizzare l’apertura, che finalmente tutto abbia inizio. Perché se non inizia non può nemmeno finire.
..
..e se il sipario non dovesse mai aprirsi, sarò capace di andarmene da qui?


4 marzo - Il sipario (parte prima)

Sono immobile. Pronto. Tra poco si aprirà e io potrò cominciare.
La parte è a memoria, l’ho imparata a fatica ma mi calza a pennello.
Ho fatto gli esercizi, i vocalizzi, la ginnastica facciale. Mi sono preparato come se dovessi fare la maratona di monologhi. Lo so, vi farà ridere, non è certo il teatro più importante del mondo e, io non sono di certo un attore talentuoso o famoso, ma poter recitare questa parte, è per me un traguardo notevole. Lo aspetto da una vita, sapete? È che da bambino non ho mai avuto la possibilità di recitare la poesia al matrimonio della zia o una filastrocca a Natale, davanti a tutti i parenti riuniti. Nessuna recita scolastica o saggio di fine corso. Così quando mi hanno dato questa parte, quando ho preso questo ruolo, ho capito che era la mia grande chance, la prima che avessi avuto il coraggio di accettare.
Devo dire, è un ruolo difficile, un personaggio che ho dovuto davvero cucirmi addosso perché era quanto di più lontano da me, ma questa la sfida: provare a essere qualcun altro. Ho cambiato anche i mei gusti per essere più veritiero; sono diventato più spericolato, spregiudicato, coraggioso quasi.. Era una parte importante e valeva tutto l’impegno che ci ho messo. Dedizione, più che impegno, proprio dedizione intesa come spirito di sacrificio per l’attenzione ai particolari, anche i più piccoli.
Gesti quotidiani come prendere il caffè o in che modo impugnare la forchetta. Quei gesti che compiamo così automaticamente da diventare un rituale silenzioso, perché sempre uguale e metodico. Ecco, io ho cambiato anche quelli per adattarmi meglio al mio personaggio.
Capirete ora che mentre aspetto l’apertura del sipario non posso certo raccontarvi la storia, perché voi sarete gli spettatori e non voglio rivelarvi prima il finale. E poi voglio capire se il mio personaggio sarà chiaro, veritiero, quindi non posso darvi troppi particolari su di lui.
Certo che questo sipario visto da dietro è meno imponente e bello che dal lato del pubblico. Sul davanti è fatto di velluto, un tessuto prezioso, quasi regale, che con le luci diventa un poco cangiante e sembra acquistare maggiore spessore. Le onde poi che forma sul fondo, per via dell’arricciatura, sembrano danzare e intrattenere il pubblico prima che lo spettacolo inizi. Questa musichetta di sfondo che mettono nel teatro per accompagnare il pubblico al suo posto, per non farlo attendere nel silenzio, è impersonale e senza umore. È giusto, perché lo spettatore dovrebbe arrivare neutro a una prima, non sa cosa lo attende, deve essere incuriosito al punto giusto da metterci tutta la sua attenzione. E poi il silenzio sarebbe vociare, quel rumoreggiare strisciante che si insinua tra le file e si accomoda sulle poltrone prima dei corpi. Ma dietro al sipario il cicaleccio arriva attutito, solo i toni più acuti passano, che il pesante tendone di velluto trasforma in toni gravi. Così preferisco la musichetta, che non ha una vera melodia e che posso scordarmi a ogni ripresa. Intanto osservo immobile questo sipario che non si apre.
Respiro, butto fuori l’aria in un botto, con le guance che si sono prima ingrossate e poi smagrite, l’aria è uscita in un getto rapido con un rumore monosillabico tra le labbra strette a riccio. Adesso mi sembra che manchi poco. Mi sono preparato dietro al sipario con anticipo perché non volevo rischiare che si aprisse e io mi stessi muovendo verso il centro del palcoscenico. Voglio che quando la luce entrerà a taglio dal sipario pesante che si divide, io sia lì, immobile, austero, a catturare gli sguardi del pubblico su di me. Nel centro, perfettamente al centro del palcoscenico, in modo da essere visibile da tutti, con la luce che colpisce esattamente dove deve. Eccomi dunque qui, nel mezzo, ad aspettare che la musica smetta, che le luci si abbassino, che il mormorio si trasformi in rigagnolo e poi evapori in una pozzanghera. Eccomi qui ad attendere il silenzio e la divisione in due di questo muro che ho davanti, rosso per gli altri, ma per me nero, una lunga e densa colata di pece, che puzza di tutte le vite consumate dietro di lui.
Ora sono un po’ stanco, ho le gambe che formicolano, le dita lasciate inerti che si sono raffreddate. Forse potrei sedermi, giusto un attimo, qui a terra, un attimo solo per riposare. E se poi il sipario si dovesse aprire all’improvviso? Non posso rischiare che mi vedano prendere posto. All’apertura io dovrò essere impeccabile, immobile e pronto perché il mio personaggio è così, perfetto.

Però sono così stanco che i muscoli tesi tremano, muovo appena le dita nelle scarpe, le fibre delle calze fare attrito sui mignoli. Ho chiuso gli occhi e sento che al buio nella mia testa, il corpo barcolla come la punta di un grattacielo al vento. Ora l’oscillazione sembra che aumenti, diventa quasi circolare, la pianta del piede trattiene l’equilibrio, preme verso l’esterno a frenare una caduta. Apro gli occhi di scatto e il corpo è immobile, la testa gioca brutti scherzi. Sono ancora statico e austero, pronto per l’apertura di questo sipario. porto lo sguardo in l’alto, ho sentito un cigolio. Verso le americane, dove sono sistemati i fari, è ancora più buio. Questi fari non si devono accendere, all’inizio solo un sagomatore con una luce definita e bianca disegnerà un cerchio perfetto sul sipario, che aprendosi, lascerà entrare su di me. Per questo devo rimanere immobile al mio posto, perché la luce mi colpirà subito.. basta una fessura che la luce entra.
La musichetta si è spenta, non sento nulla oltre il sipario, la stoffa è troppo pesante. Ecco, ci siamo, ora forse si apre. Vorrei stirarmi meglio il vestito, passare una mano nei capelli, forse si sono scomposti. Ma non mi muovo, devo restare immobile, resistere perché se dovesse aprirsi il sipario proprio in questo momento, rovinerei tutto. Mi sudano le mani, andrebbero passate sui pantaloni per asciugarle bene, ma non posso muovermi, non devo. Il sipario potrebbe aprirsi proprio ora e anche solo una mano fuori posto rovinerebbe l’effetto.
(continua)


3 aprile - La coda (seconda parte)

Forse il movimento ripetitivo che compio mi porta più caldo del non fare nulla. Ma sento che se smetto di sventolare questo cartoncino morirò soffocata. Come dice il mio medico essere incinta non è una malattia, ma ti cambia così tanto il corpo da non sapere più comandarlo: il caldo diventa insopportabile, la fame straziante e un bagno il tuo bisogno primario. Cerco sempre di individuare il bagno quando vado in un luogo nuovo, perché so che all’improvviso mi scapperà la pipì, come se non la facessi da giorni interi. Mi sono arresa all’evidenza di aver affittato il mio corpo per nove mesi a un inquilino, anche se per i primi mesi non si faceva sentire. Era discreto, stava alle regole della casa, alle abitudini dei vecchi proprietari, ora invece ne è diventato il padrone e io, come uno che ha paura di essere sfrattato, mi adeguo. Ho cambiato il guardaroba, solo vestiti larghi e sandali bassi, almeno mi concedo il lusso del colore, su questo non ci si può fare nulla. Ho dimenticato di lasciare il cappello, ora dove lo metterò nel bagno che sarà piccolo come un francobollo..? Potrei lasciarlo alla ragazza all’ingresso del bagno, sta lì a cambiare la carta igienica, penso che non sarebbe un peso per lei tenermelo un momento. Ma non mi piace molto, sembra scortese, sono sicura che farà storie. Mi serve una ragazza carina che sta in coda, magari non proprio dietro di me, qualche posto più indietro così avrò il tempo di andare in bagno e poi lei entrerà senza perdere il turno.
Appena arrivo in coda una signora mi chiede di tenerle il cappello. È incinta, non si vede molto dal vestito largo a fiorellini rossi, ma quando si è girata l’aria ha fatto spostare il tessuto e, ne ha delineato la sagoma rotonda e piena del bimbo che ospita. Non le dico di no, non mi costa fatica tenerle il cappello quando entrerà in bagno. È inglese, o almeno parla un inglese perfetto, un bel accento del nord. In questo fine agosto nella città universitaria ci sono più turisti di studenti. E i turisti vanno sempre al bagno prima di lasciare il luogo di visita. Aspetto, non ho niente da fare. Osservo. C’è una ragazza seduta a un tavolino con rotoli di carta igienica. Neri i capelli, nera la pelle, nero l’umore. Non guarda nessuno in faccia. Quando mi avvicino perché la coda fluisce, vedo che scrive. Strappa fogli quadrati di carta igienica e scrive sopra con una biro. Penso che scarabocchi, invece sono lettere, sono parole. Scrive parole sulla carta igienica mentre sfilo di fianco a lei e aspetto di andare al bagno. Vorrei leggere, quello che scrive, ma sono ancora troppo lontana, non distinguo le parole e poi se saranno in portoghese non capirò nulla. La fila si muove come un pigro serpente che si è rintanato in un luogo ombroso. È il mio turno, devo tenere il cappello della donna incinta. Sono in piedi di fianco alla ragazza che scrive in mezzo a questa merda di posto, dove la luce entra da una finestra con le inferriate, messa così in alto sul muro da non poter mai vedere il sole diretto. In questo posto dove i profumi svenevoli delle donne si mischiano con quello acre dell’urina. Questa ragazza scrive in inglese, ma non scrive in righe consecutive. Le parole non occupano lo spazio una dietro l’altra. Scrive a intervalli, come dovesse riempire uno schema cifrato. Ha una calligrafia molle, le parole si impastano, l’occhiello della elle non sale dritto verso l’alto ma fa una deviazione sulla destra subito ripresa. Ogni lettera sembra un errore, corretto all’ultimo. Non capisco bene le parole, leggo shape forse un ground, tears o fears però ripete tre volte light light light.. La donna incinta si riprende il cappello, mi ringrazia con un largo sorriso. Dice qualcosa che non sento, ma un You’re welcome sta sempre bene. Tocca a me entrare, la fila non ammette ritardi, incertezze. Quando mi chiudo nel bagno mentre mi slaccio i jeans cerco di mettere insieme le parole che ho letto, di trovare tra di esse un legame, non necessariamente un senso. Ma non ho letto abbastanza, non ho avuto tempo. Tiro l’acqua, quando apro la porta la ragazza è lì davanti a me. Forse si è arrabbiata perché ho sbirciato il suo scritto, ora mi tira un pugno, mi spaccherò la mascella sulla tazza del cesso. Invece mi fa cenno di uscire, deve cambiare la carta igienica, io l’ho finita. Lei lo sapeva. Nel suo cervello era registrato che dopo di me avrebbe dovuto cambiare il rotolo. Nel tempo della sua mansione posso dare un’altra sbirciata al suo lavoro. È sul tavolino con la biro. Un quadrato di carta bianca e leggerissima, dove le parole non possono essere scritte, ma appena accennate, per non bucare l’inconsistenza.. hanging, deep, riconosco anche fet up, sublime e curse scritto con molte e in finale. E poi buchi bianchi, caselle immaginarie che andranno ancora riempite. Una poesia che si andrà a completare come il cubo di Rubrik, dove i colori ci sono già tutti, ma il difficile è metterli nell’ordine giusto. Lei riprende il suo posto, la sua schiena curva e larga mi oscura ogni visuale. Il quadrato magico di carta non potrà più essere crittografato per me. Mi è stata tolta la possibilità di conoscenza.
Fuori cerco di raccontarlo agli amici, di raccontare che la ragazza della carta igienica nel bagno delle donne è in realtà una poetessa che scrive rime quadrate in inglese. Ma loro ridono, mi dicono che siamo in vacanza e io sono una fanatica delle visioni, ho bisogno di immagini belle anche quando vado a pisciare. Mi accusano di megalomania.. una cerveza sistemerà tutto. Il caldo, dicono, è colpa del caldo dell’entroterra. Sulla costa, davanti all’oceano, non avresti avuto tempo di accorgerti di una strana tipa che scrive poesie in bagno usando la carta igienica..


2 aprile - La coda (prima parte)

M. sta lì, questo è il suo lavoro, stare lì, dove le donne passano o fanno la coda. M. sta seduta però, lei è privilegiata. Ogni tanto si alza e va a vedere se tutto è a posto. Anche quando si alza nessuno osa rubarle il posto, la sedia senza di lei rimane vuota. Ha anche un tavolino M. ci poggia la carta che ogni tanto deve sistemare. M. sta al suo posto, sa chiaramente quali sono le sue mansioni. Sta seduta, aspetta il tempo in cui dovrà controllare se la carta andrà cambiata. A volte su pezzi di quella carta ci scrive. La prende a prestito, tanto ce n’è tanta, nessuno farà storie. Estrae dalla tasca dell’uniforme una penna dall’inchiostro blu/violetto e traccia segni, senza calcare troppo, perché la carta è delicata. Anche ora che è una tarda mattina di agosto e l’università ha appena aperto dopo le vacanze estive, ci sono molte donne in coda. Anche adesso M. scrive, disegna, traccia segni sulla carta senza guardare nessuno. Aspetta di fare il suo lavoro, quando sarà il momento. Delle donne in coda non si cura, non guarda i visi, solo le cinte ai pantaloni, le pance scoperte delle ragazze, i colori le sfilano davanti ma lei non alza gli occhi agli occhi, ai nasi, alle bocche disegnate o sbavate. Non se ne cura, perché dovrebbe poi? Il suo lavoro non è intrattenere le donne in coda, è assicurarsi che non manchi la carta. L’università di Coimbra per il Portogallo è un fiore all’occhiello. Ci vengono a studiare ragazzi da tutto il mondo e molti di questi sono donne, ragazze, qualcuna più giovane, qualcuna più vecchia di M. M. non se le guarda, non ci deve fare amicizia. Lei studia da sola, non ha bisogno della retta da pagare all’università, si fa pagare lei dall’università per essere presente sei giorni su sette in questo posto, su questa seggiola. Poi a casa, studia da sola. Si prende i libri dalla biblioteca e di notte legge. E quando è al lavoro scrive, prendendo a prestito pezzi di carta pagati dall’università. Tanto ce n’è tanta, nessuno se ne accorge, nessuno farà storie. In questi momenti morti del suo lavoro, M. scrive piccole poesie quadrate, da far stare esattamente su un foglio, o disegna pezzi di cielo quadrati che entrano nella finestra a scacchi. M. trova che le poesie quadrate abbiano un suono perfetto, un equilibrio mistico. Come se ogni parola dovesse essere scelta per la lunghezza che necessita nel rigo, oltre che per il suo significato. La poesia diventa così come un rebus, come un’espressione algebrica, dove un solo risultato è quello giusto, una sola parola potrà occupare quel posto.
Pezzi di carta scarabocchiati che M. raccoglie e che alla sera trascrive su quadernetti neri, solo poesie quadrate che lei è riuscita a risolvere.

