Short story
Appunti Aritmie J. Reming place Racconto della... Visione sull'orl...
Appunti

l'uomo aveva una maglia blu che stonava con il cielo grigio carico di linee intermittenti.
afa d'estate nei polmoni, respiri rarefatti. gambe di piombo sciolto, caldo, argenteo.
ma l'aria non smetteva. di entrare e di uscire a gara con i pensieri millesimati.
‘faccio quello che mi occorre.’ era la sua giustificazione di sempre. mai a chiedersi dove o con chi. l'importanza al fare.
la donna gli disse: devo esercitarmi sull'estemporaneo, sai quando i pensieri corrono paralleli alle mani ma un po' più veloce?
lui non ne aveva idea. mai fatto un lavoro sporco in vita sua.
eppur breve presentimento di ricadute continue lo tenevano all'asciutto.
mai dirlo per primo, mai farlo sapere. meglio soli che sotto compromesso.
aveva allontanato qualsiasi pensiero sulla donna per darsene pace. ora i sensi raccolti sotto le mentite spoglie di un uomo tranquillo, facevano ruffa con le promesse.
prometto solennemente di non mentre desidero francamente di.
che ci stava nel mezzo? coriandoli di un cuore in apoplessia


"niente,
non puoi capire."
a volte se lo sentiva risuonate come una campana il giorno di festa. nella testa, la voce di lei che leggera entrava e non usciva più. ospite inconsistente, si accovacciava tra i pensieri e flautata diceva niente, nientenonpuoicapire. dire "non" è come dire che c'è quell'altro. non questo, ma quell'altro sì, quello c'è per forza. così lui aspettava ogni sera che la porta si aprisse da sè e l'ombra di lei segnasse la soglia del dolore. con un gessetto bianco aveva circondato il pavimento di legno. un piccolo segno cardinale, che lo proteggesse dal male. da quello di se stesso. il vino quasi trasparente e gelido si sentiva nelle tempie. il caldo non cedeva la sua morsa nemmeno a quest'ora. così le mani di lei inanellavano il bicchiere per il refrigerio. e poi il vino scaldato aumenta di gradazione. lei si sarebbe ubriacata volentieri, una leggera perdita di coscienza, ma era sola, nessuno a vegliare su di lei, doveva contare sul suo orientamento per tornare a casa.
dove?
casa ho detto, mi piacerebbe l'avesse. invece di vivere in un magazzino, poteva stare in un appartamento con i quadri alle pareti, lei che da bambina li ha bruciati tutti. gli appartamenti, dico.
perché è per te. che lo faccio, che ci penso.
le diceva che era per lui, senza remissione di colpa ma per lui. because of you..
e la materia si trasformava in acqua e l'acqua in sublimazione fino a raggiungere la testa di lui e passargli tra i capelli come leggera spuma del mare.
"ho paura di.."
"anch'io..anch'io."


il vaso di fiori era rimasto nel cortile. le foglie lucide appena trattate erano state invase dalla pioggia e ora le righe dell'acqua essiccata lasciavano intravedere le venature azzurrognole della linfa. la donna era uscita ancora con l'abito di gala, nonostante tutti gli ospiti se ne fossero andati da un po'. non aveva ancora riposto le sembianze del benvenuto, e il viso si contraeva in uno sforzo di modestia.
aveva osservato i propri seni nella scollatura, la carne bianca e perfetta, opaca alla vista. gli aveva rivolto solo un'occhiata sfuggente, ma era bastato a capire che lo avrebbe fatto stanotte.
si potevano rincorrere le falene, metterle nelle teche, accendere anche solo un lumino, ma l'oscurità necessaria non ci sarebbe mai stata. lei avrebbe sempre visto tutto. e quando gli occhi dell'uomo cercavano qualcuno di pericoloso, lei si sentiva responsabile di averlo abbandonato.
per lei un cucciolo di uomo dal cuore sfatto dalla resistenza.
la bellezza della donna era statuaria, levigata nella pietra della carne marmorea, nel calore di un'energia vitale necessaria. attraeva gli sguardi remissivi dietro la schiena, e sentiva il caldo appena sopra le spalle. solo l'uomo non aveva occhi per lei, cercava il danno. ansimava nella folla in sorrisi circostanziali, beveva a fondo coppe cristallizzate. e annusava il danno come un segugio. aspettando che si posi sul terreno in stato di riposo.
la donna non poteva avvisarlo che il gioco era pericoloso, perché bene non lo sapeva neppure lei. ma più di tutto questo stato di incertezza e di sfida la lasciava sospesa. dal giudizio e dall'azione. un silenzio frazionato in mille risposte.
il danno era elegante, ricercato, scostante. e la donna sapeva che l'uomo ne era attratto come la favola un lieto fine. era inevitabile. e dire che danno in origine aveva il significato di offerta rituale, di compenso o pena religiosa.
forse con questo l'uomo cercava per espiare la sua, di pena.