Ecco il luogo dove trascorrerò i miei prossimi anni. L’università ha un cortile interno che dà sulla città.
Coimbra dall’alto è brutta come dal basso. Ma questo cortile bianco e pieno di luce agostana fa rifluire antichi splendori, più dei ritratti scuri nell’aula magna o dei mezzi busti ingialliti e ripuliti e ingialliti di nuovo. Ho visitato la biblioteca, quella da turisti, fatta di ori alle pareti, di libri inaccessibili e quasi tutti inutili. Ma belli, struggenti da morirne. L’aria fresca all’interno, la luce che entra a gocce, la guardiana che ci invita al silenzio mentre distribuisce foglietti illustrativi del luogo sacro dove ci troviamo. Io penso che qui non potrei leggere nulla, solo sfogliare vecchi manuali sull’evoluzione dell’uomo o sulla storia delle Indie con acquarelli sbiaditi e capolettere ornamentali. Fuori da questo luogo intonso, la piazza ci aggredisce di bianco. Il sole mi asciuga gli occhi prima che possa infilarmi gli occhiali neri. Ho bisogno di un bagno. Le indicazioni in portoghese mi portano alla cappella della scuola, dove una fila di persone mi fa sgomitare per passare oltre. Mi affascina come ogni luogo abbia il suo modo di distinguere i bagni femminili da quelli dei maschi. Qui l’immagine è una figura stilizzata che sta seduta, mentre quella maschile sta in piedi. Io però ci trovo anche una doppia interpretazione, se un uomo ha un bisogno più lungo e quindi si deve sedere dovrà venire nel bagno delle donne? Pensieri idioti questi che vengono quando si deve aspettare in coda. Ho fatto coda per ogni cosa oggi. Per i biglietti d’accesso all’università, per la visita alla biblioteca, per la colazione alla mensa. Ma la coda al bagno delle donne non l’ho mai sopportata. O gli uomini non vanno al cesso e quindi a quarant’anni hanno tutti la prostrata ingrossata oppure fanno più in fretta delle donne. Capisco che non si lavino mai le mani dopo aver fatto i loro bisogni, ma questo tempo non va calcolato nell’occupazione del gabinetto, perché nei luoghi pubblici il lavandino è sempre fuori. È che proprio le donne ci mettono una vita a svestirsi e poi a rivestirsi.. Altri pensieri idioti in coda per fare pipì. Penso anche che ho lasciato la borsa al guardaroba quando sono entrata per la visita e ora non ho con me neanche un fazzolettino di carta. Ma c’è qualcuno all’ingresso del bagno, seduto a un tavolo con grossi rotoli di carta igienica. Che lavoro di merda, penso.. Sarà questo luogo.. chissà a cosa pensa l’altra gente che sta in coda. Questa donna davanti a me, con un vestito a fiori e i sandali rossi. Ha un cappello di paglia giallo e si sventaglia almeno da quando sono dietro di lei. Ora glielo chiedo: scusi, a cosa sta pensando mentre aspetta di andare al bagno? Io sono impaziente perché la tengo sempre fino all’ultimo e poi penso di non farcela, che una larga chiazza scura colorerà i miei pantaloni di lino. È che odio fare la coda al bagno e odio i bagni pubblici. Ma in questa università ci dovrò passare almeno tre anni della mia vita, perciò è meglio che mi trovi qualche lato buono, e un bagno decente dove non farmi venire l’ansia. (continua)


1 aprile - Vicini (parte quarta)

Ho sedici anni e un giorno. Dormo fino a tardi. Ieri sera sono stata alla festa della scuola e ho cantato per la prima volta davanti a un pubblico. Il nostro gruppo ascolta musica diversa, abbiamo un chitarrista, un bassista, un batterista e poi ci sono io, la voce. La tua previsione si è avverata: canto in un gruppo. Che non si può proprio definire rock, ma lo spirito vuol essere quello. Ieri non mi hai riconosciuta, non ti è venuto nemmeno in mente che potessi essere io nell'ascensore. E dire che lo spazio là dentro è piuttosto angusto. Tiro a indovinare ora cosa possa averti deviato tanto: l'altezza? (sono 1,70 ormai) i capelli corti? (l'ultima volta me li hai visti lunghi pettinati con le mollette) il seno? (non penso, porto una prima e poi infagottata com'ero non potevi certo vedere se mi fosse cresciuto qualcosa). Per il resto non mi sento molto diversa da cinque anni fa. Certo ho acquisito conoscenza, ma non abbiamo ancora parlato perciò non può averti sconvolto qualcosa che non sai se esiste.
Sto a letto con le cuffiette, il riscaldamento in camera mia è spento perché mi piace dormire al freddo, così tutto quello che è sotto al piumone ha una temperatura umana, tutto quello che è sopra è rarefatto. Estraggo le mani per cambiare canzone ma poi le ributto lungo il corpo perché riprendano calore. Mi piace dormire in maglietta, estate e inverno, non mi copro mai troppo il corpo, perché ho sempre paura di non riuscire a correre nei sogni, qualora mi servisse. Poi però il tragitto dal letto al bagno si può fare solo in fretta, per non congelare. Questo mi sveglia la mattina. Ma oggi niente scuola, niente compiti, niente amici. Oggi penso che starò nel letto fino a un minuto prima dell'arrivo di mia madre, giusto per non farle sapere che ho poltrito fino ad allora.
Il campanello suona quando non ho ancora finito di elaborare questo piano per la mattinata. Arrivo alla porta e grido chi è. La tua risposta mi suona così familiare. E arrossisco perché sono in mutande, anche se tu al di là della blindata non mi puoi vedere. Io però avverto che sei proprio lì, davanti a me, e un formicolio viscido mi paralizza i piedi.
Tu parli con calma, dici che hai trovato una cosa che mi appartiene e che vorresti darmela. Quando ti apro ho indosso i pantaloni neri e la felpa con i lustrini che ho usato ieri sera al concerto. Il sorriso sul tuo viso sembra apprezzare questo tocco glamour anche se stona con il sole di prima mattina. Tu resti sullo zerbino e dici che hai trovato una lettera per me mentre facevi ordine nella camera di tua nonna. Mi porgi una busta giallino con il mio nome scritto sopra. La mano mi trema per te, per tua nonna e per questo stupido color giallino che è la carta da lettere che ho regalato a tua nonna in prima elementare. La busta è spessa, ci saranno dentro almeno tre fogli con la mimosa stampata sul bordo. Tu dici che tua nonna ha lasciato questa lettera per me e io mi accorgo che non l'ho ancora presa, che la tua mano è tesa e pesa la busta. Prendo la lettera con due mani, come un artificiere la bomba da disinnescare. Restiamo in silenzio. Non so per quanto. È strano ma non mi ricordo come sei vestito. Ti sto guardando negli occhi e vedo solo il colore della tua iride sbattere contro le lenti degli occhiali. Prima li portavi solo per guardare la tv, e adesso? Stavi guardando la tv a casa di tua nonna, quando hai deciso di andare a caccia di lettere? Mi dici ti lascio sola. E quando ti giri per tornartene nell'appartamento vorrei fermarti ma i miei pensieri sono troppo lenti e la mia lingua annodata in gola.
Io non conosco la calligrafia di tua nonna, in tutti gli anni mi ha scritto una sola cartolina, quando era alle terme. Così vado a cercarla e confronto la scritta del mio nome sull'indirizzo. È la stessa macchia di inchiostro tremolante che c'è sulla busta. Lunghe lettere che ogni volta che salgono o scendono fanno un percorso eroico, pieno di inceppature. La calligrafia dei vecchi è così fragile, come le loro ossa, si spezza per niente. È un passo incerto il mio nome su questa carta, nel tremore sento tutto l'affetto di una donna che mi ha amato come se fossi sua, sangue del suo sangue.
Quando torna mia madre, mi trova in cucina. Immobile su questa sedia da ore, ho perso l'uso delle articolazioni. Ho letto la lettera tutta in una volta. Ci ho messo molto per la lunghezza e per la calligrafia. E quello che vi ho trovato è stato una sorpresa, una rivelazione. Ho pianto, ho riso, ho ansimato per l’emozione. La lettera ha tre pagine scritte sulla carta da lettere e poi una pagina scritta su una carta bianca intestata. A mia madre porgo solo questa. Lei la legge e si porta una mano alla bocca, ma ormai il grido di stupore era già scappato. Ride, è felice, dobbiamo dirlo subito a tuo padre, dice. Ma io penso che prima di tutti lo dirò a te. Attraverso il pianerottolo e suono il campanello. Mi apri come se mi aspettassi. Mi fai accomodare in cucina, perché, dici, siamo più familiari. Io ti passo sul tavolo la lettera bianca. Tu la leggi in fretta, sembri molto più allenato di me alla calligrafia di tua nonna. Ti sfugge un sorriso, che non so interpretare. Poi mi dici, bene, benvenuta a casa.
Tua nonna mi ha lasciato questo appartamento, diventerà mio quando mi sarò diplomata. Ma tu non ne sembri sorpreso. Nella lettera dice che lo fa perché io devo realizzare il mio sogno e che non devo sprecare tempo a guadagnare soldi per mantenermi gli studi. Nella lettera parla anche di te, del suo bambino, che ormai ha già trovato la sua strada e che non saprebbe cosa farsene di un vecchio appartamento dove trascorreva le vacanze estive. Tua nonna mi ha regalato la libertà di scegliere, quella indipendenza che mi permetterà di studiare fuori come le dicevo sempre. E poi fantasticavamo che lei mi veniva a trovare e la portavo in uno di quei caffè eleganti che ci sono nelle piazze straniere, a prendere il tè con i pasticcini. Penso a tutto questo mentre tu finisci di leggere, ma resto in silenzio perché era un desiderio privato mio e di tua nonna, che ora mi mette solo nostalgia.
Tu prendi una bottiglia di birra dal frigo, ne versi in due bicchieri e mi porti a brindare. Io ti dico che ho solo sedici anni, tu mi correggi, sedici anni e un giorno. Porto alle labbra la schiuma bianca e lascio questo freddo liquido scivolare in gola. Un po' amaro, un po' instabile. Quando sono sulla porta mi chiedi se il resto della lettera mi è piaciuto, io dico sì, ma non mi volto perché tu non legga tutto quello che c'è scritto sul mio viso.

31 marzo - Vicini (parte terza)

Ho tredici anni. Sono appena tornata dalle vacanze, siamo stati al mare, in tenda. Abbiamo girato molto e ho visto posti bellissimi, con scogliere alte e un mare cattivo ma che mi faceva venire una voglia matta di buttarmi dentro. Busso a tua nonna perché voglio raccontarle il viaggio. Lei mi apre ed è molto felice. Ha i capelli raccolti nella treccia e poi girati a chignon, ma appena pettinati, non con i soliti ciuffetti bianchi che sparano da ogni lato. Ha ancora il vestito di lino, quello che usa per le grandi occasioni. Mi dice che tu sei appena andato via, che sei stato a trovarla per due giorni e che l'hai portata in giro e oggi eravate al mare a mangiare il pesce. É raggiante come il sole che ho visto spuntare all'alba. Quell'alba che non ho modo di raccontarle perché tua nonna è una macchinetta, non smette di parlare, vuole dirmi tutto, ma proprio tutto quello che avete fatto insieme. Io sono un po' triste perché ti ho mancato per un’ora, ma tua nonna è così contagiosa che il sorriso mi torna presto. Poi mi da in mano una conchiglia, mi dice che l'ha raccolta sulla spiaggia per me e che tu hai voluto firmarla. Dentro c'è una frase scritta piccola piccola, che si è adattata alla superficie ondulata, il mare sorride da lontano, denti di spuma, labbra di cielo. Così mentre tua nonna parla di te e di quello che avete fatto insieme, io ritorno a quell'ultima scogliera che ho visto la notte scorsa. La tenda piantata da papà proprio sul bordo.. sentivo che avrei potuto saltare nelle onde durante un sogno. Per tutta la notte il mare ha urlato e pianto, ma io non ho pensato che volesse essere consolato. Sembrava il cane del terzo piano quando gli hanno tolto i cuccioli appena nati, che ha ululato per due giorni. Si capiva che aveva dentro un grande dolore e che avrebbe urlato finché non fosse uscito tutto. Mamma si è lamentata per tutto il tempo, io ho pianto in camera, in silenzio, finché non ho sentito il cane senza voce.
Torno a casa con la mia conchiglia e la tua frase. La imparo a memoria e provo a darle una melodia ma il mio cuore batte troppo ritmico, così le tue parole si accavallano veloci e diventano un pezzo rap.

Ho quindici anni. Alla mia scrivania scrivo una lettera per tua nonna. Ieri ho bussato da lei appena dopo colazione, come faccio sempre in estate. Le chiedo se devo andare a farle la spesa, se ha già letto il giornale e poi me ne vado a fare le commissioni o ritorno in camera mia. Ieri però non mi ha risposto. Dalla finestra ho visto che le imposte erano ancora chiuse. Tua nonna non si alza mai tardi. Così ho chiamato a casa, sentivo il telefono squillare dalle pareti del soggiorno. Alle undici ho telefonato a mia madre al lavoro per dirle che qualcosa non andava. Lei è tornata subito. Abbiamo bussato con forza alla sua porta per tanto tempo. Avevo le mani che mi picchiavano sulle punte. Poi mamma ha chiamato tuo padre. Il viso di mamma era segnato da una ruga obliqua nel mezzo della fronte, ma si sforzava di sorridermi. Io ho raccolto un po' di silenzio per farne scorta, perché ho capito che da lì a poco ne avrei avuto bisogno. Tuo padre è arrivato con i carabinieri, e mia madre ha nascosto il viso nelle mani e le spalle si sono scosse in un ballo con un ritmo scoordinato. Quando hanno forzato la porta lei mia ha stretto le spalle con un braccio, mentre l'altra mano era sempre sulla bocca. Io ho tenuto le braccia conserte e non ho fatto nemmeno un passo verso la casa di tua nonna. Sono rimasta sul pianerottolo quando è arrivata l'ambulanza con le sirene spiegate, quando è passata la barella, quando è uscito tuo padre con gli occhi gonfi, quando tutti sono scesi, quando l'ambulanza è ripartita senza sirene. Immobile fino a quando mia madre si è ricordata di me e mi ha urlato di entrare in casa. Lei dice che non ha urlato subito, ma che mi stava chiamando da tanto tempo e io non rispondevo, come se non la vedessi. E in effetti non ricordo di averla vista fino a quando non l'ho sentita urlare. Questo è successo ieri. Mi sembra molto più tempo di solo ieri. A volte ventiquattro ore possono essere lunghe più di ventiquattro ore se ti metti a contare i minuti. Penso che sia uno scherzo temporale, non si può definire un effetto ottico, perché non c'entra con la vista. Non so bene a quale dei cinque sensi appartenga il tempo. Non è per l'olfatto, né la vista, né l'udito tanto meno il gusto. Forse il tatto, si dice il tempo che sfugge, no? So solo che ora sto scrivendo una lettera per tua nonna, perché lei amava ascoltare le mie storie, sono dieci anni che gliele leggo. Le ho letto tutti i temi che ho scritto a scuola e poi anche quelli che scrivevo così per me, quando avevo qualcosa di importante da ricordare. E ora che non dormo perché ho qualcuno da ricordare, mi sembra giusto scriverlo a tua nonna.
Domani ci sarà il funerale. Io non ho ancora pianto. Mi sento strana. Veramente non ho ancora parlato da ieri. Mi accorgo ora che l'ultima parola che ho pronunciato ad alta voce è stato il nome di tua nonna mentre bussavo alla sua porta.

Ho sedici anni. Li ho compiuti oggi. Torno da scuola e domani cominceranno le vacanze di Natale. Il freddo mi ha fatto lacrimare gli occhi in bicicletta e mentre mi asciugo le lacrime dentro al portone, al riparo dalla piccola tempesta di neve, tu mi passi accanto con un piumino scuro. Ti raggiungo all'ascensore. Sono alle tue spalle e aspetto che arrivi, che le porte si aprano. Quando entro dopo di te e mi chiedi a quale piano vado, l'aria ti si blocca in gola. Il numero quattro non riesci a schiacciarlo. Devo farlo io per te, prima che le porte si chiudano e qualcun altro prenoti l'ascensore. Io ti dico ciao, senza troppo entusiasmo. Sono ancora arrabbiata con te perché non sei venuto al funerale. I tuoi genitori a dire a tutti quanto eri dispiaciuto, ma eri a un master in America e non potevi certo tornare, avresti voluto, ma non era possibile. Io ho pensato solo che eri uno stronzo e che tua nonna non te la meritavi. Ti lascio sul pianerottolo, e tu mi chiedi quanti anni ho adesso.
Lo zaino mi cade dalla spalla, mi fai così rabbia che mi viene quasi da piangere.
Poi ti rispondo: sempre dieci meno di te. Ti dico che non è una variabile, ma che semplicemente essendo nata dieci anni dopo di te avrò per sempre dieci anni in meno. Tu pensi in silenzio a non so cosa, poi mi dici ci vediamo e io penso perché dovremmo.
(continua)


30 marzo - Vicini (parte seconda)

Ho dieci anni e mezzo. È estate. Io sono triste, tua nonna è partita per due settimane per fare le cure termali. Lei ha detto che non ne aveva bisogno ma tuo padre ha insistito, dicendo che doveva riposare dopo l'incidente di quest'inverno. Abbiamo fatto la valigia insieme e anche se fa tanto caldo, lei si è voluta portare dietro anche la sciarpa che le ho regalato. Poi è arrivato il taxi e mentre lei mi salutava dal finestrino io ho tenuto le mani in tasca. Mi veniva da piangere e ho chiuso stretti i pugni così pensavo al dolore delle mani e le lacrime non venivano giù. Non sono mai stata senza tua nonna. La mamma ha chiamato una signora che viene a preparami il pranzo e che sta con me un paio di ore per questi quindici giorni. Ma non è lo stesso. Questa signora non mi vuole bene come tua nonna e io sono triste, di più di quando è morto Lili l'anno scorso. Lo so che lui stava sempre fuori e tornava solo alla sera o per fare rifornimento di crocchette, ma tua nonna a Lili era affezionata tantissimo e quando è morto ha detto che non voleva più nessuno in casa. Voleva dire più nessun animale, ma io ho avuto paura che non volesse più neanche me. Così mi sono messa a piangere e lei mi ha stretto forte e mi ha detto che non avrebbe mai potuto stare senza di me e che adesso ci voleva un bel budino, anche se non era sabato.
Aspetto che il taxi non si veda più e risalgo a casa. Nel pomeriggio non ho voglia di uscire. Rileggo il libro che mi ha regalato tua nonna a Natale. Poi sento dei rumori sul pianerottolo e guardo dallo spioncino. Ci sono due persone che stanno cercando di entrare. Chiamo la mamma perché sono spaventata. Lei apre la porta. Ciao, ti dice. Tu saluti e dici che starai un po' qui con un'amica per preparare un esame. Il tempo che tua nonna è alle terme. Io mi sono nascosta dietro le gambe di mamma. Non mi hai salutato perché non mi hai visto.
La sera mentre aspetto l'ascensore per salire a casa, tu arrivi con una borsa della spesa e con una ragazza. Mi dici ciao principessa, come ti sei fatta carina. E mi presenti alla ragazza che non è più quella inglese di Natale. Ma anche lei mi guarda come se non mi capisse. Io non dico una parola per tutti e quattro i piani, poi tu mi dici che una volta possiamo mangiare insieme, se voglio. Rispondo che lo chiederò alla mamma ed entro in casa senza salutare.
La mamma dice che va bene e due giorni dopo sono nella cucina di tua nonna che, per la prima volta, vedo senza tua nonna. Tu hai un suo grembiule e usi la padella che tua nonna non usa mai perché dice che è troppo grande per una persona sola. La tua amica è spettinata, ha una matita nei capelli e io mi chiedo perché l'ha messa lì e non sulla scrivania, dove devono stare le matite. Il verduriere si mette la matita in testa, ma dietro l'orecchio, perché deve segnare i prezzi delle verdure che compra la mamma e le va dietro per tutto il negozio. Così la mette dietro l'orecchio per averla a portata di mano. Forse la tua amica deve segnare qualcosa di urgente anche lei, mentre mangiamo, e vuole avere la matita a portata di mano. Poi la tua amica si alza e ti mette una mano nella tasca dei pantaloni e tu le dici, no che c'è principessa. Lei mi fa un sorriso e se ne va nell'altra stanza. Tu mi guardi e mi chiedi come va la scuola, e io dico bene, ti racconto l'ultimo tema che ho fatto se vuoi. E tu dici sì e mi ascolti per tanto tempo.

Ho dodici anni. È inverno e ha nevicato tantissimo, così oggi non si va a scuola. Dovevamo partire domenica per una settimana bianca con la classe, ma forse non se ne farà niente. Sono sul letto e rigiro tra la mani il regalo che mi hai fatto per il mio compleanno. L'hai dato a tua nonna quando è venuta da voi per le feste e lei lo ha dato a me la settimana scorsa perché lo aveva dimenticato in valigia. Era in un pacchetto piatto e bianco con una scritta verde sopra. Invece di metterci anche un biglietto, mi hai scritto la dedica sulla carta. A principessa, per il suo futuro da scrittrice. E poi hai disegnato un piccolo cuoricino nell'angolo in fondo a destra. Per aprire il pacchetto ho chiesto un taglierino alla mamma, così da non rovinare la tua calligrafia. Dentro c'era un blocco per gli appunti, con la copertina rigida, e con dei disegni oro a rilievo che mia mamma ha chiamato damascati. Io non ci ho scritto niente sopra. Non ho ancora avuto pensieri damascati che vadano bene per queste pagine. Busso da tua nonna per chiederle se vuole un po' di compagnia, se no andrò giù in cortile a fare un pupazzo di neve. Lei mi apre e mi dice di entrare che ha appena fatto la cioccolata e con questo freddo è quello che mi serve. Aspetto al tavolo che si freddi la tazza. Lei è seduta nella poltroncina di vimini che fa la maglia. Quando squilla il telefono, mi alzo e le porto il cordless e lei mi sorride lasciandomi in mano i ferri infilzati nel gomitolo. Ha cercato di insegnarmi, ma a me sudano le mani quando devo concentrarmi a fare qualcosa e alla fine il filo è così zuppo che non scorre più. Il suo punto invece è perfetto, tutte le maglie uguali, leggere, soffici, compatte eppure si vede attraverso. Quando tua nonna grida oh no, io penso che ho perso qualche punto e che lei ora dovrà tirarlo su con l'uncinetto. Ma il lavoro che ho in mano è ancora integro. Lei piange subito. Mi sono girata di scatto e ora non vedo bene per via delle stelline negli occhi. Le è caduto il telefono. Lo raccolgo e sento la voce di tuo padre che grida mamma? Mamma stai bene? Io rispondo che sta piangendo. Tuo padre dice meno male che ci sei tu e chiede se posso stare ancora un po'. Per tranquillizzarla. Io dico va bene e lui attacca. Tua nonna piange per tanto tempo. La cioccolata ha una pellicina dura, non ho più voglia di berla. Quando si toglie le mani da davanti la faccia, le allarga e mi fa entrare. Io per starle in grembo devo inginocchiarmi e mi sento un po' ridicola. Poi mi prende la faccia tra le mani che tremano tantissimo e mi dice che ti è successo un incidente. Che la macchina ha sbandato per la neve e sei finito fuori strada. Che hai qualcosa di rotto e sei in prognosi privata. Poi mi abbraccia forte e mi dice che però sei vivo, il mio piccolo bambino, dice, vivo, vivo. Io la aiuto ad alzarsi e l'accompagno in camera, per stendersi un po' sul letto. Dice che ha bisogno di qualche goccia per dormire e così le porto un bicchiere con poca acqua e una boccettina di vetro scuro che trovo nel cassetto del comò. Lei conta venti gocce e io sento un odore dolciastro come di sciroppo per la tosse. Poi mi siedo sulla sedia finché non la sento russare. Torno a casa. Quando arriva la mamma le racconto del tuo incidente e lei dice prognosi riservata non privata. Io non capisco lo stesso cosa significa, ma non mi sembra una bella cosa. Quando gli adulti usano parole come privato, riservato, lo fanno sempre con una violenza e una serietà nella voce che mi fa capire di non toccare. Di stare alla larga. Mamma dice di andare fuori a giocare, che andrà lei da tua nonna più tardi. Io giro un po' per il giardino. Mentre cammino nella neve mi chiedo come può lei, così soffice e bianca essere anche tanto cattiva da farti del male. Mi sento in colpa perché ho desiderato per tutta la notte che non smettesse di nevicare così non sarei andata a scuola. E invece tu hai fatto un incidente proprio per tutta la neve che ho chiesto io al cielo. Mentre salgo in ascensore piango, ma in fretta, perché ho solo quattro piani per asciugarmi tutte le lacrime. Poi nella mia camera apro il tuo regalo e su una pagina scrivo: neve, bianca, silenziosa, candida, soffice, lieve, pericolosa. Mi accorgo che basta un aggettivo negativo per rovinare tutti gli altri.
Quando mamma torna mi dice che ha parlato con tuo padre. Un grande spavento, una lunga convalescenza ma nessun pericolo di vita. E la prognosi riservata? Chiedo io. E mia madre dice che l'hanno levata. Così io immagino un sacco nero, con dei bitorzoli, messo nel cestino dei rifiuti, ma ben chiuso perché dentro c'è qualcosa di molto brutto che ha fatto piangere tutti.
(continua)


29 marzo - Vicini (parte prima)

Ho cinque anni, sto sul bordo della sedia e ti vedo giocare con un regalo dei cereali, poi tuffi i biscotti nella tazza larga del latte. Questa cucina è di tua nonna, stai con lei per l'estate, finché i tuoi genitori non verranno a prenderti per una vacanza in roulotte, al mare. Io abito nella porta accanto. Tua nonna è un po' mia nonna durante l'inverno, perché tu non ci sei, vai a scuola in una grande città e a volte vieni da lei per Natale o la primavera. In estate invece stai qui per due mesi. Giochiamo nel cortile del palazzo, c'è un grande giardino con due scivoli e un'altalena, uno spazio con la terra dove noi coltiviamo i bastoncini dei ghiaccioli.
Io busso da tua nonna dopo colazione, lei prepara il latte per te e ti chiama dalla porta della cucina. Quando entri sei ancora con il pigiama, mi metti una mano sulla testa e dici buongiorno principessa. Con la voce bassa però. Io aspetto che ti prepari, faccio un disegno o sfoglio un libro, ho cominciato a mettere insieme le lettere da poco. A settembre andrò a scuola. Qualsiasi cosa stia facendo mentre aspetto che ti prepari, finisce appena entri nella cucina. Mi metti il tuo berretto in testa, al contrario, e quello è il segnale che stiamo per uscire. Sulle ginocchia ho due croste viola che sanguinano ogni volta che tu mi insegni ad andare sullo skateboard. Ho cinque anni perché sono nata quando inizia l'inverno. Mai mamma dice che mi ha portata il freddo, per questo sono così fragile. La bambina di carta mi chiama. Tua nonna dice che mi tirano i folletti per i piedi la notte, perché invece di mettere su ciccia, divento ogni giorno più alta. Così quando i tuoi amici nel cortile mi chiedono quanti anni ho, io rispondo quasi sei. E tu mi cacci il berretto sugli occhi, dicendo cinque e mezzo. E poi mi stringi fortissimo che le ossicina scricchiolano. I tuoi amici ti chiedono perché sono sempre dietro, ma tu mi difendi e dici che sono la tua sorellina, che sono la principessa. In giardino scendiamo presto, quando loro non ci sono ancora. Tu mi spingi in altalena che mi manca il fiato e le mie grida superano i palazzi. A volte curiamo il giardino di ghiaccioli, ogni tanto mi porti con te sull'albero a leggere qualcosa. Quando i tuoi amici arrivano fa già caldo. Portano lo skate e provano per ore passaggi che tu sai fare benissimo. Corri lungo la rampa dei garage e poi salti sul muretto, poi riscendi e passi sul bordo metallico. Tutto senza cadere. Io non smetto di guardarti. E non dico mai una parola. Uno dei tuoi amici ti ha chiesto se ero muta. E tu hai risposto che avevo una bella vocina, e che da grande avrei fatto la cantante in un gruppo rock.
Ogni tanto la mattina arriva anche un gruppo di ragazze. Loro mi coccolano come un cagnolino. Sono sempre lì che mi accarezzano e che cercano di pettinarmi i capelli da femmina. Non mi piacciono tanto, ridono con un accento acuto ma a me sembra che non si divertano poi molto. In fondo non fanno niente. Loro guardano voi che andate sullo skate, ma non provano mai. Poi tua nonna ci chiama per il pranzo. Tu fai saltare lo skate con un piede, mi prendi per mano e saluti gli altri mentre siamo di spalle. Io mangio con voi perché mia mamma torna alle due, così quando non c'è l'asilo, tua nonna tiene anche me. Finito il pranzo restiamo sul divano a vedere i video musicali e a volte metti su i cartoni. Poi mia mamma suona il campanello e prima che entri dalla porta, tu mi abbracci e mi dici nell'orecchio ‘ciao principessa’. Io scappo via e ti faccio una linguaccia, per farti ridere.
Il pomeriggio non ci vediamo. La mamma è a casa e poi dice che voi siete troppo grandi per me. Che ci fa una bambina di cinque anni con dei ragazzini di quindici? Io dico quasi sei e lei dice, no signorina, cinque e mezzo al massimo. Ma io penso lo stesso ‘quasi sei’. La sera con le finestre aperte sento le vostre voci giù in cortile. A volte mamma mi fa scendere ma per poco, una mezzoretta. Poi mi chiama, dice che devo andare a letto presto. Ma io non ho mai sonno. Così lascio la finestra aperta e continuo a sentire le vostre voci che scherzano, anche se non si capisce quello che dite. E poi il rumore degli skate.. quando ne parte uno che non si interrompe, che non cade, so che è il tuo.

Ho sei anni. La scuola finirà tra due giorni. Sono seduta nella cucina di tua nonna. È sabato e mi ha fatto il budino. Mia mamma non vuole che mangi dolci, così tua nonna il sabato mi prepara sempre un piccolo cream caramel che mi da per merenda. Mi piace perché è freddo e ha quel pochino di amaro del caramello. Chiedo a tua nonna quando arriverai. Lei smette di mescolare la marmellata di fragole e mi dice che quest'anno non verrai. Che i tuoi genitori hanno programmato un periodo di studi all'estero. Un mese in Inghilterra. Io piango in silenzio e il mio budino non è più dolce per le lacrime che ci vanno a finire dentro.