si era messo a scrivere. "ho coscienza.." poi il rumore dal giardino aveva riempito la stanza e i pensieri erano fuggiti attraversando le pareti.
quel giorno sentiva che avrebbe potuto. per una volta da solo sarebbe arrivato al bordo, come un disegno da colorare senza sbavature.
ecco perfetto, riempire di rosso e di nero, senza che il cremisi e il neutro si mischino. voleva essere uno spazio di colore. definito. qualcosa di riconoscibile, per una volta chiaro anche all'occhio più inesperto. aveva spento il computer da tempo e non riusciva a smettere lo sfarfallio verdognolo. come mille falene musicali lo schermo rifletteva le macchie della sua retina. lui fissava, cercava di fermare un'immagine reale. poi lei apparve distorta e riconoscibile. in un sogno o una visione, comunque non quello che cercava. le voci dalla strada lo costrinsero a stropicciarsi gli occhi, che sapevano di fumo e di sonno. erano venuti a prenderlo, le luci da spegnere, la chiave da girare tot volte. poi per strada, in mezzo agli altri, un sollievo scivolò dalle spalle e lui non si fermò a raccogliere. difficile non voltarsi indietro e pensare che qualcosa che si chiude porta a qualcosa che dovrà avvenire.


sapeva che non era lei.
si mentiva addosso ancora una volta. era piccola, ben formata, deliziosa. Ma non era lei.
mentre accompagnava gli ospiti sentiva sull'asfalto il ticchettio di scarpe alte che gli stavano al fianco. e ogni passo gli entrava fitto nel cuore. la donna che lui si raccontava perfetta l'aveva lasciata alle spalle, in altra compagnia. altri affari per stasera, si lavorava fino a tardi.
sentiva che il suo corpo era sorretto da quei tacchi alti e sottili che tenevano il suo stesso ritmo. gli ospiti lo stringevano in lodi e buffe lamentazioni. era il fulcro inevitabile degli sguardi. e nel campo visivo di tutti lui non appariva solo.
un'altra lei gli sedeva accanto. impalpabile e fredda come la prima aria d'autunno. che sorrideva e beveva e conversava tutto con estrema grazia.
il fastidio che ora l'uomo provava era forte e tale da dire alla diafana creatura: vattene. in modo cortese di certo.
solo quando il posto accanto al suo rimase vuoto, il senso di smarrimento diventò trasparente: aveva sbagliato oggetto del desiderio. si era mentito ancora una volta addosso.
non la prima ma la seconda creatura anelava. la sua assenza aveva creato in lui il buco della fame, l'insaziabile voragine della mancanza.
anche a cercarla non si trovava, fuggita non col corpo solo, ma da lui lontano e volentieri.
'oddio che ho fatto. sento il tempo che passa e tu come sabbia in una clessidra stai per finire.'