Ho dieci anni. È il giorno di Natale. Ho compiuto dieci anni quattro giorni fa. Tua nonna ha fatto un’operazione e quest'anno venite voi per le feste. Io vado a trovarla tutti i giorni e passo il pomeriggio con lei, faccio i compiti, le preparo il te con i biscotti e le leggo qualche libro. A volte scrivo dei temi per lei, a tua nonna piace ascoltare le mie storie, dice che ho molta fantasia. Dice che farò la scrittrice da grande, ma non la giornalista, che non le piace sapermi in mezzo alla guerra e, poi i giornalisti li rapiscono e lei non potrebbe stare senza di me. Il giorno di Natale ho mangiato a casa con i miei genitori, poi tuo papà è venuto a bussare alla porta per invitarci a casa di tua nonna per un brindisi. Io ho un bel vestito di velluto blu. Era di mia mamma quando era piccola. Mi pizzica il colletto, mamma mi ha anche messo due mollette sui capelli sciolti. Io non ho mai i capelli sciolti. Nella sala di tua nonna ci sono tuo papà che riconosco, tua mamma che riconosco, una ragazza che non conosco e un ragazzo che non conosco. Poi mi dici ciao principessa. Neanche la voce la riconosco. Però mi accarezzi i capelli, come quattro anni fa e sento che sei tu, nel corpo di qualcun altro e con la voce di qualcun altro. Ci presenti la tua ragazza. Lei è inglese, non capisce quello che diciamo, tu parli con noi e poi lo ripeti a lei usando parole che ora noi non capiamo. La conversazione così si fa lunga il doppio. La abbracci sul divano di tua nonna e tutti le fanno i complimenti. Bel vestito, bei capelli, bel sorriso. Sembrano tutti molto felici. Io e tua nonna ci guardiamo, siamo un po' serie, non so perché. Ci piace il Natale, lo aspettavamo con ansia. Stamattina presto, prima che voi arrivaste, sono stata qui da lei a portarle il mio regalo e lei mi ha dato il suo. È un libro, sa che mi piace leggere. Io invece le ho regalato una sciarpa perché ha sempre freddo al collo. Così mentre tutti ridono, io e lei restiamo in silenzio, io seduta su una sedia dove non tocco per terra e lei sul divano troppo basso da cui fa sempre fatica ad alzarsi. (continua)


28 marzo - Lirica del tempo perso

Comunque la vita fiorisce
anche in stato di emergenza
se tutto va fuori dai cardini e si spacca a terra.
Se anche moriamo
qualcosa
qualcuno ci sopravvivrà
e farà meglio anche solo un poco
Meglio di noi.
E vivrà altri cento giorni dove potrà fare tutto ciò che a noi è sfuggito
errori e piaceri
va bene comunque, basta avere altri cento giorni,
che è un numero a caso ma che sembra perfetto
quando si vuole dare forma e sostanza a una scadenza,
del giorno in cui userò ancora il tatto per per un saluto.
Sapere che si può stare con te,
accesa è la luce
la gioia di sempre
l’unica
non si può scrivere senza.
Solo ora che è veramente buio
ora che non dormo
che vorrei sprofondare nei cuscini tiepidi
sento che il mio corpo è fatto di angoli
spigoli che fanno rumore nel silenzio della notte
se non è possibile trovare la giusta temperatura.
Così vivacchio dove non accettano sogni in pegno
aspetto che il sole si erga soldato
aspetto per coricarmi senza più forze,
quando non ho più forze da opporre.
Non è poesia quella che scrivo per te
non è lirica
ma così intrisa di verità che mi lascia sveglia ancora una volta a dirti
la gioia che mi da sapere di te.
Mi chiedi il perdono anche senza il peccato, io che provo
a scendere a patti, che stringo alleanze coi i miei pensieri insorti.
Mi ergo a protezione assoluta di te
e questo ti crea sgarbo
ma non me ne volere
è impulso vitale
che non si può controllare
è forma insaziabile di saperti al sicuro.
Non fortezze di pietra
ma giardini fioriti dove accogliere gente
che testimoni il tuo inganno, non sei così forte come credi.
Tu sai che questa piccola vita è un inganno,
piena e consapevole di tutto
lotti lo stesso per la felicità
e ti arriva comunque.
Io ignara dell’osservanza
delle regole che stabilisco man mano
mi trovo sempre sul bordo
pronta a svenire.
Come dire di te altro che tu non sappia
che ho scritto senza posa
senza rileggere
senza fermare pensieri.
Che ho scritto per te una piccola storia
con tutte le parole intrecciate, da sbrogliare
mentre tu da lontani mi osservi
con le braccia conserte e un sorriso sagace.
Ti diverte l’intoppo, di me pesta sul divano mentre
raccolgo immagini da far fiorire sul foglio
e nessuna di queste ti rende giustizia.
Ecco la tua migliore protezione.
Ecco la mia mancanza di difese.
Ma ti osservo anche da lontano
e penso che tutto in te funzioni.
Anch’io.


27 marzo - I cocci

Lei ha sonno, quel bisogno devastante di orizzontalità. Si sdraierebbe qui sul tavolo della biblioteca per quanto le membra non reggono più il peso. Invece raccimola le cose nella borsa con l’ansia di un ladro a cui è scattato l’allarme. Esce nella città, scende nella metro, cammina fino al portone, sale le scale, si butta sul divano che è il suo letto di notte. Non conta le ore. Ora c'è solo il sonno. Quello che fa prigionieri che non verranno graziati. Quel sequestro totale e violento che fa del corpo un ostaggio della mente. Dorme un tempo indefinito. Non ricorda nulla, nulla è ciò che trattiene.
Lui è a una riunione. Vuole sentirla, le manda dei messaggi che restano un monologo. Sono così tanti a sera da far preoccupare. Vorrebbe giudare fino da lei, accertarsi del suo stato, provare che la sua presenza sia ancora reale. Ma non giuda, non esce di casa, non chiama. Vive semplicemente uno stato di lontananza come se ad essere angosciato fosse un altro. Da consolare, un altro. E per solidarietà con l'altro anche lui non mangia e non dorme e cerca consigli sul come e su un perché eventuale.
Lei si sveglia ed è buio, ma di due giorni dopo. La testa è pesante che sembra di ceramica, un largo vaso sul collo dove immergere fior di pensieri. La stanza ha il suo passaggio, la porta socchiusa e una borsa rovesciata sullo zerbino. Perché prima, appena prima di addormentarsi, non c'è stato il tempo. Di raccogliere, di chiudere. Già l'arrivare a casa non lo credeva possibile, un piccolo miracolo riuscire a fare tutte le scale. E ora ha sete, fame, tutte voglie di lui insomma. Lo chiama, è quasi notte. Lui risponde.
Lui ha raccolto il telefono a tastoni, il sonno negli occhi non gli fa vedere chi è. Il ciao più evanescente della sua vita gli entra nell'orecchio come acqua di mare, con il suo sciabordio. Dove come perché, tutte le domande legittime, sincopate e rapide che lui le rivolge, si risolvono in risposte monosillabe, compitate da una voce zuccherina che aggiunge solo ’ora’ come risposta al quando. Lui esce che è notte, una da portare a termine. Lei è immersa nella vasca da bagno e nel buio profondo della solitudine. Aspetta e immagina.
Lui entra dalla porta socchiusa. Poi la chiude a chiave. Non chiama, sa dove trovarla, ma la cerca comunque, come per un gioco che allunghi l’attesa. Prenderla tra le mani, i vestiti che si inzuppano, asciugarla con un abbraccio e poi con mille altri.
Lei gocciola come un mazzo di fiori appena estratto dal vaso. Le appendici perpendicolari al pavimento: lunghe gambe e braccia sulle quali scivola l'acqua ribelle. La pelle è vestita di brividi che l'acqua innalza mentre scivola verso terra. Lei ha gli occhi chiusi e i capelli bagnati.
Lui abbraccia di lei il freddo e il tremore. Trattiene il peso di fiori recisi e lo poggia sul letto per l'incarto. La coperta si chiude sui fianchi sottili, lui vede più solo la pelle delle spalle e del collo. Dei capelli, molli fili neri, fa una raccolta di spugna e l'acqua che ancora persiste sul viso la succhia nei baci.
Lei racconta il sogno e quello che è stato: avevi i tuoi soliti jeans e apparecchiavo per te la tavola. Ma imboccarti di baci era il desiderio più forte e la gente mi sconsigliava scuotendo la testa di lato. Così lei si toglie di dosso ogni strato, fino a lasciar solo la pelle e si rimette alle mani sapienti dell'uomo che è venuto di notte.
Lui scorre su di lei il disegno che tante volte ha immaginato di fare, tracciando linee curve senza abbandonare il tocco. I palmi sentono il convesso, la lingua il concavo effetto e niente di quel foglio vivo verrà lasciato non scritto. In fondo c'è una vita intera da segnare, in mille virgole e punti, le similitudini si sprecano quando c'è il signor amore di mezzo.
Lei voleva capire il senso di tutti quei silenzi, così tante volte ha detto: non è quello che credi. Ora che legge le frasi che lui le sta scrivendo addosso, capisce la trama del racconto che non ha una fine. E timidamente rovescia nell'orecchio dell'uomo dei sogni quella frase che nuoce se detta invano, recita più o meno così ssss..ssss..ssss e noi che non siamo lui non possiamo sentirla.
Lui deglutisce e nella gola sente scivolare un pezzo di vita che va nello stomaco dritta dritta. Inteso ha le parole dette in uno spiraglio che ora rimbomba come una porta che sbatte in una casa di cento stanze. Si prende quello che è suo, che da sempre gli appartiene, ora che sa che il diritto non è sempre un contratto scritto.
Così due vasi sbeccati ritrovano i cocchi dispersi che ognuno aveva attaccato maldestro alla propria falla, pensando che il liquido non uscisse. E dopo anni di perdite e di accomodamenti, ora le rotture diventeranno un tracciato per seguire la mappa. Quando una crepa si salda le due parti separate scompaiono e ne resta una sola.


26 marzo - The Fixer

Il mio lavoro consiste nell'aggiustare. Mi portano cose rotte, io le guardo, loro guardano me, come se qualcosa di rotto ci fosse in tutti e due. Io però non mi lamento e nessuno mi porta a riparare, si vede che la falla in me non si vede. Ma se mi scuoto, sento i pezzi in pezzi che sonagliano come coriandoli di vetro. Il mio andamento austero non pone però gli altri in stato di ascolto. Non mi agito in presenza di estranei così questo bel rumore di scomposto non è udibile a orecchio esterno. Osservo un silenzio piuttosto monacale, e questa mia vocazione è presa con rispetto e la giusta diffidenza. Io proteggo, consolo, sollevo, indico, preparo, rifletto, esplicito, presenzio. Posso anche rompere, tanto poi aggiusto. Le cose che mi portano sono tutte diverse. Per aggiustare non bisogna avere un metodo. Perché nulla è uguale a quello precedente né a quello successivo. So aggiustare proprio perché riconosco questa unicità delle cose. Le persone invece credono di essere esenti dalle rotture. Pensano che ciò che non va siano sempre le cose, fuori da loro. Così non cercano mai di essere aggiustate, ma mi portano le loro cose, quelle che credono rotte, perché io le aggiusti e così loro possano stare meglio. Una volta un uomo è venuto da me dicendomi di aggiustargli i sogni, perché aveva bisogno di sognare. È stato difficile aggiustargli i sogni, perché non li ho trovati. Quell'uomo mi portò una scatola dicendo che dentro c'erano i suoi sogni. Ma aprendola trovai solo un circo delle pulci. Forse un piccolo buco sul fondo e i sogni tutti persi per strada? Potevo dirglielo, ma lo avrei fatto soffrire. Così mi misi ad ammaestrare le pulci e a fargli vedere come le pulci saltassero in alto e nella ruota infuocata e in tripli salti mortali. Quando l'uomo smise di credere alle pulci ammaestrate, si accorse della scatola vuota di sogni e pianse di felicità perché capì che non aveva mai perso nulla.
Come dicevo non c'è un metodo nell'aggiustare. Forse l'unica cosa che serve è vedere le rotture. Perché incollare due cose sane è sempre una perdita di tempo.

Luna, sottile fessura nel cielo. Non riesco a vedere oltre di te. Il tuo biancore sembra una breccia nel buio mantato, attraverso cui guardare fuori. Oltre questo che conosco. Forse una scusa che giustifichi il mio stare a guardarti immobile, da ore. Anche se un moto leggero ce l'ho anch'io. Il tuo spostarti nel cielo mi obbliga ad aggiustamenti che mi rendano la visuale possibile. Sempre. Sto cercando di immaginare cosa c'è oltre questo tuo taglio. Non una cosa messa lì, dunque, ma un pezzo di cielo strappato che mi fa vedere oltre il sipario. Un altro cielo possibile.
In questo viaggio, di ritorno o di andata devo ancora deciderlo, quella fessura bianca mi segue. O meglio, io non la perdo di vista, controllo che ci sia sempre sul lato o sul fondo. Si è portata dietro un manto di stelle, lucenti a dismisura. Ho sempre usato questa volta celeste come collegamento. Penso che nella distanza solo lei possa tenerci la mano. Se ti chiedessi di reclinare il collo indietro fino a farti male e lasciarlo lì per qualche istante, ti potrei quasi guardare negli occhi. Pensi che il riflesso dell'iride non possa raggiungere le stelle e portarti fino a me? E me fino a te? È la soluzione più romantica che conosca per alleviare la distanza: vedere la stessa cosa nello stesso momento.
Questo esula dal mio mestiere di riparatore. Perché le cose distanti se sono rotte, così rimangono. Si pensa che la lontananza di spazio sia come la lontananza di tempo, che tutto passa. In realtà mentre la distanza si misura in chilometri, la separazione si misura in lacrime.
È che non ti chiedi mai come sto. Forse che la mia vita non sia reale per te? Eppure mi hai vista mangiare, dormire, ridere, parlare, inciampare, rialzarmi. Mi hai aspettato in strada, offerto da bere, portato un regalo. Però sono come un puzzle non finito, c'è sempre un tassello mancante che ti fa dire non è reale. Quindi giustifichi tutti i miei sbalzi di umore come di temperatura. Le mie assenze e le presenze straordinarie. Perché ormai sono un'apparizione, davanti alla quale ti inginocchi con sacrilega indifferenza.
Per sollevarti dall'incarico mi hai mandato da un medico sagace. Così lo credi tu, per il suo lungo curriculum di guaritore. Mi hai accompagnata anche, aspettando nel parcheggio che tornassi. Io che mi sono messa le scarpe coi tacchi per farti vedere che perseguo comunque un certo ordine delle cose. Con un corpo che è attraente scatola di Pandora, ma la tua curiosità non arriva fino al danno e io continuo a girare per il mondo con l'orrore dentro, ben sigillato. Ho una pillola rossa, una gialla, una quadrata bianca e una ovale, la più banale, da prendersi solo in caso di necessità. Lasciando a me il libero arbitrio sulla necessità del caso, non si può pensare che la scelta sia oggettiva. Perché io ho un certo interesse a far passare tutto sotto coperta.
Quindi quando le prendo tutte insieme, vengo sgridata al mio risveglio. E il non essere mai nel mio letto, mi fa capire che qualcuno si è disturbato a venirmi a cercare. Poi ritorno a casa a piedi, dopo aver firmato un foglio dove vieto di avvisare chiunque sulla mia ennesima visita a questo piano per pazzi. È che qui non sanno nulla della mia professione di riparatore. Non sanno che le cose che mi portano rotte, mi lasciano sotto pelle polveri sottili. Ormai so che dopo un tot di cose rotte, mi risveglierò in una di queste stanze mal pitturate e con una farfallina infilata nel braccio. Perché allora non smetto questo mestiere nocivo, non tutelato dai sindacati? Non lo so. Forse perché penso che la cosa che posso aggiustare per qualcun altro valga più di quello che si possa rompere in me. Del resto è un mestiere così raro il mio. Più nessuno lo vuole fare. Troppa pratica di ascolto e analisi e tempo da mettere a disposizione, senza che venga ben remunerato. Gli asceti la chiamano vocazione, gli illuminati pazzia. Ma che importa il nome, un nome è solo un nome e il fatto di ripeterlo non fa capire cosa sia.
Torno a casa nella luce del mattino, ho scarpe da ginnastica e un passo leggero. Io che non riesco a mettere ordine in due minuti della mia vita, ho un tavolo adombro di vite altrui da aggiustare. Da bravo artigiano torno a fare il mio mestiere, del resto anche il ciabattino ha le scarpe rotte.

Al mio risveglio sono ancora sulle scale. Sedersi sui gradini freddi è un altro modo per riflettere, i gradini sono no man land, terra di nessuno che indica un transito. Mi fa bene stare un po' qui. Così smetto di pensarmi importante per qualcuno e ritorno al mio ruolo di riparatore, senza storia. E mi posso concentrare, la visione dall'alto aiuta il distacco, l'analisi. Prendiamo le pillole con ordine oggi: la gialla, la rossa, la rotonda. Niente ovale bianco. Perché su questi gradini non si sta poi così male. E poi non voglio fare parte di niente. Aspetterò il sole che mi scaldi non solo le mani, ma anche il viso e i piedi. E forse alla fine capirò che un sogno è meglio di un desiderio, perché effimero e circostanziale.