‘ho altro da fare, molto altro da fare eppure non posso finché non ti curo.’ le prese le mani di ghiaccio nella notte illuminata da lampioni tremoli. era tardi, notte tardi o mattino presto presto. c'è sempre una visione discontinua degli eventi.
le sue labbra serrate, le dita spettrali. non un gemito. mentre lui la baciava con violenza lei non si staccava dai pensieri di una landa desolata. lui non ci voleva credere e aumentava la sua passione che diventava broglio come un adolescente alla sua prima volta. gli veniva da piangere, sentiva perdere tutto. lei che gli scivolava tra le mani aperte, molle di niente.
in ginocchio sull'asfalto umido, la pelle dei palmi raggelata e dolorante. piangeva come liberazione, dopo un dolore accumulato e mai sciolto. la donna poco distante aspettava che l'azione finisse.
quando lui si sollevò da terra a fatica, appoggiandosi alle ginocchia come un maratoneta all'arrivo, lei gli posò una mano sulla spalla e disse piano 'stanotte hai ingoiato vetro'


si era appesa con una mano per non cadere, la presa era vacillante per sua stessa volontà e dopo poco le dita a una a una si aprirono come fiore che sfiorisce. E lei cadde. Lenta lunga  molle, fino in fondo.
Una piccola tana scavata nel tempo, per le occorrenze. Quando l’anima è ferita il corpo necessita di un luogo per l’anamnesi. Così le gambe lunghe si accorciano nello stomaco e la schiena incurva le vertebre come giunchi recisi. Quindici gocce per dormire, venti per non sognare.
‘lui ti chiama, parla con lui. Lui ti cerca, parla con lui. Lui ha delle risposte, ascoltalo, per una volta non lasciare che il cielo sopra si spenga. Digli almeno che tornerai.. quasi subito.’ Volontà assente e fasulla. Prima ora: dolore ramificato dal trapezio ai gemelli, lungo la colonna vertebrale e la fascia addominale bassa e mediana. Nausea e dolori per la sete.
Seconda ora: sonno, stato di incoscienza, iposensibilità a suoni, sbalzi di temperatura.
Terza ora: sonno, stato di incoscienza alternata a coscienza senza volontà di azione.
Quarta ora: stato di semicoscienza, nausea, crampi addominali, emicranie, parestesie alle mani e alle labbra.
Quinta ora: stato di coscienza, immobilità di pensieri, azioni, iposensibilità generalizzata, desideri nulli.
‘Chi ha detto che la tana del bianconiglio è un luogo per perdersi e ritrovarsi? Lì ci voglio seppellire e non ritrovare mai più ciò che lì mi ha portato. Seppellire perché marcisca nella terra, a disgregazione e non più testimonianza di me.’


L’uomo aspettava il taxi davanti allo studio. Una pioggerellina felice che non si sentiva dal tetto. Impalpabile e umida quanto basta a bagnare in ritardo. La comunicazione era saltata la mattina, ma anche questo era un evento normale, senza peso. Nel taxi avrebbe chiamato di nuovo per sapere le novità. Per avvisarla del suo arrivo sotto casa. Che fosse pronta. Il taxi bianco scivolava sull’asfalto lucido, l’aria ovattata da miliardi di goccioline opalescenti: pura sublimazione quando lo stato liquido si trasforma in gassoso. Lei scese in due minuti. Il taxista le aprì la portiera. Lui se la trovo dentro. Prima le gambe velate e le scarpe viola. Poi la testa con i capelli raccolti alla nuca, il cappotto rosso, la sciarpa a righe di seta, la larga borsa a tracolla. Seduta accanto, il cappotto aperto mostrava l’abito nero e il velluto morbido invitava il tocco. Una collana di lapislazzuli, le dita spoglie, la bocca appena accennata. Gli occhi truccati d’argento riuscivano a non brillare. Solo allora l’uomo si accorse della buca, che lei era emersa dalla tana appena in tempo per il suo arrivo. La tradiva il suo sguardo, fatto di crinoline, senza tempeste di vita all’interno. Una piccola pupilla acquea che scivola sulle cose.
Con le labbra sfiorò la guancia di lei in un bacio di bentornato, come a ridarle un po’ di calore, e si trattenne dall’abbracciarla per non mandarla in frantumi. Ripassarono il discorso, il dire e il fare, poi arrivati scesero dall’auto insieme. Lui le sfiorò appena la mano prima di entrare e senti il gelo passargli attraverso le dita. L’avrebbe seguita a distanza nella sala, ovunque andasse, per evitare che evaporasse, che una piastrella del pavimento la inghiottisse in un nuovo nero. Avrebbe bevuto, conversato, portato a casa lavoro. Ma lei innanzi sempre. Alla fine della sera l’avrebbe accompagnata a casa e sorretto la testa sul cuore per tutta la notte, fino a che quei piccoli demoni bastardi che ora le tiravano i capelli, se ne andassero a fanculo per sempre. Amen.


aria umida in frazioni scomposte. sublime e liquida che sale e che scende. gocce che si fermano a mezz'aria e che chiamano nebbia. ecco il suo territorio. un luogo d'infanzia, che si ripeteva all'inizio della stagione buia. dalla finestra sentiva il freddo lento scivolare sulla terra divisa in zolle. un maglione pesante, e una tazza di thé a rifugio. pensava che lui ci si sarebbe trovato bene, in questo silenzio. dallo studio la terra sembrava lontana, le chiome degli alberi sfioravano la vista. leggere in questo tempo rarefatto, la vita di altri. una passione più che una curiosità. lo vorrebbe qui per condividere, per portargli una tazza di liquido caldo, entrargli nelle vene.
c'era una volta una bambina che non aveva niente da leggere se non un vecchio manuale di francese della madre. e ogni pomeriggio andava un po' altrove in un posto dove non capiva i suoni ma le parole stampate per lei assumevano i contorni di visi familiari. così alla fine del libro la fatina dalle ali d'argento si portò via la bimba per il mondo delle erre che lei non aveva mai sentito pronunciare. e vissero tutti senza di lei.
sfoglia libri vecchi, dove lei era così giovane. si siede in angoli nobili che hanno accolto molte sue lacrime.
eccola casa, che ha sempre rinnegato. la stanza tutta per sé esisteva.
avere un luogo del ritorno ci fa sentire viaggiatori.


rugiada secca chiamata brina. bianca e solida.
il manto copriva le zolle senza ritegno. la donna uscì dalla porta con un maglione pesante, bianco latte,. la tazza di caffè in mano, uno stropiccio negli occhi. aspettava il postino con una notizia per lei. niente sembrava avverare il suo arrivo. in quella landa difficile da raggiungere, dopo un percorso nel bosco, le cime degli alberi si aprivano a un'ansa di collina spoglia.
la risposta di un'amica che poteva cambiarle la giornata. aspettava in piedi sulla porta e il freddo entrava nella cucina mischiando i vapori alti e bassi.
in questa casa materna, in questo angolo di mondo che da sempre aveva cercato di dimenticare. per essere libera, per poter andare oltre.
ora, a distanza di tempo, la sua vita aveva svoltato un angolo retto. sentiva più linfa nelle vene, più deliri e più controllo. una qual sorta di stabilità non aveva annegato quello strano essere che l'aiutava a creare. solo camminava su due gambe, non si lasciava perdere in saltelli scomposti.
aspettava la sua amica con una risposta leggera, una lettera fatta d'aria che potesse entrarle dalle narici e darle più ossigeno.
una forma mentis accettabile, un godibile ingresso all'anima altrui, un nuovo punto di vista. un angolo tutto per sè.


si era acceso una sigaretta. di nuovo. l'odore nella notte profonda lo faceva dar di stomaco. ma era necessario. la testa un nodo aggrovigliato sopra le spalle. lo stomaco da strizzare come un panno sporco. eppure era ancora in piedi. il suo corpo non voleva cedere. lei gli aveva raccontato di un viaggio, da fare insieme. come una gita fuori porta, che lo avrebbe allietato per qualche giorno. aveva descritto luoghi, senza raccontare di profumi e suoni, ma lui li aveva sentiti lo stesso. come se dietro le sue parole, si trascinassero gli odori come ratti al suono del pifferaio magico. un incantesimo, ecco cos'era per lui. e ora il suo stomaco non sapeva sciogliere quella mistura di amore e carne. non sapeva da che parte digerirla. un accenno di salute era apparso con il colorirsi delle guance, dopo che la voce di lei aveva portato una novità. l'uomo aveva telefonato per cortesia, ma le parole dall'altro capo erano risuonate piene di gratitudine da scaldargli il cuore in un fiotto di gaiser umido. bollente, nelle vene, il sangue si mischiava alla voglia di indifferenza. ora in cucina, con il gatto acciambellato ai piedi e il freddo umido che filtra sotto il pigiama ancora leggero, lui piangeva. felice di farlo da solo, si scaldava con le sue proprie lacrime, un liquido così perfetto da non saper spiegare. e come sentirsi meglio era sua volontà, non si poteva dire. una piccola fusa che solleva il pelo maculato, un fremito fino alla coda. 'Questo animale che si ferma negli angoli oscuri, ora sta sopra di me per curarmi o per assorbire tutto il nero che ho dentro e colorarsi la pelliccia.' poi una mano liscia e toglie il molle sonno. l'attesa è sostenuta da un compagno di viaggio notturno. 'lei sarà là anche domani, posso permettermi di non decidere'. per una notte essere solo colui che guarda la luna prima di addormentarsi.