25 marzo - La cura (parte seconda)

L’auto entra nel garage e il portellone si chiude automaticamente. L’uomo scarica dei sacchetti dal bagagliaio e li appoggia a terra vicino alla porta che da’ sulle scale, poi va dal cane. L’animale è ancora sdraiato ma quando lo sente arrivare, la coda batte ritmica sul tappeto, lenta e un po’ asincrona; è il segno che l’ha riconosciuto, che lo aspettava.
L’uomo apre a terra una nuova coperta, di quelle usa e getta per i lettini dei bambini, lava il cane con un detergente senza schiuma e poi lo solleva e lo appoggia sulla coperta linda. Il cane si lascia pulire, ha entrambi gli occhi chiusi, ogni tanto emette un rantolo soffocato quando l’uomo passa su parti del corpo dolenti. Il pelo lucido e curato è segno che non è un randagio anche se nessun collare o medaglietta danno indicazioni di appartenenza. Quando l’uomo finisce di medicare l’occhio chiuso, la sua mano passa davanti al muso e l’animale gliela lecca, la lingua molle e umida ringrazia della cura. L’uomo e il cane si guardano negli occhi per la seconda volta e tra di loro passa il silenzio compìto di chi ringrazia e di chi risponde ‘di niente’.
Il tappeto vecchio viene messo in un sacco dell’immondizia, insieme al cotone con cui è stato disinfettato l’occhio ancora chiuso e gli stracci per la pulizia. Il portello del garage viene aperto e il cane è inondato dalla luce bassa del vialetto, strizza l’occhio a fessura e sospira. Solleva un poco il muso, poi ritorna sulla copertina con i disegni di orsacchiotti azzurri.
Tutte le notti la sdraio viene aperta e sistemata vicino al giaciglio e la mattina ripiegata e appoggiata al muro. Tutte le notti l’uomo racconta un episodio al cane e poi magicamente si addormenta e si risveglia all’alba, quando la luce si infila sotto il garage attraverso il portello, mai chiuso del tutto. Tutte le notti il cane chiude gli occhi prima che l’uomo finisca di raccontare e li riapre prima che l’alba raggiunga il vialetto. L’uomo dorme, come non gli capitava da tempo, il cane guarisce e ricomincia a mangiare con appetito e a sollevarsi almeno fino a stare seduto.
Ogni notte l’uomo racconta un fatto accaduto nella sua infanzia o nell’adolescenza. Non parla mai della sua vita da adulto, come se non fosse di interesse nemmeno per lui. Finora ha raccontato di quando si era perso alla gita scolastica, aveva 7 anni ed era la prima volta che andava in una città; poi della sua vacanza al mare dove aveva baciato quella ragazza francese che portava l’apparecchio; e la sera prima aveva ricordato l’avventura con il cugino, in moto, dove aveva rimediato un braccio rotto e un mese di punizione chiuso in casa.

‘Ma da dove arrivi tu? Perché nessuno ti cerca? Eppure un padrone dovevi averlo, qualcuno che si prendesse cura di te, non eri certo un cane randagio, sei abituato alle carezze e lecchi per ringraziare. Però hai gli occhi troppo tristi per aspettare che qualcuno venga a riprenderti e nemmeno hai cercato di andartene da qui. Ho il presentimento che chi si occupava di te, ora non ci sia più. Forse non hai avuto un incidente perché stavi ritornando a casa, ma perché eri smarrito e ne stavi cercando una nuova..
Lo capisco.. anche a me è successo.
Io non volevo prenderti, quella sera, volevo lasciarti in mezzo alla strada, qualcuno più adatto di me c’era di sicuro. Ma poi il fatto che tu nemmeno mi abbia guardato o ti sia ribellato.. il tuo non chiedere niente mi ha fatto diventare compassionevole. Ho, per un istante, dimenticato i miei di problemi e ho guardato l’attimo dalla tua angolazione: una lunga striscia nera con una sottile riga bianca che andava a perdersi nel nulla. Anche io sono stato raccolto da terra, anche la mia era una strada asfaltata con una riga bianca, solo che io non ero solo, eravamo saltati in aria in tanti. Dal dehor del ristorante direttamente a faccia sull’asfalto, con un volo rovinoso in mezzo che però quasi nessuno ricorda. I grani del catrame conficcati nella pelle, quelli li ricordo bene, il bruciore è arrivato per primo a svegliarmi, poi il fuoco nello stomaco e infine il dolore agli arti, pesanti e immobili come macigni. La prima cosa che ho visto è stato il colore nero con una sottile riga bianca che si perdeva verso il fondo, ricordo di aver pensato a un quadro astratto che stavo osservando da troppo vicino. Non capivo il dove, il come. Le orecchie tumefatte, i suoni arrivavano ovattati. Chi, cosa, erano tutte variabili possibili. Sai perché le chiamano sirene quelle delle ambulanze o della polizia? Perché come il canto delle sirene ti stordiscono, ti riportano dal mondo incantato al reale e ti lasciano incredulo e incapace di reagire. Così quando mi hanno messo sulla barella, come te ho rantolato appena percettibile, ma io pensavo di gridare fortissimo il mio dolore.
Lo scoppio della bomba aveva distrutto il ristorante e mandato in frantumi tutti i vetri delle case che si affacciavano sulla piazza. Tanti, eravamo in tanti sbattuti ovunque, ma ognuno si sentiva solo, ognuno pensava come un uomo solo. La differenza tra chi soccorre e chi è soccorso sta proprio nel silenzio. Chi soccorre, parla, grida, è agile, ha una presa salda, uno sguardo energico. Chi è soccorso è muto, lento, immobile e spento. Anche se non è un ferito grave, anche se può camminare, parlare, muoversi, chi è soccorso è incredulo, è fuori gioco.
Sai, io non sono molto bravo a prendermi cura di me, così ho pensato di non essere adatto a prendermi cura di qualcun altro, anche semplicemente di un cane. Invece ce la stiamo cavando bene, entrambi. Che dici dormiamo? Tu lo stai facendo da un po’.. è giusto così ora, sei molto più stanco di me.’


24 marzo - La cura (parte prima)

Un uomo, al volante di un’auto piuttosto grande, guida veloce, l’asfalto corre senza intoppi sotto le ruote.
È troppo tardi perché ci sia traffico. Sta tornando a casa e ascolta alla radio le notizie del giorno che si è perso. Sequestrato dal lavoro non ha avuto il tempo per vivere anche la sua vita.
È una sera normale, e lui un po’ più stanco del solito.
Sulla strada buia, subito dopo una curva, l’uomo ha la prontezza di riflessi di frenare all’istante, la macchina inchioda portandogli il corpo in avanti, sospeso sulla cintura e poi schiacciato di nuovo al sedile. I fari dell’auto illuminano un qualcosa di immobile nel mezzo della carreggiata. Si ferma con l’auto a meno di cinque metri dall’ostacolo. Non sa se scendere. Lo coglie all’improvviso una sorta di paura che lo paralizza, dura il tempo di un pensiero, poi la curiosità gli fa aprire la portiera e scendere per vedere.
Mentre l’uomo si avvicina ne stima le dimensioni: più piccolo di un uomo, grande più o meno come una valigia da imbarco, sembra comunque un oggetto, quindi immobile. Quando la distanza tra l’occhio e l’ostacolo è meno di un metro, si svela l’arcano. È un cane, mezzo morto.
Dopo la scoperta, se ne torna in macchina. Chiude la portiera ma non accende il motore e non riparte. Resta immobile a guardare quell’ammasso grigiastro e informe in mezzo alla strada. Si ripete nella testa che è un cane, mezzo morto. Quindi ancora vivo.
Avvia l’auto e si muove in avanti. Si ferma a un metro dall’ostacolo, ora i fari illuminano bene il cane, il pelo ispido, le zampe ripiegate verso l’interno, occupa uno spazio sorprendentemente piccolo per un animale di quella taglia. L’uomo scende dall’auto, apre il bagagliaio e prende una coperta, poi si dirige verso il cane. Lo avvolge cercando di lasciargli fuori il muso per respirare, ma raccogliendo bene le zampe per fare meno fatica nel sollevarlo. Quando lo posa nel bagagliaio, il cane emette un rantolo esile, quasi impercepibile. Immagina che quel suono flebile, ora sia il guaito più lancinante che possa emettere questo animale ferito. Guida piano fino a casa, facendo attenzione a prendere le curve morbide perché il suo passeggero non venga sballottato nel bagagliaio da parte a parte.
Mentre il portello del garage si apre, l’uomo cerca un vecchio tappeto nella rimessa degli attrezzi e lo sistema sul lato sinistro lontano dalla porta che conduce alle scale. Poi entra con l’auto lasciando lo spazio per passare con l’animale, posa sul tappeto il cane ancora avvolto nella coperta e gli avvicina una ciotola d’acqua dove ha sciolto un’aspirina. Poi spegne le luci e chiude la porta dietro di sé.

È l’una e trentotto di notte. La porta delle scale si apre e nel garage entra la luce di una torcia. L’uomo in pigiama e ciabatte porta una ciotola per l’animale ferito: un wurstel tagliato a rondelle e del pane schiacciato nel latte. Posa la ciotola sul tappeto e osserva se il cane respira. La luce della torcia illumina la coperta che si solleva e si abbassa con molta fatica. L’animale è vivo ma non apre gli occhi e non avvicina il muso al cibo. La ciotola con l’acqua invece è finita. L’uomo la riempie con dell’altra fresca. Poi prende dallo scaffale una sdraio pieghevole, la apre e la sistema vicino al tappeto. Ci si siede sopra e si copre con un plaid.

L’uomo che soffre di insonnia ha dormito fino all’alba sulla sdraio di plastica. Si sveglia per un rumore ripetitivo, il cane sta mangiando il wurstel, un pezzo alla volta, lo toglie dalla ciotola e lo porta con la bocca sul tappeto, poi lo addenta e lo mastica a fatica. L’uomo e il cane si guardano negli occhi per la prima volta. Quelli dell’uomo sono marroni, stretti, un po’ inclinati agli angoli, verso il basso, con qualche ruga e fitte ciglia nere. Quelli del cane sono neri, grandi e rotondi, uno solo però si vede, l’altro non è aperto e il pelo intorno è bagnato e sembra appiccicoso. L’uomo resta immobile a guardare il cane che finisca il suo pasto, poi gli avvicina l’acqua e lui beve con la lingua pesante che si distende nella ciotola. L’uomo rimuove con cura la coperta e vede una delle zampe con una flessione innaturale. È sicuramente rotta, sembra quella di suo fratello quando era saltato giù dall’albero per non farsi prendere a guardare nel giardino del vicino, dove due ragazze stavano sdraiate al sole.
L’uomo cerca due bastoncini di legno, strappa un pezzo di stoffa da una vecchia camicia e recupera dal cassetto del nastro adesivo. Si avvicina al cane, gli fa annusare la mano e la lascia lì finche l’animale regola il respiro senza affanno. Poi lentamente gli prende la zampa rotta, la sistema tra i due pezzi di legno, la avvolge nella stoffa e poi ferma tutto con il nastro adesivo argento. Ora l’animale sembra abbia un arto bionico e l’uomo si risiede sulla sdraio perché il cane si abitui alla sua presenza e non ne abbia paura. Dal suo posto comincia a raccontare dove ha imparato a bloccare una frattura, anche se non gli era mai successo di farlo a un cane..
‘Quando ero un ragazzino i miei genitori mi mandavano a uno strano campeggio estivo. Trascorrevamo due settimane in una baita dove c’eravamo solo noi ragazzi, gli istruttori e la natura. Dovevamo imparare a ritrovare i sentieri, a orientarci in base agli elementi naturali: il sole, lo scorrere del ruscello, il muschio sui tronchi degli alberi che indica il nord. E poi se ti facevi male mentre eri in perlustrazione dovevi cavartela da solo o aiutare un tuo compagno ferito. Quali erbe erano disinfettanti, quali commestibili, quali velenose. Ricordo che durante quelle ronde in cui a turno cercavamo l’occorrente, tipo legna per il fuoco, cibo o acqua, la squadra parlava poco. Eravamo così attenti ai rumori della natura, che nessuno scambiava parole con gli altri. Poi di ritorno alla base ridevamo e facevamo degli scherzi in continuazione, ma durante la raccolta eravamo silenziosi, come gli animali del bosco..’
L’uomo racconta e il cane non muove nessuna parte del corpo, guarda con l’occhio aperto verso la sdraio. Il respiro è affaticato ma regolare e il corpo dell’animale è rilassato tanto da addormentarsi.
Quando il racconto finisce, l’uomo si alza dalla sdraio e lascia l’animale convalescente per andare al lavoro.
(fine prima parte)


23 marzo - La donna del lunedì


Comincio a sentire la tua mancanza. Così mi scrivi, ma puoi farlo? Mi sono svegliata era mattina presto. Fuori il lattiginoso colore della nebbia mi faceva capire il luogo dove ero. Ho sentito il mio corpo, l'ho pensato per te. L'ho accarezzato come se fosse tra le tue mani. Morbido e di spessore. Era quell'ora così presto del mattino che tu passi in veglia, forse anche tu guardavi un cielo bianco come quello che contornava la mia finestra. Le mie/tue mani sotto la maglietta carezzavano il tutto.. ho pensato che oggi era lunedì e tu mi avresti cercato, chiamato, scritto. Lo fai spesso il lunedì. Le amanti sono le donne della settimana, soprattutto del lunedì. Quando la routine ritorna nella vita, anche le amanti ritornano ai pensieri. Si sa che le amanti non sono donne del tempo libero, perché quello è un tempo che non sa trovare giustificazioni. Mentre se si lavora, c'è sempre un intoppo che possa portarci altrove da dove dovremmo essere, in un luogo inespresso e per cause di forza maggiore.
Ho imparato anche io a non aspettarmi nulla da te nel weekend. Non m riconosci, oltre a non volerti ricordare di me. Rifiuti anche qualsiasi invito formale per non ritrovarti nella stessa stanza dove possa esserci io. Stavo per dirtelo. Poi ho pensato che non ne valesse la pena. Oppure che mentre te lo dicevo avrei potuto singhiozzare inavvertitamente. Era da evitare. Dovevo, invece, usare questo tuo passo falso come altro piccolo particolare della tua nullezza. Mi piace inventare le parole per te. Piccoli aggettivi significativi che possano decorarti in modo unico. A forza di scivoloni che stai facendo tra poco sarai incoronato Signor Nullezza.
Le parole che io peso e valuto e seziono, tu le usi in modo così leggero.. Comincio, mi dici, comincio a sentire la tua mancanza. Comincio è un inizio. Significa che prima di ora non hai avuto tempo, modo, necessità di me? Accarezzarmi e pensarti è una punizione che ti voglio infliggere. Prova a sentire questa mancanza se ci riesci. La mancanza di questa pelle, di questa consistenza. Tra le labbra magari, prova a sentire come potrei mancarti tra le labbra.. Questa mattina dunque ti ho punito sulla fiducia, sapevo che mi avresti cercato. Era infatti lunedì..

Mi dici che sei nelle mai stessa città per lavoro. Ma che non hai tempo nemmeno per un saluto. Che vorresti dedicarmi un'ora intera, ma non avendola a disposizione non mi dai appuntamento nemmeno per cinque minuti. Non vuoi vedermi, ecco quello che penso. Ti fa male e te lo dico. Tu rispondi che un po' è vero, un po' ti fa male, ma c'è anche la voglia e non sai cosa scegliere. In realtà hai scelto per tutti e due. Non hai tempo e quindi non si può fare. Poi mi dici forse un saluto veloce alla stazione, il tempo di un caffè, ma il tutto è lontano dal nostro vedersi per parlare con calma.
Scelgo uno dei tanti luoghi di incontro sparsi tra queste rotaie. Più o meno tutte le persone come te si assomigliano in questo non luogo. Cappotto, completo scuro, scarpe lucide. Devo fare attenzione a non scambiarti per qualcun altro. Quando arrivi ordini un caffè e ti siedi a un tavolino con due sedie libere. Prendi il telefono senza fare nemmeno finta di aspettarmi.
Io rispondo, mi chiedi dove sei?
Io non rispondo.
Allenti la sciarpa con la mano, liberi un bottone del cappotto dalla sua asola.
Mi chiedi sei già arrivata?
Ti dico che ho risolto il problema.
Quale problema?
Di te che non vuoi vedermi mentre io lo volevo. Infatti ti sto osservando mentre liberi il collo dal caldo della tua sciarpa. Una lana morbidissima che ha attratto il tuo profumo nelle maglie strette. Io l'ho sentito il calore e il tuo odore, quando me l'hai messa al collo in un pomeriggio di neve. Avevo smesso di respirare l'aria rarefatta della piazza per filtrare l'ossigeno necessario attraverso quella maschera morbida che mi faceva godere del tuo profumo. Ricordo di aver infilato dentro anche le mani, le dita gelide a scaldarsi anch'esse di te. Ora il tuo movimento è goffo, non riesci a sfilare una parte con una mano sola, la lana fa attrito e il viso ti si tinge di porpora leggera.
Dove sei? Questa volta mentre lo chiedi ti alzi in piedi e la testa si gira veloce in diverse direzioni.
Io dico che non mi devi cercare perché non mi vuoi vedere e quindi il problema non si pone.
Ti risiedi e la testa si abbassa, appoggi il gomito sul tavolo metallico.
Questa conversazione è assurda.. lo dici con tono serio.
Io non rispondo.
..è indecente, aggiungi, più serio, se possibile.
Io non rispondo.
Ti prego, vieni qui. Voglio vederti, ho bisogno di toccarti.. non lasciarmi da solo..
Ti sto adorando, come puoi pensare di essere solo? Quante persone hanno questo privilegio, qui, ora?
Mi ricordo quando ti ho annodato la sciarpa intorno al collo, mi hai guardato con gli occhi sbarrati per un tempo lunghissimo, ero in un imbarazzo folle.. sono scappato dal tuo sguardo esplicito. Voglio guardarti negli occhi, adesso. Mi accorgo che mi mancano anche i tuoi occhi, anche se li immagino spesso. Vieni qui da me.
Dici questo tutto in un fiato, la voce sottile.
Il silenzio che lascio passare è lungo e si riempie delle parole metalliche dell'altoparlante: annunciano il treno delle 16.10 per una città che amiamo entrambi. Ti chiedo se ti piacerebbe salirci.
Tu dici sì.
Ti dico corri allora, dico corriamo.
E tu annuisci, ma il tuo corpo non ha moto a luogo. Sorridi a una piccola sciocchezza, come se l'avessi detta. Io però su questo treno ci salirò davvero. Devi correre se vuoi venire, carrozza 4 posto 56. Ti lascio con il vuoto nelle orecchie. Mentre salgo le scale mobili ho ancora l'ultima visione della tua schiena ricurva sul tavolo. La testa affossata nel petto. Ti lascio alle spalle e sento che l'ultimo annuncio ti logorerà i timpani, come il canto di una sirena che prima di scomparire tra i flutti lascerà il marinaio avvilito e sordo perché non ha saputo scegliere.