Seduto davanti allo schermo si vedeva ancora imperfetto. Mai una volta che riuscisse a celare la sua natura di mentitore. Ogni ritratto rendeva giustizia alla bugia che aveva costruito intorno a sé da anni. Insolenza, irriverenza e castigo, che a pugni facevano con il suo lato di talpa nascosta in un buco. ‘Sì è vero, odio farmi fotografare.’ Gli indiani pensavano che ti rubasse l’anima. E tutti giù a ridere. È vero, dunque, la fotografia ti ruba l’anima, quella che non hai mai voluto mostrare. Se non sei un abile mentitore, se non sei vuota presenza, la fotografia cela te stesso, in quel preciso istante. Quell’alone di te che sfugge al controllo del qui-e-ora. Lei lo obbligò in una stanza, per ricavare un ragno dal buco nero dell’obbiettivo. Gliel’aveva promesso o imposto tempo prima. Lui sorrideva al suo nervosismo e si chiudeva in pose abitué che lo proteggessero da se stesso. Paura di mostrare il non detto, la menzogna su se stessi protratta per anni. Dopo gli scatti iniziali andò anche peggio: l’impazienza e la noia si fecero innanzi. Lei chiuse l’obbiettivo e si levò la giacca mentre camminava verso di lui. ‘hai gli occhi carichi di pianto dimenticato, per questo li porti verso il basso. La bocca è sottile e fragile.’ E la bagnò piano con la lingua. ‘le spalle sofferenti, hai troppi pesi che non ti sei ancora tolto.’ E con la mano destra gli fece scivolare qualcosa dal collo fin sotto la scapola. Poi gli posò una mano nel mezzo del petto a toccare il cuore con il mignolo in un leggero tamburellio. ‘E’ questo che cerco, fammi vedere un pezzetto di te che con pazienza ho voluto. È potente, ma non mi distruggerà; è violento, e saprò restituirti la bellezza che vedo nel tuo sguardo.’ Poi lasciò la stanza per fumarsi una sigaretta. L’uomo immobile non riusciva a sedersi, le ginocchia imploravano un abbandono ma la sedia sembrava troppo distante da raggiungere. Le carte scoperte, i dadi tratti, la sua lingua umida e dolcissima continuava a trasmettergli calore. Voleva toccarsi con le dita le labbra ma aveva paura di spezzare un qual si voglia incantesimo. Come cazzo si fa a fare una foto in un tale stato di eccitazione? Voleva lavarsi, pulirsi l’emozione di dosso. Rinchiudersi nelle sue braccia conserte a dire al mondo che non potevano raggiungerlo. Invece sentiva le guance accese di rabbia e bellezza e accidia. Lei torno nella stanza e scattò una sequenza con noncuranza senza parlargli, senza davvero mettere a fuoco, come a provare la macchina. Lui stava cercando le parole per odiarla, da buttare fuori a voce urlata. E poi il cuore decellerò, lei gli disse che fuori pioveva un poco e che gli aveva coperto la moto con un telo perché non si bagnasse. Lui pensò alla giacca leggera che si sarebbe inzuppata nel viaggio e alle mani di lei che lo stringevano sempre troppo forte anche se andava pianissimo. Al caldo, pensò alla schiena contro il suo petto. Alla città che si colorava a ogni angolo dopo il loro passaggio. Le foglie che erano cadute e quelle ancora in attesa. Quando si vide nello schermo era solo. Lei gli aveva spedito un sequel selezionato di suoi ritratti. Lui vide un uomo attento che invita lo sguardo e si perse nei suoi stessi occhi.  