22 marzo - Il taglio

Un raggio entra obliquo dall'apertura del tetto. Ho una finestra sopra la toilette, la luce precipita sempre sul pavimento, ma ora è nel lavello, come una pozza di acqua stagnante. E nella ceramica smaltata c'è l'ombra della mia testa. Capelli, fini, lunghi. Che voglio tagliare perché tu non mi rispondi.
Nelle mani pesano. Sono di metallo, e luccicano nell'ultimo riverbero del giorno. Ho preso le forbici dal cassetto della cucina, le tengo nello scomparto dei coltelli, sono forbici troppo affilate per tagliare i contenitori di plastica, come i sacchetti delle patatine o della pasta. Forbici che non uso mai, di cui non ho dimestichezza. Ora luccicano vicino al mio cranio, lo immagino imberbe, con questi peli sottili che si rincorrono a diverse lunghezze. Voglio ferire la mia capigliatura perché so quanto ti piaccia così lunga. Penso che di me tu possa vedere la femminilità lanciarsi lungo le ciocche, come su uno scivolo lucido e liscio. Ora voglio accorciare, le distanze, le lunghezze. Per assomigliare di meno, il meno possibile a qualcosa che tu possa trovare femminile e desiderabile.
Ho sempre usato i capelli come specchio della forza interiore. Sottili, radi, lisci, non potevano fungere da attrattiva, così mi alleavo con loro per la leggerezza, l'irrimediabile compostezza dell'essere. Tu ci vedi un femmineo che ho colorato a forza di rinunce. La mia seduzione sta nello sguardo e nelle parole, il resto è da sempre un contorno.
Ti chiedo di Platone, quanto mi dai di ragione di desiderio di volontà. La tua risposta è precisa, è banalmente circostanziale. Ipotizzi un altro elemento che non sai nominare. Forse io posseggo dell'altro, forse il Filosofo con me si è sbagliato.
Posso gestire la casualità di un evento, così studio il mio viso che ora è incorniciato da una lunga frangia e da capelli scuri che arrivano alle spalle. Con le braccia conserte misuro le lunghezze, gli occhi percorrono dalla radice alla punta il taglio immaginario che potrebbero attuare. Perché il cambiamento è sinonimo di svolta, di qualcosa che viene rinnegato e poi immolato a ragione. La fine del processo è una bella sensazione di rinascita. Alla fine stiamo sempre bene. La diversità ci appaga.
Così le ciocche si sfilano, le lunghezze precipitano nella ceramica come caduti su un campo innevato. E sono netti, composti nella loro casualità. C'è rispetto per la stasi, per l'immobile posizione. Il taglio è qualcosa che richiede una decisione, in effetti dovrà passare del tempo prima che il tutto ricresca e possa essere reciso di nuovo.
Quando i cambiamenti impongono un respiro, un silenzio, hanno un peso diverso. Quasi religioso, la compostezza che ha il corpo dopo che si è fatta la scelta.
In effetti, di continuo, io scelgo te. E come una monaca mi taglio la chioma per modestia, perché nessun altro possa godere del me. Chino il capo alla solerzia che hai dimostrato, alla perseveranza. Nessuno mi ha mai amata con così tanto silenzio e così da lontano. Ed io come una vestale custodisco il tuo segreto, e lodo le tue fattezze di dio umano e allegorico, di razio e desio. I miei capelli che sistemi sempre, che ti fai passare tra le dita, ti piace mettere ordine nella mia testa e cominci proprio dal fuori, con carezze delicate. Mi tocchi sempre i capelli come si fa ai bambini, un buffetto spigliato e affettuoso, come a dire, sei bella comunque sia.
La prima ciocca cade fluttuante, le altre seguono con meno interesse. Il bianco si tinge di scuro, l'acqua impasta i fili sottili che raccolgo a chiusura del tutto. Ora le mani passano tra i molli bruni residui. È la testa di un ragazzino che leggero di sole vuole uscire a giocare. Ho abbattuto il femmineo perché tu non avessi più scuse. Ora l'amore che provi dovrà trovare giustificati altrove. Ho tagliato di me il superfluo, l'esponenziale, perché quello che sta sopra le parentesi assume cattive abitudini. E così quanto ti vedrò di nuovo sarò più semplice, più lineare. Il mio sguardo non avrà dove nascondersi, e se vorrai toccarmi di nuovo i capelli, sarà per stupore. Ho tolto la seduzione per metterti alla prova. E per dare a me una via di fuga.

Ricevo una foto e la guardo più volte, riconosco il numero ma non la figura. Poi capisco cosa si è fatta. Cosa mi ha fatto. Mi arrabbio e poi mi commuovo. Vorrei chiederle il perché, ma so che lei vuole sia io a capirlo. Sarò breve, il mio amore ha tagliato i capelli. E questo mi ha ferito lo sguardo, perché quei molli fili di seta le danzavano intorno agli occhi e li coprivano come un sipario, lasciando a me il tempo di nascondermi. A volte li scostavo per chiarezza, ma spesso lasciavo che mi proteggessero dal me che lei si era presa in ostaggio. Così avevo bisogno di quell'evasione possibile, fatta del rimpianto e del non detto.
Ora è una donna che assomiglia a un uomo, asciutto e cortese. E in questo taglio irrazionale trovo la sua fuga da me. Troppo palesemente le ho manifestato l'erotico, il mio sogno su di lei. Capisco che ha dovuto difendersi. Da se stessa, dalla voglia che aveva di dirmi di sì. È una donna austera, che non si inoltra nel desiderio senza prima costruire argini emotivi. Se si concede è per il tutto, se si abbandona è per il futuro anteriore. Io da parte mia le ho aperto casa, ma senza darle le chiavi. Così, nel suo ruolo di intrusa lei si difende dal bene che potrebbe volermi. Con false dichiarazioni e con silenzi prolungati. Diventa donna del distacco che non tradisce emozioni. Io poco indago, non voglio sapere: l'ignoranza emotiva mi si addice. Sono un essere troppo vendibile, le pubblicità mi fanno loro con qualche famiglia felice che inzuppa i biscotti in grandi tazze piene di latte. Vorrei la perfezione a volte, anche solo mediatica. Qualcosa di semplice in cui credere, qualcosa di compiuto da raccontare. Così accolgo il suo taglio come una dichiarazione d'indipendenza.
E la prossima volta che la vedrò le prenderò la testa con entrambe le mani, le annuserò i capelli, le bacerò la fronte, gli occhi, le labbra. Per farle capire che non ha funzionato.


21 marzo - La panchina

La via è lontana, un'imboccatura stretta che l'occhio non riesce a dimensionare. Il corpo barcolla, i muscoli sono nell'incerto stato di attacca o fuggi. Focalizzare, attendere che un piccolo punto lontano diventi riconoscibile, così che questa onda anomala passi e il cuore ritorni a cuccia. Sono seduta su una panchina, il sole a picco sulla fronte, occhiali scuri che proteggono il dentro dal fuori mentre il corpo si scuote in un silenzioso attacco di panico. Il terzo questa settimana. E siamo solo a martedì. L'adrenalina è libera di scegliere la via, come un dittatore in una piazza tiene sotto scacco tutta la platea, così il panico ha il dominio incontrastato su tutto il mio corpo, nessun muscolo escluso. Ho provato a distrarmi, leggere qualcosa, ma questa stupida borsa troppo grande fagocita ogni cosa. Impossibile trovare un libro nelle sue viscere quando le mani sembrano polipi in mare aperto. Così seduta composta, cerco almeno di evitare la caduta rovinosa del mio corpo sul porfido. Conto i cubetti tra i miei piedi, do a ognuno una dimensione in centimetri, poi in millimetri, poi in metri per tenere accese le sinapsi, per tenermi ancorata alla vita che in questi 8 minuti vuole andare altrove da me. Tanto non muoio, se sto seduta e non cerco di attraversare la strada o di buttarmi nel lago, non morirò. Non per questo DAP che letteralmente è solo una comunicazione sbagliata tra corsie del cervello, un errore di burocrazia mentale. Intanto intorno le cose accadono, passa una gonna lunga da cui sporgono sandali con un fiore rosso, il bordo di una ventiquattrore che sbatte su un pantalone di lino scuro, gambe nude di bambina gambe nude di madre con orsacchiotto trascinato stanco per un'estremità pelosa. Pausa. Un gatto grigio, striato, passo molliccio. Pausa. Gambe di donna anziana in collant color moka, sandali ortopedici, sporta semivuota che batte sulle caviglie. Pausa. Ancora donna anziana, la pausa è stata più nebbia nella visione che assenza di cose. Ora chiudo gli occhi perché due onde impetuose si sono allargate sulla retina e attaccando la diga hanno straripato acqua oltre le palpebre abbassate. Le lacrime mi bagnano tutte le guance, ed è buffo come io ora non senta alcun dolore, solo il fresco di questo rigagnolo che finisce sulla pelle delle mie gambe, oltre il jeans scolorito. Pausa lunga.

Esco dal budello e il sole di mezzogiorno mi restringe la pupilla a uno spillo. Questa piazzetta è piccola e assolata, pochi passanti perché quasi non ci sono panchine all'ombra, ma lei mi da sempre appuntamento qui. Gli occhi si sono adattati alla luce e riconosco la sua sagoma. È seduta su una panchina, ma con il corpo così rigido da trasmettere scomodità a chi guarda. Mi avvicino e non la chiamo. La osservo, da in piedi, non troppo vicino. Ha gli occhiali scuri ma indovino il suo sguardo posato oltre i passanti, che raggiunge il lago.
La conosco da che eravamo bambini e in questo lago ci facevamo il bagno nei mesi estivi. Una marmaglia di ragazzini che raggiungevano la spiaggia attraverso il bosco, ognuno con il proprio asciugamano e i viveri per la merenda. Lei arrivava sempre con un libro, un taccuino e la matita infilata nei capelli a tenerli raccolti. E poi rubava qualcosa da mangiare a ognuno di noi dopo il bagno. In acqua ci andavamo poco, solo quando il caldo si faceva feroce, e ci andavamo solo a nuotare. Sempre una gara a chi arrivava prima alla boa e tornava indietro. Lei era veloce ma non mi ha mai battuto, ho sempre pensato che rallentasse quando mi vedeva arrivare, perché nessuno mi prendesse in giro per essere stato superato da una ragazza. Sto cercando di ricordare per quante estati, prima che lei non venisse più: tutte le medie, e le superiori. No, l’anno della maturità lei non c’era. Era l’anno in cui successe il fatto per cui lei se ne andò via.
Io ho viaggiato per vent’anni indietro nel tempo e lei ancora non ha cambiato posizione su questa panchina, la schiena dritta, le mani nascoste l’una nell’altra. Mi avvicino per chiamarla e vedo una lacrima che precipita dalla sua guancia fino sul jeans, allargandosi in una macchia scura. Non so cosa fare, io non sono bravo con le lacrime, mi mettono a disagio e le sue in particolare mi imbarazzano. Non l’ho mai vista piangere. Sto ripensando a tutto il tempo trascorso insieme, possibile che io non l’abbia mai vista piangere? Eppure non ne ho memoria, scorro veloce le immagini, ma mi ricordo solo momenti felici o neutri. E quando successe il fatto, lei non versò una lacrima, questo è memoria di tutti.
Il suo modo di piangere è singolare, non ha nessuna smorfia del viso, semplicemente le lacrime scorrono sulle guance e poi precipitano. Non ha singhiozzi o altri movimenti del corpo. Sembra una statua sul cui viso liscio e immutabile scivola del liquido trasparente, come una Madonna che faccia il miracolo e dai cui occhi di vetro compaiono le lacrime.
Le sono seduta accanto che nemmeno me ne accorgo. Guardo dritto al lago, come lei. Anche il mio corpo è composto su questa panchina, anche io sono in silenzio. Aspettiamo semplicemente che il tempo passi, questo tempo che ora non è nemmeno imbarazzo, ma solo una lunga pausa senza parole.
Sale una leggera brezza che le asciuga le guance, anche i cerchi scuri sui jeans si disperdono. Non c’è più traccia alcuna del suo pianto e lei si può girare verso di me e salutarmi come se fossi appena arrivato. Il suo sorriso lo riconosco, è quello di sempre, leggero all’inizio, poi si allarga e crea due fossette ai lati e rimpicciolisce gli occhi a fessura.
Io appoggio la schiena al legno rigido e penso che il lago da qui è proprio bello, incrocio le mani alla nuca e stendo le gambe, mi rilasso e chiudo gli occhi. Aspetto che la sua voce ritorni a dirmi qualcosa, ma senza fretta. Mi godo il suo silenzio e il nostro lago nel quale tanti anni prima abbiamo affondato il suo segreto. Questa volta però lei non scapperà di nuovo, questa volta l’aiuterò a non avere paura.


20 marzo - Le imperfezioni

Mi chiamo Ada. Non pronuncio il mio nome da così tanto tempo che ne avevo perduto il suono. È un nome breve ma largo, fatto da vocali generose e ripetitive. Il mio nome mi rispecchia, io mi ci ritrovo: lo puoi leggere avanti o indietro e non cambia. Sempre io sono.
Mi chiamo Ada e dovrei ricordarmi qualcosa di me. Quei dettagli piccoli che fanno inciampare e cambiano il tempo a venire. Come quando perdi il treno per un semaforo rosso e tutta la giornata è da reinventare. Potrei spiegarmi le coincidenze che hanno portato a incontri improvvisi e che si sono poi rivelati fondanti per il resto dell’esistenza.
Mi chiamo Ada e vorrei conversare con il signor Destino, chiedergli quanto si è divertito con me o se gli sono venuta a noia con la mia incapacità di seguire uno schema. Penso che il suo disordine sulle cose del mondo sia una creazione perfetta, fatta di ricorsi e di nuovo, di dolce e improvviso che crea un perenne stato di incertezza. Come il colibrì cambia con costanza la direzione e si muove in volo asincrono, avanti e indietro come solo gli insetti sanno fare, così io l’attimo lo cerco e lo rinnego, con devozione e quasi isteria. Ma tant’è che come è il mio nome, anche io non cambio, se ritorno sui miei passi, ripercorro comunque e sempre gli stessi.
Mi chiamo Ada e amo guardare il sole con la carta rossa delle caramelle Rossana. Lo faccio fin da bambina quando mia nonna mi portava alla messa della domenica pomeriggio e poi mi dava una caramella tornando verso casa. Solo se starai buona in chiesa, ti darò un bonbon. Bugia. Mi dava comunque la caramella anche se mi ero addormentata con la testa sul banco o avevo cambiato i nomi ai santi. Mia nonna forse non lo sapeva, ma mi stava creando un ricordo con quel colore rosso e quel sapore dolcissimo di zucchero e crema che esplodeva in bocca, dopo che l’involucro duro andava in frantumi.. Il ricordo di qualcuno che mi avrebbe amato nonostante tutto.
Mi chiamo Ada ma il mio nomignolo è Ninin, me lo ha dato mio nonno perché gli altri nipoti li chiamava tutti Nini, ma io ero la più piccola e sono diventata Ninin che ai suoi orecchi suonava come un vezzeggiativo. Ora quando uno cresce con un nome e un nomignolo palindromi, non può certo capire che la vita è in un solo senso e che va solo avanti. Chi è abituato a sentirsi uguale sia andando da sinistra a destra come al contrario, ha difficoltà a seguire una direzione. A volte va verso la luce, ma spesso si ferma a vedere le ombre e torna indietro per raccoglierle.
Mi chiamo Ada e so stare in equilibrio su un piede solo per molto tempo. Me lo ha insegnato la mia maestra di danza, una donna secca secca che si faceva una crocchia con i capelli argentei e poi la fermava con uno spillone color oro. Era una donna severa e dispotica, ma da lei ho appreso il rigore del corpo, e che la fatica fa bene allo spirito. Con una calzamaglia che ti faceva impazzire di prurito alle gambe e un body nero che il mio corpo informe e scheletrico non riempiva, passavo l’ora di lezione obbligata in esercizi ripetitivi e faticosissimi. E il tutto era molto lontano dall’immagine leggiadra della ballerina che, sulle punte e con il sorriso in viso, piroetta per tutto il palcoscenico. Tutte noi allieve eravamo costrette davanti allo specchio a vedere i nostri corpi sgraziati che cercavano di riprodurre pose impossibili. La gamba non era mai abbastanza in alto o abbastanza tesa. Il piede mai a sufficienza ruotato e le braccia sempre troppo rigide. La vecchia con la crocchia voleva che la chiamassimo signora Mimì e accennava gli esercizi da seduta, pronunciando i nomi di ogni passo e le volte che dovevamo rifarlo: 1 plié, 2 grandplié, 2 relevé e 4 tandù davanti, 4 rondejambe e 8 ronde aller, ... Io non ho mai ricordato un solo nome e mi riducevo a copiare l’intero esercizio dalle mie compagne, per questo non potevo mai stare in testa o in coda alla sbarra, perché quando ci si girava per ripetere l’esercizio io sarei rimasta sola, con una poltiglia di nomi francesi nella testa. La signora Mimì mi ha insegnato la fatica, quella che ti fa venire da piangere perché senti che non ce la farai a finire, perché i piedi ti sanguinano e le energie non ti basteranno per arrivare fino in fondo. Ma non ti puoi lamentare e non puoi smettere, devi ballare finché la musica non finisce. Ho imparato che se fai fatica, quella vera, non ti puoi anche lamentare, perché non hai il fiato necessario per farlo. E così ora sono diventata una donna che sa stare immobile, in silenzio per un tempo lunghissimo, che sa ascoltare il corpo che duole senza lamentarsi, una donna che sa stare in disequilibrio perché sa all’occorrenza dove ritrovare il centro.
Mi chiamo Ada e mi piace giocare con le parole, farle scivolare fuori dalla mente oltre le mie dita. Disegnarle sul foglio in lettere arzigogolate, in sfumature così sofisticate che quasi non si riconoscono. Mi piace giocare con i suoni e sezionare i significati, lasciare che la mente vaghi senza una meta, mettere in fila parole anche senza una frase. E non sempre la gente capisce quello che sto per dire, gli sguardi su di me sono spesso confusi. Così quando rido a una frase palindroma, come ‘ero maniaca in amore’, le persone non si accorgono che su queste lettere possono anche tornare indietro e il tutto funziona, perfettamente. Pensano solo che io sia davvero una maniaca.. come in effetti è. Ma non riesco a spaventarmi della differenza, di quella che c’è tra me e gli altri, sono troppo curiosa delle dissimilitudini per averne anche paura. E poi io..maniaca si, ma in amore difficile. Non si può essere maniacali con qualcosa che non si pratica.
Sapete..io gli ho chiesto più volte cosa volesse da me. Così, per capire. Non per curiosità, ma per conoscere i suoi piani. Ma lui sembrava solo affascinato da tutte le mie imperfezioni, come uno studioso che analizza una specie rara. Forse mi stava intorno solo perché le mie stravaganze lo rallegravano, lo distraevano dal mondo reale. Forse io reale per lui non lo sono mai stata. Infatti preferiva non vedermi, ma telefonarmi o scrivermi, lunghissime conversazioni a chilometri di distanza. Gli ero grata all’inizio perché lui non vedeva in me problematiche ma solo caratteristiche rare, ipotesi di meraviglia, tesori da ammirare e proteggere. Per lui ero bella, spesso bellissima, una principessa, un poeta, permalosa, fragile, sensibile, sconnessa dal mondo reale, piena di domande, silenziosa, timida, sincera, con una risata rumorosa, insonne, austera. Per lui io ero l’insieme perfetto di queste imperfezioni. E potevo essere così imperfetta perché tanto non ero reale, nel senso che non mi scontravo davvero con la sua vita. Così anche quando sono tornata indietro per vedere cosa di me avesse tenuto, ho capito che non aveva conservato niente, come si fa per le nuvole a cui si danno forme antropomorfe. Io ero solo una tesi in un problema matematico, e le mie imperfezioni le diverse ipotesi.
Il mio nome è Ada, e la temo come tale.


19 marzo - Slowly

Amami slowly che fuori è l’inferno. Le bombe cadono e noi non possiamo parlare. Fuori da qui siamo colpevoli di non aver seguito il comune destino. Toccami il fondo, prendimi il vuoto che il cuore ha costruito come staccionata. Per sapere, per volere, sii tu il guardiano. Ascoltami, aspettami. Gli altri sono partiti, noi soli abbiamo deciso di restare. Abbracciati. Soffocati dalla fuliggine dei crateri che si aprono al nostro passaggio. Non usciamo allo scoperto. Troppo rischioso essere qualcosa senza un’autorizzazione.
Slowly le tue carezze, slowly anche i pensieri, che il noi non si consumi con il passare di questo tempo sospeso.
In attesa, siamo nudi uno davanti all’altro. Mi conti le ossa, io le ferite. Cerco di ricucire quelle di superficie con piccoli baci ammorbiditi di lacrime. Mi porto avanti con il disfacimento di te. Per quando non ci sarai più, per quando dovesse accadere. Cadranno le bombe anche dentro, ci staneranno come conigli che hanno una sola via d’uscita. Almeno chiedo addormentati, che il sonno ci abbia fatto suo.
Come una coroncina di alloro, la testa ho cerchiato con i miei capelli, il tuo sapere e la memoria. Tutto custodisco sotto trecce che faccio e disfo di continuo, perché il tempo passi ma anche ritorni. Canta per me piano, recitami una canzone che sappia di inverno, così che il freddo che provo sia giustificato. Mangiamo cose che non hanno sapore, le condiamo con la memoria, perché non ci portino via anche i ricordi. Abbiamo perduto lo svago, la soddisfazione dell’abbondanza, la possibilità della rinuncia.
Portami la voce nelle viscere, falle muovere come marionette legate dal filo dell'abbandono affinché il passo sia saldo in questa avanzata che non si muove. Oltre i vetri anneriti le voci sono restie, i bisbigli sono cheti, affilati gli ordini che risuonano in lingua straniera. Chi si muove ha un passo cadenzato, di una ritmica grottesca e affaccendata.
Guardami molle, gli occhi immersi nel sonno che è una dimenticanza. Se provo brividi è perché puoi ancora toccare di me parti vive che resistono all’oblio.
La tua schiena è una curva docile, il tuo viso una sfumatura plumbea. Potessi portarti con me ovunque andrò, quando la separazione sarà cosa fatta. Potessimo almeno decidere il quando e il come. Invece sarà un assalto, e noi non cercheremo di difenderci. Continuerò a guardarti anche allora, mentre qualcuno verrà a dividere i nostri corpi? Cercherò, lo spero, di trattenere il tuo odore nei palmi chiusi, il tuo respiro lo nasconderò sotto la lingua. Ingoiando un po’ del tuo fiato sarai con me ovunque.
Raccontami dolce, che la tua voce viaggi piano e ci metta tempo a sprofondare nelle viscere. Lascia che io mandi a memoria le sillabe, la confezione delle parole che tu leghi con nastri di giuramento.
Usciamo di notte, quando le voci sono spente e i lampioni muti. Usciamo a prendere l’aria che resta, in una piccola fila indiana composta da me e te, così stretti, così a ridosso di noi stessi che ci confondiamo come un’unica ombra dimenticata al suolo.
Raccoglimi le mani, che si perdono per strada. È quasi facile amarsi in stato d’urgenza. Ogni istante come l’ultimo, ogni respiro rubato. Ecco cosa facciamo, siamo ladri. Di cose preziose ne abbiamo più poche, ma solide, ne riconosciamo il valore. Ricordi la nostra amica che confezionava torte di glassa? Ora potrei piangere di gratitudine nel vederne una in una vetrina, nel vedere una vetrina che non sia infranta. Potrei specchiarmi e, indicandolo, riconoscere il tuo amore al quale hanno tagliato i capelli.
Camminami piano accanto, che i rumori vanno dispersi. Confusi con la finta quiete prima della tempesta. Di altri non abbiamo sentore, perso le tracce.
L’odore anteposto della pioggia ci affina il palato. Deglutiamo la paura di essere scoperti, della divisione. Penso che mi mancherà il tocco più di tutto. Dei sensi il più lineare, perché si spande nel corpo rapido unendo tutti i punti. È persistente ma così labile se non rinnovato. E mi sorprende sempre il tuo tocco, trattenuto ogni volta. Non potrò portarlo alla nostra separazione. Resterà tuo, a me solo il fine.
Sognami. Io l’ho fatto e mi rinnegavi: hai venduto cara la pelle, ti è costata tutto il tuo amore. Attendevamo il buio, come tutti i giorni, quando sono usciti dal pavimento come talpe cieche con elmetti. Tu mi hai consegnato dicendo io non volevo. E così mentre mi prendevano, tu lasciavi che ti ripulissero e ti vestissero come si fa con un cavaliere.
I nostri sogni sono complementari e noi siamo spesso accondiscendenti.
Amami slowly che dentro è l’inferno. La paura si arrocca nel glottide e scandisce i rumori. Amami piano che è l’ultimo volo, senza ascensione. È che mi sono separata dal resto per vedere cos’è che mi tiene legata stretta. A te mancano le parole, solo sguardi disperati di chi non sente altri rumori. Pensi che io capisca, che se scelgo un finale diverso tutto si sistemerà. Così lavata la coscienza ritorneremo candidi figli di un tempo nuovo. E passeggeremo nel meriggio, raccontando ai passanti di noi. Solo allora la nostra storia avrà fine, nella possibilità di un domani si consumerà il pronome noi come una scintilla. E ci allontaneremo volontari. E sarà per sempre. Per questo posso amarti in questo stato di assedio, nella precarietà dell’attimo, finché continueremo a essere fuggitivi.
Slowly i pensieri, slowly le azioni.
Siamo degli invisibili che cercano le ultime pozze di buio nella città deserta.


18 marzo - Sisters

La chiamo. È più giovane di me ma tutti la scambiano per la sorella maggiore. Sento che il suo respiro è affaticato, ma sono certa che non stia né correndo né facendo le scale.. È proprio il suo cuore che corre, a inseguire l'ossigeno per cibarsene. Sento intorno a lei il silenzio ovattato di una stanza chiusa. Come se si fosse infilata ermetica in un barattolo e avesse creato il sottovuoto.
Dove sei è la prima domanda, cosa fai la seconda. È sempre così tra noi. Non ci siamo mai chieste come stiamo, abbiamo tutta la conversazione per capirlo. La chiamo perché sento che ha bisogno. Tanti piccoli segnali mi fanno pensare che la sua mente se n'è andata per un po' altrove. Scrive messaggi sgrammaticati, confonde i nomi delle persone e si è dimenticata l'anniversario di mamma. Questo è l'evento grave, mai accaduto.
Ogni anno, da quando non viviamo più insieme, io e mia sorella abbiamo giurato di far avere a nostra madre un fiore, nell'anniversario della sua morte, indipendentemente in quale parte del mondo saremmo state. Per la prima volta il suo fiore non c'era. Me l'ha detto lei stessa, stupita della dimenticanza. Non ha cercato di giustificarsi, era troppo dispiaciuta per farlo. Questo rituale lo aveva architettato lei l'anno dopo la scomparsa di nostra madre. Allora eravamo bambine e portavamo di persona fiori freschi presi dai campi e corredati da un disegno. Col passare degli anni i suoi fiori sono giunti da tutte le parti del mondo, sempre puntuali, sempre bianchi. Io pensai semplicemente che fosse venuto il momento di smettere questo cerimoniale, che avevamo elaborato il lutto a sufficienza e che nostra madre ora riposava in pace e noi potevamo finalmente dimenticare quel giorno in cui se ne andò con una manciata di pillole.
Mignon ha cominciato a invecchiare quel giorno, più rapidamente e con maggior coscienza di me.
Mignon..nostra madre la chiamava così, perché la sua statura era tipica della famiglia paterna, minuta e fragile, Lei che invece era una donna robusta e florida.. chissà forse pensava che quel corpo solido non sarebbe stato abbattuto da delle piccole palline bianche. Da quel giorno il corpo di Mignon divenne di vetro: andava in frantumi per un raffreddore e non fece mai pace con un peso normale. Dopo la morte di nostra madre noi rimanemmo con la nonna paterna. E tutto andò bene, anche se il nostro concetto di bene era un vizio di forma. Nostro padre transitava da casa a ogni ritorno da un viaggio e ci portava un regalo e una carezza sulla testa. Affettuoso a suo modo. Un microscopico affetto che due bambine dovevano farsi bastare. Così non fu difficile in poco tempo farne anche senza. Abbiamo imparato presto a fare senza di tante cose. A volte le persone ti stanno vicino per quella strana morbosità dettata dal tuo silenzio. Non è sindrome da crocerossine o desiderio inespresso di maternità. È proprio che godono nel vederti accartocciato su te stesso. Io e Mignon abbiamo smesso presto anche questo.
Solo lei sapeva come stavo. Solo io sapevo come stava lei.