hai da accendere?
Penso che non ti serva, tu non fumi
Ma questa sera vorrei provare
Le mie sono troppo forti, cominceresti a tossire
Allora trovami qualcosa di adatto
Non ho intenzione di iniziarti
Qualcuno deve farlo, meglio tu di un altro
Vieni ti offro da bere così la smetti con gli altri vizi
Ne ho molti altri?
Potresti..
Trovami uno sfogo, sto affogando in questa razionalità
Tu non hai coraggio per farlo da sola?
Ne ho troppo, sarei distruttiva, sai io non conosco il mezzo..o alti o bassi
E un amante?
Ce l’ho già, lo uso per scrivere
e scrivi dopo il sesso?
No, lui è troppo austero e io so di nebbia
E allora il tradimento dov’è?
Nel non detto, in tutto ciò che omettiamo per pudore e stima e seduzione
Vi procurate dunque piacere nell’assenza
La costante negazione del desiderio, esatto
Come un orgasmo mai raggiunto
o, come uno mai finito
Lui ha un nome?
Io non lo chiamo, ma spesso lui chiama me per nome
Perché?
Ha paura che mi perda.
Vuoi ancora la tua sigaretta?
Solo se la posso prendere dalle tue labbra
La lingua di lui era già nella sua bocca, calda, dolciastra, eccitata. Con le mani le stringeva la schiena e la vita contandole le ossa. Un’erezione non controllata lo portò all’orlo dell’imbarazzo, voleva solo baciarla, non aveva calcolato il resto, era un moto a luogo. Un improvviso danzato. Forse la gelosia di un amante fittizio, o la bellezza della sua assenza. Forse il desiderio montato come schiuma in una vasca che sborda quando ci si immerge.


Accendere la luce, ma tenere gli occhi chiusi e aprirli piano. Il pomeriggio passato a letto svenuti dal sonno dell’indigenza. Ancora le scarpe ai piedi e il cappuccio che copre la testa. L’uomo si stropiccia gli occhi secchi che dolgono di luce. Occhi piegati per il peso di preoccupazioni fossilizzate. L’aria d’autunno non aiuta il fare. Il corpo chiama un silenzio profondo che nessuna attrazione vince. La solitudine del condottiero la notte prima della battaglia, il silenzio del campo all’alba, le mani che toccano la brina per saggiarne il gelo.
Lei è entrata con violenza buttando all’aria i pensieri. Gridando me, me, me. Ma oggi non c’è tempo, solo sonno e cibo e casa. Appenderla al muro come un quadro, con le lunghe gambe che penzolano, i piedi morbidi abbandonati. E succhiare le dita bianche una alla volta come grani di rosario. Una stanza tutta per sé dovrà pur essere uno spazio mentale per individui che aggiustano se stessi.
L’aria diventa irrespirabile per un vizio che si consuma nello spazio angusto. La sigaretta si sfoglia come fiore di pesco senza che l’uomo l’assapori tra le labbra. Con le dita esplora la grana del muro imperfetto e desidera grattare via ogni gobba, ogni sfumatura tridimensionale. Pulire più di tutto, ordinare. Togliere il superfluo, per fare chiarezza. Vorrebbe per una volta sapere cosa è bene e cosa non lo è. Poter dividere in bravi e cattivi tutti i sé.
La maglia si sfila semplice, una camicia nuova e fredda solleva la pelle in brividi puliti. Poi chiudere gli occhi e contare fino a trentatre. Immagini dal bordo nero che sfumano in dissolvenze composte: coscienza, non coscienza, coscienza. Addormentarsi senza accorgersi, non fare nemmeno finta di sognare. E fu sera e fu mattina..


La pioggia è così fitta da togliere l’orizzonte, non più case o finestre di fronte. Solo bianco sporco che cola dai vetri. L’uomo si lascia incantare da questa ritmica naturale e il cielo plumbeo gli colora l’iride di acqua. Mettere un maglione, con il collo alto, per sentire il caldo anche nella gola e poterlo inghiottire. Ascoltare una musica grave un jazz scomposto di miles davis, un regalo di compleanno di tanti anni fa. E il gusto del caffè con una torta farcita di crema, le dita da leccare fino all’ultima. Era un compleanno sereno di quelli in cui non hai ancora cominciato a detestare gli auguri. Era un uomo giovane, che rifletteva sul futuro come l’unico tempo possibile. Era un uomo giovane e severo. Lo è sempre stato. Ora invece che si sente un uomo–bambino, non come ossimoro ma bensì fusione di opposti, ricorda male gli anniversari e brinda troppo spesso a un tempo passato. Colui che scrive non sa se l’uomo stia aspettando qualcuno, lo vede solo, seduto nella stanza in penombra, con la poca luce che filtra dal pomeriggio di pioggia. La musica può essere diegetica oppure extradiegetica e sentirla solo colui che scrive come in un film la colonna sonora. L’uomo non tiene il ritmo, perciò sembra non sentirla. Adatta gli occhi all’oscurità che copre i mobili e scende liquida dalle pareti al pavimento.
Colui che scrive sa che volendo può farlo alzare, accendere la luce o farlo uscire dalla stanza. Ma l’uomo sta bene così, è stabile sulla poltrona, gli occhi socchiusi, pensa a qualcosa che non vuol far sapere. Colui che scrive sa che quell’uomo è indipendente dalla sua penna. Che esiste anche prima del suo scritto, quando a colui che scrive si rivelano i particolari, li descrive, come un pittore fa con un tramonto. L’uomo esiste, lei lo vede. ne percepisce il respiro quando sta per addormentarsi. E se lo porta un po’ dove vuole.


All’ingresso nella stanza lo avvolse, l’odore. Se l’era portato dietro per tutto il viaggio, ma solo all’arrivo, al chiuso, la sua pelle ne sprigionò la fragranza con violenza inaudita.
L’odore della pelle di lei sulla sua pelle fredda e intorpidita dal viaggio. Subito spogliarsi, cacciarsi sotto le coperte, per prendere calore e sonno. Ma al buio, quel profumo sconosciuto e riconoscibile si levava a gridare tutte le voglie che lui aveva addormentato.
Non osava lavarsi le mani o il viso. Non osava toccarsi. Si sentiva un tempio invaso dall’incenso sacrificale. Quando si levano le preghiere e prima di tutto il profumo raggiunge l’olfatto, padrone sopra gli altri sensi. Non sapeva descriverlo, ma il profumo della donna non si mischiava al suo. La sua pelle ne trasmetteva la fragranza pura, senza miscellanee. Sdraiato immobile si lasciava riempire a ogni boccata. Voleva che l’odore di lei gli entrasse nelle viscere: voleva masticarla, inghiottirla. L’aveva tenuta tra le mani, senza stringere, senza possedere. A palmi aperti aveva lasciato fare. In silenzio senza reticenza, senza guardare. aveva annusato e ascoltato. Aveva goduto di ogni singolo respiro. deglutito più volte, la gola secca per l’emozione. Sono nella stanza, solo nella sua, aveva respirato quel profumo, un odore vero adesso che lei non c’era più. L’odore di una pelle che non voleva lasciare la sua. E gli gridava entrandogli nelle narici.
Mettersi a letto, al caldo. Togliersi i vestiti. Lasciare che l’odore di lei ricoprisse la pelle, passarlo con le mani accarezzandosi il corpo tutto. Evaporare. Dormire. Come respirarle accanto. Ma lei è altrove. Addormentata in un altro luogo che lui non può raggiungere. Immagina che stia camminando sola, lui ne ha trattenuto il profumo, la pelle di lei ora non sa di niente, è senza odore, senza calore, come una liscia pelle di bambola. Lui che trattiene sotto le sue coperte e avido respira, trattiene nella gola e poi inghiotte. E inghiotte, e inghiotte.
E quello che ha mandato giù non potrà più renderlo.
E sorride compiaciuto di avere qualcosa tutto per sé.