Rispondo. Tanto so già perché mi chiama. È lei la sorella maggiore, ma sembra la più giovane. Quel bel viso rotondo esprime gioia e serenità e la gente le si avvicina speranzosa di trovare una calda accoglienza.
Sbagliato. Mia sorella è anaffettiva. Tranne che con me. Con me non potrebbe.
Mi chiama perché ha riconosciuto i sintomi, le mie dimenticanze. Mademoiselle mi chiama nella pausa pranzo, avrà mandato la sua segretaria stamattina a prendere un equilibrato lunch box che poi lei avrà sbilanciato con un Martini. Mademoiselle era il nomignolo che le dava nostra madre perché lei era una reginetta, non faceva mai una commissione o un lavoro in casa, sempre sicura che qualcuno avrebbe fatto fatica per lei. E così è diventata una donna di successo in un’azienda di successo, facendo fare agli altri il lavoro pratico.
Mademoiselle decide. Lo ha sempre fatto. Sa fare le scelte, le più ostiche, nei momenti più critici. La sua mente si accende davanti a un problema, diventa razionale e folle insieme, e ne scaturisce sempre la risoluzione la più magistrale possibile. Così al funerale di nostra madre.. io piangevo e lei raccoglieva informazioni per come sopravvivere al dopo.
Mademoiselle non piange, lei analizza, racchiude l’empatia in un baccello che poi sgrana al momento opportuno per intenerire gli altri a suo uso e consumo. Mia sorella ha sempre uno scopo, non inizia azione senza saperne il perché e soprattutto se ne uscirà vincitrice e indenne. Per questo lei lavora sempre, perché è un’attività che può controllare, anche se piena di imprevisti, lei può prendere delle decisioni anche se irrazionali a volte o improvvise, ma sempre scelte legate a numeri, comportamenti e azioni che in qualche modo riesce a prevedere e anticipare. E il suo essere anaffettiva le è di grande aiuto nella risoluzione della casistica disperata. Mademoiselle si interessa solo di me, io sono il suo punto debole, il suo cuore fuori dall’armatura, il calcagno che se trafitto le farà perdere lucidità e giudizio.
Una volta sola è accaduto, quando alle superiori un ragazzo più grande cercò di prendersi da me qualcosa senza permesso e senza gentilezza alcuna. Io riuscì a scappare e quando lo dissi a mia sorella, vidi in lei una trasformazione. La sua naturale leggerezza e strafottenza mutarono in rabbia e determinazione. Al ragazzo successe qualcosa di tremendo, ma nessuno ne parlò mai, perché bene bene non c’era persona che conoscesse davvero tutti i fatti. Tranne Mademoiselle, e lei era come se avesse chiuso quella sera nel vaso di Pandora, insieme ai demoni e, niente e nessuno l’avrebbe mai convinta a lasciar fuggire nemmeno uno spiraglio di quanto accaduto.
La donna che è diventata ha accelerato il processo di analisi delle emozioni che prova e, più rapida di una mantide, stacca la testa a ogni gioia, paura, delusione, prima che le emozioni abbiano il tempo di fare il primo passo nel suo cuore o nella sua mente. Lei congela, rende immobile qualsiasi sentimento appena lo sente nascere. E così rigido e freddo, lucidamente lo manda in frantumi e poi si libera senza fatica di ogni frammento. Mademoiselle si è allenata fin da piccola a non provare più niente, per nessuno.
Io, come dicevo, sono il suo tallone d’Achille, se colpiscono me, la sua anaffettività si incrina.

- Mignon, dove sei?
- A Bristol. E tu?
- In ufficio.
- Cosa fai?
- Controllo delle informazioni perché alcuni conti non tornano. E tu?
- Aspetto il mio appuntamento di pranzo.
- Abbiamo finito con i fiori per l’anniversario?
- No, vorrei mantenere questa tradizione, se lo vuoi anche tu.
- Va bene. Ma dimmi perché quest’anno i tuoi non c’erano.
- Perché ero arrabbiata con lei.
- ..per la prima volta. Finalmente. E ora?
- Ho smesso di pensare che fosse colpa mia e ho capito che aveva solo bisogno d’aiuto. Ma non il mio, né il tuo.
- Quindi ricominciamo con i fiori?
- Quindi ricominciamo con i fiori!
- Mignon..sono felice che tu stia bene.
- Anche io Mademoiselle..sono felice che ora tu possa cominciare a stare bene.


17 marzo - La ragazza del treno

Due punte bianche su sfondo nero. Oggi le sue scarpe sono riconoscibili. E piove: inadatte, estive. Dalle scarpe che una persona indossa se ne capisce l'umore. Lei oggi voleva il sole e non ha creduto al luccichio sulla strada, all'acqua residua nelle fessure dell'asfalto. Nemmeno agli ombrelli aperti. La banchina del resto oscura il cielo e una volta lì sotto si può anche far finta di.
Siamo stretti su questo lungo marciapiede, sembra che arriviamo sempre tutti insieme da est, da ovest, e prendiamo posto come gli uccelli sul filo, pronti per la migrazione. Immobili, fissi, sguardo avanti. Ogni tanto un'occhiata fugace a destra per vedere il compagno di viaggio. Capire se potremo fidarci oppure dovremo stargli alla larga.
Così tutti i giorni si forma questo stormo migratore, ordinato e in attesa su una linea immaginaria che scorre parallela ai binari.
Ehi, ciao come stai? Oggi vuoi sfidare le intemperie e credere a tutti i costi che l'estate sia arrivata...Ti ammiro, coraggiosa, io non potrei pensare di restare con i piedi zuppi per un giorno intero. Lo so che anche se piove fa caldo, ma il senso di umido alle estremità mi tormenterebbe da sotto la scrivania e poi... chissà, forse volgerà al bello, forse le nuvole si apriranno e il sole di giugno ci riporterà alla giusta stagione e allora tu avrai avuto ragione...
Avrei voluto dirle tutte queste parole, in quest'ordine o anche in uno inverso. E avrei voluto usarne molte, per una questione matematica, per il tempo necessario a pronunciarle, con le rispettive pause. Non immaginavo anche una risposta, ma sarebbe stata a sentire, in silenzio, immobile. Guardandomi negli occhi e finalmente ne avrei scoperto il colore, la sfumatura vera, che immagino nera piuma di corvo.
Ma lei è arrivata al solito un po' in ritardo, un po' in sordina, e non ha fatto passi verso il bordo, come se non aspettasse davvero il treno, ma fosse lì a osservare noi pronti a partire. Come se fosse venuta solo per salutare qualcuno e poi tornarsene a casa.
È così il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì no. Il venerdì sì. Tranne quando è malata o quando lo sono io, la vedo quattro mattine a settimana e non le parlo mai.
Sai noi ci conosciamo da parecchio, siamo compagni di viaggio. Che detta così sembra tanta roba e forse in un certo senso lo è. Volevo invitarti a prendere un caffè, anche se non so dove scendi, anche se non so dove il tuo viaggio finisce, se prima o dopo il mio. Ma potremmo fermarci insieme, in una stazione intermedia e ordinare un caffè in un bar che ha il dehor perché sento che ti piace stare fuori, anche se fa freddo. E così mentre vado al lavoro occupo con gli occhi i tavoli adatti, di tutti i caffè che incontro e ci sediamo su sedie di vimini e sul rigido ferro battuto ingentilito da cuscini a righe. Non so se ne vuoi uno macchiato o lungo, se lo riempirai di zucchero o ciondolerai con il cucchiaino senza mescolare alcunché, così a ogni caffè immagino qualcosa che potrebbe stare bene tra le tue mani.
Ancora una volta passo del tempo a mettere in fila parole per lei. E lo faccio in questo viaggio che percorriamo insieme anche se non la vedo nè salire nè scendere, ma penso che fuori il paesaggio scorre per entrambi alla stessa velocità e con gli stessi colori. Mi piace condividere il tempo e lo spazio, sento che parlare con lei anche solo nella mia mente sia un moto a luogo che mi porta comunque lontano.
Stamattina ero in ritardo, così dal parcheggio alla banchina ti ho preso per mano e abbiamo corso. In mezzo alla folla, come sciatori provetti o come fantasmi, scansavamo le sagome di gente regolare che teneva un ritmo monotono e prevedibile. La tua mano era liscia e fresca e avevo paura di perderla per strada, così l'ho stretta più forte e guidavo sicuro come a vedere i buchi che potevamo occupare tra una persona e l'altra senza andare a sbattere e passare entrambi, come fossimo uno solo. Stamattina mi hai parlato: sembriamo due adolescenti, hai detto e poi hai riso, leggera come una sedicenne che scappa al mare mentre tutti riposano in un pomeriggio agostano. Stamattina ti ho presa per mano e ti ho portata fino al binario, fino alla carrozza, e ho aspettato che mi guardassi salire e che mi salutassi con parole mute dietro un vetro sporco di pioggia seccata. Le tue labbra si muovevano lente, a scandire le sillabe. Ne ho capito ogni lettera, perché il tempo ha rallentato e il treno è andato indietro e io mi sono perso. Una manciata di secondi sospesi, come se le parole per staccarsi dalla tua bocca e raggiungere i miei occhi, attraversassero uno spazio atemporale. E mentre io solo partivo, ho capito che tu eri la ragazza del treno, quella che arriva al binario e si assicura che non resti più nessuno a terra. Lei sola aspetta immobile che il treno si allontani. Lei sola che saluta. Ho pensato che venissi tutti i giorni per me, per augurarmi buon viaggio e farmi capire che la stazione di partenza è quella giusta, che il treno è quello giusto, che il tragitto, anche se sempre uguale, può essere diverso. Così mi sono andato a sedere, con la tua mano ancora nella mia, e ci ho appoggiato il viso dentro per annusarti e conservare. Quando mi sono svegliato la distanza era trascorsa per metà e ho pensato che tu sei la ragazza del treno e che aspetti di vedermi partire, ma che non ci sei mai all'arrivo, come se l'importante non fosse la destinazione ma il viaggio.


16 Marzo - La frenata

Una donna dagli occhi color turchese, celeste, acqua marina che si scioglie a ogni chiusura e pensi che quando le palpebre si rialzeranno il colore sarà svanito. Invece eccoli lì, sempre lo stesso, con la luce accecante come al buio, uno scintillio vitreo immobile.
La donna con gli occhi più belli del mondo era la donna più cattiva del mondo.
Seduta dietro un finestrino appannato aspettava la partenza di un treno in ritardo già in stazione, sovraffollato di persone spente, silenziose, che evaporavano frustrazioni e stanchezza. Tutti inevitabilmente figli, qualcuno padre o madre, magari zio, nonno, nipote fratello, sorella, cognata. Tutti indiscutibilmente con una storia, alle spalle come davanti, ma che nessuno aveva voglia di raccontare al proprio vicino.
La donna più cattiva del mondo era seduta di fianco all'uomo teso e, davanti all'uomo che si tormentava la barba. Nessuno guardava nessuno, nessuno pensava ad altri che a se stesso. La donna pensava di essere la donna più cattiva del mondo, lo pensava prima di salire sul treno, mentre finiva la sigaretta e la schiacciava sotto la punta a punta della decolleté nera. Lo pensava anche adesso mentre guardava gli occhi nel riflesso di un vetro reso specchio dall'oscurità fuori. Pensava che era la donna più cattiva ma non pensava di fare qualcosa di diverso. Non si era mai chiesta come poteva essere meno cattiva, non le interessava. Questo la rendeva la più cattiva del mondo: la mancanza di una redenzione o pentimento le restituiva quel primato di la più, un superlativo assoluto.
L'uomo teso doveva assecondare il senso di marcia del treno. Così aveva scelto il posto alla destra della donna più cattiva del mondo, piuttosto che isolarsi al contrario nel viaggio. La tensione lo rendeva pallido e composto. Aggrappato alla valigetta posata sulle ginocchia e al cappello tra indice medio e pollice, era teso ma non poteva stringere troppo la presa o il cappello si sarebbe storto, così le dita nervose stavano immobili appoggiate sul feltro come una mantide in attesa del salto. L'uomo teso giocava con il piede, tra punta e tacco, spostava il peso ipotetico e lasciava defluire il sangue tra le dita e il tallone, a impedire un formicolio paralizzante che lo avrebbe costretto a un movimento più vigoroso e imbarazzato. L'uomo teso aveva muscoli doloranti per la posizione statica e per la rigidità di ogni posa prescelta. Non poteva correre, saltare, scalciare o lanciare qualsivoglia cosa, così dilatava la sua staticità nel tempo per diventarne un habitué.
La barba dell'uomo che si tormentava la barba era bianca nera e grigia ed era indifferente al tocco perché ritornava sempre alla posizione originaria. L'uomo si sforzava con nonchalance di allisciarla, ma i peli irsuti riguadagnavano lo stesso spazio precedente al tocco. I suoi occhi scorrevano orizzontali su un foglio scritto fitto fitto e parevano leggere sempre la stessa riga con l'intento di richiudersi da lì a breve. Solo la mano scorreva sulla barba, dal verticale fino alla punta, allargandosi alle guance per ricongiungersi in fondo e rimanere con un pugno di mosche. L’uomo che tormentava la barba era seduto davanti alla donna più cattiva del mondo e guardava anche lui fuori dal finestrino. Il posto vicino era occupato dalla sua valigetta 24h e dal trench che aveva lasciato cadere davanti a sé ancora prima di sedersi di fronte alla donna più cattiva del mondo.
I tre occupanti di questa porzione di treno naturalmente sapevano ognuno solo il proprio nome. L’uomo teso non sapeva di essere seduto vicino alla donna più cattiva del mondo, chissà se saperlo lo avrebbe calmato oppure lo avrebbe spinto a cercare un altro posto, sempre nel senso di marcia del treno. L’uomo che si tormentava la barba invece non sarebbe stato influenzato dalla notizia di essere seduto davanti alla donna più cattiva del mondo, perché i problemi che gli occupavano la mente erano per lui i più importanti del mondo e l’importanza, si sa, supera la cattiveria.
L’uomo teso guardava continuamente l’orologio perché il ritardo accumulato dal treno era per lui fonte di dolore fisico. Aggiustava la seduta e sentiva le pieghe del pantalone infastidirgli la coscia.
La donna più cattiva del mondo usava il ritardo come forma di potere: più a lungo le persone la aspettavano, più la sua importanza aumentava. Quella sera aveva una cena e il ritardo del treno invece di infastidirla le faceva pregustare come i commensali si sarebbero voltati verso di lei al suo arrivo, già tutti seduti al tavolo e con i bicchieri riempiti di bollicine. Le sfuggì un sorriso al pensiero dei volti delle altre donne che con un misto di gelosia e invidia le avrebbero scrutato l’incedere, mentre avanzava verso la sua seduta. La donna più cattiva del mondo era molto brava a mantenere le relazioni di facciata, rinforzandole con il disinteresse.
La frenata fu improvvisa e violenta. Dal portabagagli piombarono con rapidità, a pavimento, quasi tutte le valigie. Lo stridio dei freni coprì ogni altro stupore e ne seguì un silenzio innaturale e brevissimo. In quell’istante accadde il tutto.
L’uomo teso cadde in avanti andando a sbattere fronte e sopracciglio destro sul bracciolo del sedile davanti a lui e si accasciò sul fianco in mezzo al corridoio appena prima che una valigia fumo di Londra gli precipitò sul braccio rompendogli l’omero. Ma l’uomo era già svenuto e non sentì anche questo dolore.
L’uomo che si tormentava la barba fu schiacciato contro il sedile e i fogli che teneva in mano salirono dritti verso il portabagagli per ridiscendere lenti subito dopo. Per istinto l’uomo chiuse gli occhi e la bocca gli si contrasse in una smorfia di dolore per il colpo alla nuca ricevuto dal poggia testa, ma fu un dolore sordo, provato senza emissione di fiato.
La donna più cattiva del mondo fu sbalzata dal sedile, dritta in braccio all’uomo che si tormentava la barba, le braccia scomposte rimasero indietro e sbatterono contro il finestrino come un paio di ali inerti. L’uomo che si tormentava la barba appena sentì un peso estraneo schiacciargli il corpo, chiuse le braccia a protezione e così facendo trattenne il corpo della donna più cattiva del mondo in un abbraccio serrato. Il ricordo nella mente della donna arrivò come un fulmine che si scarica al suono, luminoso e ramificato. La donna più cattiva del mondo si ritrovò tra le braccia di suo padre, il giorno della sua prima comunione, quando, il vestito lungo fino ai piedi l’aveva fatta inciampare sulle scale e volare gli ultimi gradini dritto nelle braccia dell’uomo più buono del mondo.
Grida, pianti, lamentazioni. Tutti ora avevano qualcosa da dire nello scompartimento messo a soqquadro. Solo la donna più cattiva del mondo e l’uomo che si tormentava la barba non si muovevano, quell’abbraccio salvifico non si era ancora sciolto e i due non si erano ancora parlati. Quando l’uomo aprì l’abbraccio e la donna si rimise in piedi, intorno a loro era il caos visivo e sonoro, ma l’uomo che si tormentava la barba chiese se andava tutto bene. La donna rispose con un sorriso e una lacrima sfuggita alle ciglia ..una lacrima tenace, che non voleva scendere, ma che nel suo viaggio attraverso tutta la guancia, si era portata dietro il mascara anche se waterproof.


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