L’uomo era rimasto chino sulla panchina, il fiume a scorrere dinnanzi. Un leggero fruscio di foglie autunnali a completare il quadro. Aveva lasciato la donna alla stazione, le aveva chiesto di andarsene, con cortesia. Aveva aggiunto un: meglio così per tutti e due. La sua separazione era costante, dalle cose o persone che potessero portargli dubbi o capovolgimenti. Aveva pensato che fosse meglio non sovvertire quel suo leggero equilibrio precario come la fune di un acrobata, ma intanto esistente. Tanto più tangibile quanto il salto nel vuoto fosse lungo e pericoloso. E lui ci si aggrappava con tutti i sensi. Dicendosi appagato di sé. così allontanava gentilmente per sua natura, tutti coloro che potevano farlo scendere o far vacillare la corda tesa sul quale stava appollaiato. Lei poi aveva fatto tremare tutto, perché su quella fune pericolosa ci era saltata sopra. Non aveva cercato di attirarlo di sotto, ma era salita per tutti i gradini fino alla cima del pennacchio. L’uomo sbalordito le aveva chiesto di scendere, implorato e ordinato poi. Sapeva che quella fune ormai vecchia non avrebbe retto il peso. Ma lei niente, aveva detto o scendiamo insieme o cadiamo insieme. Lui aveva battuto in ritirata, accompagnandola alla stazione.
Domande se ne era fatte parecchie: sulla sua instabilità, sul suo piacere nell’isolarsi a metri e metri di altezza, sopra tutti. Pensava che il dover stare da solo fosse un dovere verso se stesso, un modo per proteggersi da attacchi indesiderati di persone che alla fine non si dimostravano all’altezza. Prima o poi tutte avevano sempre fallito . Ormai erano sette anni che era da solo, e il tempo gli sembrava esprimere l’infinito di quel numero simbolo. Sentiva di essere destinato a questa solitudine affettiva: amato da molti senza amare nessuno. Niente legami esclusivi, così nulla doveva essere scambiato per forza. Più di tutto limitare le occasioni di errore. Ora le foglie potevano cominciare a cadere e lui stare a guardarle indifferente, con un sorriso amicale sul volto e l’amore in frantumi nello stomaco.


acceso  spento  acceso  spento  
quanto si poteva continuare prima che il filetto saltasse, è che purtroppo non si rendeva conto di essere andata in loop come succedeva per le canzoni che amava e metteva a ripetizione per giorni. non c'era più l'inizio e la fine, ma un suono continuo che entrava e rimaneva nelle orecchie.
il non accorgersi faceva dell'azione un'azione nociva.
non accorgersi di nulla. dell'aria, della temperatura, della luce.
aveva indosso gli stessi vestiti da giorni, e giocava con il pulsante dell'abajourt il clack della plastica era diventato il suono in loop nel suo cervello. così non doveva pensare ad altro. all'inizio si era ubriacata con tutto quello che era riuscita a trovare in casa. poi satolla di vuoto si era messa nello studio aspettando la dimenticanza. non sapeva affrontare la vita ecco il suo guaio. è che nessuno aveva chiesto a lei se lo voleva. avrebbe detto no grazie, stanne certo. non lo sapeva fare lei, di correggere gli errori sul cammino, lei non li vedeva. solo la morale le imponeva il giusto e sbagliato, la cattiva sorte. e quindi davanti a un mostro inalienabile perché parto di se stessa, non poteva nascondersi, fuggire o lottare. così aspettava la disparizione. che l'aria lo riassorbisse come lo aveva portato.
aveva cercato aiuto le prime volte, ma ora non ne aveva più il coraggio. si sentiva vecchia e stupida. che le era dovuto, che se l'era meritato. così aspettava con rassegnazione che questo mostro le lacerasse gli occhi e le facesse a brandelli l'anima, prosciugando ancora di più il corpo ormai privo di carne. faceva tutto da sola. perché era il male e la cura. e non si sapeva spiegare. appena prima di chiudersi nell'isolamento lo aveva chiamato, per fare l'amore. farlo fortissimo, tantissimo. Perché gli uomini da lei volevano quello, come suo padre, come altri grandi e fidati amici di famiglia. ma poi uno squillo bastò a farle capire che non poteva, perché non era bella e lui forse non la voleva. in effetti.
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